" La ferrovia sotterranea" di Colson Whithead


Dopo una lunga attesa ho soddisfatto la curiosità sul romanzo di Colson Whitehead, vincitore lo scorso anno del Pulitzer per la narrativa.
Della letteratura afro-americana e america -africana ne ho scritto diffusamente altrove.
In questo post lascio spazio a pochi, semplici appunti su quello che mi sarei aspettata e su quello che ho trovato nelle pagine del libro e non esattamente in quest’ordine.
Ci ho trovato, benché altrove abbia letto di un cambiamento di registro dell’autore rispetto al suo stile consueto, il Whitehead di "Zona uno". Nelle descrizioni della caccia ai fuggiaschi, dell’esplorazione dei confini territoriali, degli effetti del mondo esterno, meglio ancora, del suo assetto sociale sulla psicologia umana, lo stile, il ritmo narrativo, anche il lessico restano "alla Whitehead" .
Cosa non ho trovato: non ho trovato -per fortuna- "il realismo magico" di "Amatissima" della Morrison, al quale pure qualcuno altrove si era riferito.
Salti di tempo e di luogo vengono, certo, utilizzati da C. Whitehead ma in una rielaborazione personale e assolutamente autonoma, cui va ascritto il merito di sottrarre il romanzo al pericolo di una sovrapposizione con il testo della Morrison che gli sarebbe stato fatale.
Cora, la protagonista de "la ferrovia", fin dall’incipit rischia l’identificazione con Denver, la figlia di Sethe del romanzo della Morrison, nel quale già vi era il riferimento alla leggendaria ferrovia sotterranea che Whitehead ha scelto qui di recuperare facendone narrazione a sé. Ottima dunque la scelta di lavorare elaborando per la protagonista, il coro di coprotagonisti e la trama tutta del romanzo, una dimensione di libertà di fatto unica possibilità per affrancare "la ferrovia sotterranea" da deleterie sudditanze che non l’avrebbero portata lontana, in ogni caso, sicuramente non al premio Pulitzer.

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