Burkini

Alla radio, nel programma dove si discutono i temi scottanti, oggi si parlava di “Burkini”. 

Volevo scrivere un post lungo e articolato su come la mia mente a volte abbia delle default. Su come, quando si predispone alla scrittura, percepisca e classifichi le cose in certo modo, inserendole in uno schema piramidale. Avrei voluto poi descrivere la piramide immaginata, alla cui base c'erano le parole cattolicesimo/islam, conflitto di religione /conflitto di cultura, tolleranza e reciprocità, al cui secondo gradino c'erano corpo ,donna, coprire,al terzo libertà/costrizione, e infine al vertice “mare”.

Volevo prenderla alla lontana insomma, per dire che la cultura e la religione si integrano a vicenda e si sovrappongono scaturendo i canoni etici, estetici, giuridici, politici e sociali di un determinato momento storico, i quali -va da sè- possono cambiare nel momento storico successivo. Per ricordare che mia nonna al mare ci è andata poche volte in vita sua perchè il mare era una cosa da "ricchi" e quando ci è andata lo ha fatto sempre vestita da capo a piedi, che le più spregiudicate tra le sue coetanee azzardavano il prendisole, "smanicato" capo per spudorate, mentre le figlie -ovvero la gioventù- osavano il costume intero, rigorosamente nero, il che accadeva molto prima del tempo in cui le sue pronipoti al mare ci sarebbero andate con i perizomi.
Volevo ricordare uno dei film più belli e significativi del cinema italiano, con la grande Monica Vitti, "la ragazza con la pistola", una fotografia di come fossero "pittoresche" le italiane quando, con il proprio poverissimo bagaglio di stereotipi culturali, andavano nei paesi "civilizzati".
Volevo ancora far rivivere nella nostra memoria il mito "delle svedesi" e "delle tedesche" che affascinava gli abitanti tutti del bel paese, narrazione di donne in bikini o addirittura topless. 
Volevo raccontare, infine, quando per la prima volta in un campeggio internazionale di Firenze le suddette svedesi e tedesche uscirono dalle docce della sezione femminile dei bagni senza minimamente manifestare quel "senso del pudore" a noi tanto caro ovvero nude come mamma le aveva fatte, mortificando il mio sguardo di povera creatura e mia nonne le ebbe ad apostrofare pesantemente con un risentitissimo "screanzate".
Avrei persino pescato nei ricordi altrui, prendendo a prestito il rimpianto delle care suore in missione in Turchia fin dagli anni sessanta, le quali con gran dolore avevano invece dovuto rinunciare al sacro velo obbligato all'epoca dai voti -ironia della sorte- perchè vietato nel laico -per legge- paese di Ataturk.
Avrei cercato, insomma, di sottolineare come è sempre tutto una questione di tempo o meglio dello stesso sospiro che ci fa prorompere in "o tempora o mores!".
Poi mi sono ricordata della foto scattata al mercato di Izmir anni fa, in cui immortalai i costumi con cui una minoranza di donne all'epoca andavano al mare in Turchia. Una minoranza, perchè una parte di donne al mare ci va con i normali costumi . Una minoranza perchè il rapporto con il mare, in molti paesi musulmani, è ancora di timida presa di contatto con un elemento estraneo. In paesi dove non ci sono le vacanze estive solo due categorie infatti godono delle località marine e vacanziere: i ricchi locali che corrono nelle case al mare per trovare sollievo al caldo apocalittico delle città, ( questione di privilegi e di caste) e i turisti, per il cui esclusivo uso e consumo sono sorti i grandi complessi turistici. 
Il Burkini di cui parlano i giornali e sul quale si accaniscono i commentatori nostrani è invenzione recente e -a giudicare dai costi esorbitanti- accessorio per ricchi (Il vecchio costume della mia foto, ha un prezzo irrisorio al confronto).

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