"Zona Uno" di Colson Whitehead

" The Underground Railroad" l'ultima fatica di Colson Whitehead è uscito in America nello scorso Agosto, guadagnandosi l'apporvazione di un pubblico anche piuttosto autorevole, considerando il novero tra le sue fila di estimatori del calibro di Obama e di Oprah. In attesa di leggerlo nella edizione italiana, non conoscendo ancora lo scrittore - la solita vecchia storia del collezionista al quale mi vado paragonando, che non perde occasione di allargare la propria raccolta- ho letto "Zona Uno" ( Einaudi stile libero big) del 2013 tradotto da Paola Brusasco. Metto subito le mani avanti anticipando che non consiglierò di leggerlo a tutti, ma proprio a tutti, come mio inveterato costume. Essendo un romanzo "di genere" ( horror- post apocalittico- fantascientifico) questo libro è materia per gli appassionati in senso stretto della materia. Non me la sento di proporlo a coloro che cercano narrativa di tutt'altra specie e che dunque con ogni probabilità lo piantaterebbero in asso anche a meno della metà dalla fine. Personalmente l'ho molto apprezzato e non per la mia appartenenza alla categoria dei "lettori onnivori" che come Caterpillar macinano chilometri di parole per il puro gusto di sbriciolare sotto i propri cingoli anche i massi più ostici. Da sempre mi piacciono i romanzi fantascientifici-postapocalittici, quelli in cui si immagina un oltre, una dimensione diversa dell'essere umano, un assetto sociale , geografico ma anche solo urbanistico alternativo a quello che conosciamo.Traggo molta soddisfazione dalle storie in cui si racconta di uomini che si "sperimentano" come esseri individuali e sociali in scenari inconsueti, mi incuriosiscono quelle in cui si fantastica circa le risorse e le reazioni che potrebbero essere improvvisate per una "rifondazione" palingenetica del mondo da un' umanità allo sbaraglio, devastata da conflitti o pandemie, attacchi alieni o cataclismi naturali. Se tuttavia a qualcuno, tra il manipolo sparuto di persone che si imbatterà in queste righe, dovesse mai venir la curiosità e il desiderio di acquistare il romanzo di Colson Whitehead, sappia che si troverà di fronte a molto di più di una finestra aperta su un fantascientifico ignoto futuro. Quasi in dirittura d'arrivo, nelle ultime pagine cioè, è lo stesso autore che ci rivela il nodo della narrazione: " Kaitlyn raccontò la sua storia dell'Ultima Sera non per darsi a un ritualizzato compianto, ma per dire: questa è una storia di come stavano le cose prima". I sopravvissuti di Whitehead hanno "tutta l'intenzione di continuare la propria marcia attraverso il mondo morto" ma avendo sempre in mente il campionario umano che popolava quel morto mondo: teste quadre che avevano speso la vita ad ostacolare e condannare gli altri, decelebrati vissuti al di sopra e al di fuori delle regole o infine individui spalmati in una media esistenziale comune, talenti così così che vivacchiavano. Le pagine di " Zona Uno" costituiscono, in buona sostanza, un affresco dai toni straordinariamente realistici che immortala naturalmente noi tutti e nei nostri costumi peggiori. Quando, per spiegare il retroscena del nomignolo che gli è stato affibbiato, Mark Spitz, il protagonista del romanzo, che è di colore, tira fuori il vecchio luogo comune "che i neri non sanno nuotare", pare certo che gli stereotipi razziali, di genere e religiosi messi da parte dall' "l'unico io" in cui si sono stretti i sopravvissuti, saranno riportati in vita, insieme alle animosità, paure, invidie una volta cessata l'emergenza, in un futuro prossimo.
Eppure la profezia di Whitehead è piena di speranza: " Non sapeva se il mondo fosse destinato alla condanna o alla salvezza, ma, quale che fosse la fase seguente, non sarebbe stata simile a quella venuta prima".[...] Meglio lasciare che il vetro rotto rimanga rotto, lasciare che si frammenti in scheggie e polvere, e si disperda. Lasciare che le crepe fra le cose si amplino fino a non essere più crepe, bensì spazi nuovi. Era lì che si trovavano in quel momento. Il mondo non stava finendo: era già finito e loro si trovavano nello spazio nuovo". Premessa visionaria appropriatissima al finale aperto del libro.



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