La mennulara di Simonetta Agnello Hornby

Premetto:
1) le parole che seguiranno sono da prendersi come appunti personali privi della benché minima pretesa  di costituire una analisi critica del testo.
Al termine  della lettura di un libro sono solita buttare giù  qualche riga a futura memoria, che per comodità, non già perché ne integrino una fattispecie, etichetto sbrigativamente come recensione. Trattasi quindi di semplici considerazioni. Mi sovvengono mentre leggo e le trascrivo per consultarle in seguito quando la nitidezza delle pagine lette è ormai sbiadita.
2) La lettura è piacere e lavoro insieme, al pari della scrittura. In maniera simile ad essa -giova ribadirlo- è attività  certosina e personale. Ne consegue che il giudizio su un libro è sempre soggettivo. Risente dei gusti, della sensibilità, della preparazione del lettore e forse anche del periodo storico in cui il  testo viene affrontato. 
3) Mettere nero su bianco  le impressione negative e le perplessità  lasciatemi da un romanzo è  cosa molto più difficile del profondermi in lodi ed entusiasmi.
Mi occorrono maggiore ponderazione e più parole per farlo. Nel caso in cui   esprimo dubbi, infatti, sento la necessità prima di ogni cosa di esordire con delle scuse: verso l'autore -naturalmente- il cui lavoro non mi ha persuaso e di seguito verso quegli amici -a cui resto pur sempre grata per il suggerimento- che  me ne  hanno caldeggiato la lettura.
Dico:-" Il libro non è male, ma su di me non ha fatto  presa. Capita. Mea culpa, chiedo venia. In ogni caso non è stato tempo sprecato. La lettura non lo è mai".

La Mennulara, ovvero raccoglitrice di mandorle è la protagonista del romanzo di esordio, datato 2002, di Simonetta Agnello Hornby, autrice popolarissima.
La storia è ambientata in  Sicilia, terra di origine della scrittrice. Si apre con la morte della Mennulara, al secolo Rosalia Inzerillo,  amministratrice  patrimoniale di una nobile famiglia in decadenza di cui era stata per anni serva fedele ed è, in buona sostanza, la ricostruzione della  vita  della  donna attraverso la  cronaca dei fatti seguenti l'evento luttuoso, i pettegolezzi sul suo conto che circolano tra i compaesani nonché i ricordi di amici, parenti e conoscenti.
Sono una lettrice molto attenta alla scrittura, la qualcosa talvolta rappresenta un limite al pieno godimento delle storie.  Ho notato qui alcuni 
nei, quasi impercettibili, che mi hanno -per così dire- distolto dalla narrazione. Il libro è un'opera prima, come ho già sottolineato. Probabilmente le imperfezioni a cui mi riferisco sono frutto di una precisa scelta dell'autrice avallata dall'editor. Si è optato per  uno stile "sporco"  che  si  armonizzasse al meglio con  le molte espressioni dialettali utilizzate -soprannome della protagonista compreso- allo scopo di enfatizzarne al massimo l'ambientazione sicula.  
" Padre Arena, assistito dal giovane parroco, si stava vestendo per officiare il funerale nella sacrestia della chiesa di cui era stato prevosto per molti anni". Ecco un primo esempio di intoppo in cui mi sono imbattuta.  Mi sono lasciata sopraffare dal dubbio che il buon Padre Arena officiasse il rito in sacrestia. Quando mi sono poi arresa all'evidenza che in quel luogo semplicemente si cambiasse d'abito, la magia che accompagna di solito la lettura era svanita.
"Una volta, al matrimonio di una nipote, tre uomini avevano dovuto darsi da fare per disincagliarlo dal banco, in cui era caduto incastrandocisi dentro". Qui, ancora limite mio, ho faticato un po' a superare lo scioglilingua. 
Leggo in digitale: chiedo scusa agli amanti del cartaceo. Ciò impedisce di riferire le pagine incriminate con precisione. Segnalo però  che  nelle quaranta righe finali del capitolo 17° la parola "passìo" si ripete per ben 6 volte.
Più avanti:" Andava di nuovo nei campi da sola a raccogliere la frutta, ortaggi, verdura lasciati ai contadini dopo la raccolta."  Quel "raccogliere" e quella "raccolta", mi hanno fatto soffrire, lo ammetto, così come la "terrazza" ripetuta altrove nell'arco di sei righe per tre volte.
E' brutto fare le pulci, lo so. Ma il mio cervello così processa ciò che mi passa sotto gli occhi.
Veniamo alla storia.
Ho dato una scorsa alle recensioni di altri lettori prima di pronunciarmi. L'accostamento più frequente è a "I vicerè" di De Roberto. Dissento. "I vicerè" è un romanzo di una complessità e di uno spessore narrativo che "La mennulara" è lontano da sfiorare. Ricorda forse più " La lunga vita di Marianna Ucrìa" di Dacia Maraini, ma siamo ancora su piani distanti.
Come sempre, l'invito per quanti inciamperanno in questi appunti è di leggere il libro e farmi sapere il proprio parere.
Resto in attesa!

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