Se la convinzione che una persona debba risultati simpatica a prescindere, per la sola circostanza d'essere uno scrittore -di cui tra l'altro si vocifera un gran bene tra gli amici con la tua stessa passione per la lettura- è un preconcetto bieco, allora mi dichiaro colpevole. Nonostante ciò, faccio salva la necessità di verificare che il sentimento umano non ottenebri e comprometta la sensibilità e il gusto della lettrice; quindi proprio a causa della chiacchierata in metropolitana (che ha naturalmente confermato la mia primigenia, istintiva sensazione di affabilità) si è fatta più pressante la curiosità di leggere uno dei suoi romanzi, per verificare la tenuta della mia indipendenza di giudizio.
"Il cadavere di Nino Sciarra" edito da Wojtek mi è parso più idoneo alla bisogna rispetto al ben più corposo" La consonante K", edizioni Neri Pozza, già per altro in attesa in libreria.

Il romanzo di Davide Morganti è una personalissima antologia del novecento dimenticato. La ricerca del cadavere del titolo, quel Nino Sciarra fagocitato dalle macerie della casa-caos di Lago Patria è un mero pretesto per l’escursione, in arrampicata o in immersione, nello strano cimitero, che mette dentro vivi e morti, della letteratura diligentemente, o dovrei dire proditoriamente, accantonata fuori dai canali divulgativi ufficiali, se dalla critica o dallo Stiticismo*, poco importa.
Tempo, morte e fede sono i tre fili che l’autore utilizza per sfilare dalla tela dell’oblio i romanzi prescelti per poi contemporaneamente intrecciarli in una nuova maglia, necessaria per rimediare al guasto, al gran male che ci affligge, ovvero l’uso di riconoscere il valore della scrittura solo sui social e dunque di usarla in maniera ossessiva per spargere odio, rancore, pareri, consigli, ricette.
Un romanzo denso, impavido, dalla personalità fortissima questo di Morganti, il quale, con uno sguardo critico completamente libero, affrancato da qualsiasi riferimento ideologico, sembra voler trarre dal materiale che maneggia un nuovo canone, un paradigma che si spinga oltre il recinto della scrittura esteticamente apprezzabile o grammaticalmente corretta, che accolga anche i libri non memorabili, anzi brutti, con trame noiose, però capaci di comunicare segnandoci.
Non oso paragoni o richiami ad altri autori o altri romanzi. So che Morganti non ha in particolare simpatia i tentativi di assimilazione. Ho il dubbio, finanche, che disapprovi le citazioni di cui mi sono fin qui servita.
Res sic stantibus persevero nel depredare Morganti di un ultimo giudizio, che trovo particolarmente calzante:-“Il suo è un libro feroce, malinconico, che andrebbe letto in penombra, come ho fatto io, rannicchiato contro la parete viscida di umidità che mi ha bagnato la schiena per ore”. Così l’autore scrive del “ Diario di un vecchio” di A. Fiore. Così mi permetto di dire io della suo romanzo, “ un diario che è storia non di un uomo , o non solo, ma di una scrittura” e, dalla mia prospettiva, storia di una lettura.
*Stiticismo: secondo la definizione dello stesso autore, corrente di inizio Duemila assai diffusa in Italia, quella dei romanzetti stiracchiati con poche parole e con storielle minime minime che rappresentano il reale.