Mantenuta a chi?

C’è una parola che detesto dal profondo del cuore: “mantenuta”. Sia chiaro: quando fa il suo lavoro di participio passato, es.: stavo cadendo e mi sono mantenuta all’apposito sostegno, mi è del tutto indifferente. Anche quando se la gioca come aggettivo qualificativo, es.: la promessa mantenuta va ricompensata, non mi disturba. Ne’ mi cruccia più di tanto quando  viene adoperata come sostantivo che designa una “donna che ha una relazione con un uomo il quale provvede a tutte le necessità materiali di lei” ( fonte Treccani). Le scelte di vita sono tutte degne di rispetto e se una donna decide di “fare la pubblica moglie” o di farsi pagare per prestazioni sessuali/sentimentali, affare suo. Il senso di nausea all' ennesima potenza,  accompagnato da abbondante sovrapproduzione di bile e  irrefrenabile moto di ira,  mi coglie allorquando  quel sostantivo “mantenuta” diventa sinonimo di “casalinga” E mi suona ancor più  odioso, intollerabile  e ingiusto quando ad utilizzarlo in tale accezione negativa e ignominiosa  sono le donne. Non mi stancherò mai di dirlo: “ domina dominis lupa”. E sì, perché quando una  delle "cazzutissime donne lavoratrici fuori casa" che si è fatta da sé  comincia un discorso sul suo ruolo sociale, sull’emancipazione e sulle carenze delle politiche nazionali a proposito della questione femminile, perfino sul “fertility day”,  arriva  alla fine sempre alla glorificazione di sé stessa attraverso la denigrazione delle altre “colleghe di genere” che sono casalinghe utilizzando quell'orrendo sostantivo  “mantenute”.
Le generalizzazioni non mi sono mai piaciute   e alle generalizzazioni non mi piego. Non arriverò mai all’equazione che riduce  tutte "le cazzutissime donne lavoratrici  fuori casa" a persone che sfruttano genitori e suoceri per farsi accudire i figli o farsi cucinare, lavare, far fare la spesa, minimizzando  la somma delle prestazioni sotto l’etichetta “ricevere un aiuto”. Non sosterrò che tutte "le cazzutissime donne lavoratrici  fuori casa" hanno collaboratrici domestiche settimanali , che tutte le "cazzutissime lavoratrici fuori casa" preferiscono pagare persone che curino i propri figli perché a loro non piace stare tra le quattro mura, dando alla frase un pesante tono accusatorio. Non cado nel tranello perché sono consapevole che molte lavoratrici sono costrette a utilizzare l’aiuto dei familiari loro malgrado,  a sbrigarsi  da sole le faccende di casa agli orari più disparati non potendo permettersi collaboratrici domestiche e non possono curare i figli  in prima persona perché hanno necessità dello stipendio che portano a casa.
Sono sicura che per tutte queste donne il lavoro fuori casa non qualifica così come il lavoro in casa non squalifica.
Eppure chi di generalizzazioni ferisce bisognerebbe che provasse il peso di quelle stesse generalizzazioni  che non risparmia  alle colleghe casalinghe, tutte ridotte senza appello al rango di mantenute.
Magari queste  donne che offendono hanno avuto esempi famigliari poco edificanti:  padri che hanno trattato le loro madri da tali  o peggio,  madri  sfaticate che, inadempienti ad ogni forma di collaborazione famigliare,  si sono fatte  effettivamente mantenere dai mariti.
Per mia fortuna ho avuto in mia madre e nelle figure femminili che dominano i miei ricordi, modelli esemplari di donne.  Tutte hanno incarnato e incarnano  quel ruolo che il costituente ha descritto all’art. 143, dove considera  il ruolo casalingo un  lavoro a tutti gli effetti, con il quale si contribuisce ai bisogni della famiglia. 
Per molte essere casalinghe è una scelta. Per altre una necessità. Molte ci sono costrette, loro malgrado, dalla disoccupazione. Tra esse “le mantenute” costituiranno  la  piccolissima percentuale  di truffatori, scansafatiche e inetti che statisticamente ci sono in ogni settore. 

Per molte donne cazzute attaccare e offendere le altre è un modo per affermare sé stesse,  per guadagnare briciole di autostima. Mi piacerebbe che questa piccolissima percentuale di ingenerose meschine si riducesse a zero. Soprattutto quando si sostiene che le donne sono statisticamente la parte migliore del genere umano. 

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