LA COLPA

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Lei mi chiede di cosa io voglia parlare.
Io le rispondo: desidero sopra ogni cosa parlare di colpe.
E’ ormai da mesi che mi seggo nel suo studio , su questa sedia, a menar il can per l’aia. Mesi che cerco di essere corretta, di sembrarle perfetta, di recitare la parte di quella che ha capito la lezione e sa di essere qui per rifondare se stessa prescindendo finalmente dagli altri. Tuttavia credo che sia ora di distribuire un po’ di colpe. Sia ora di allestire finalmente un tribunale . Sia ora di portare dinanzi a una corte quanti hanno contribuito al mio fallimento.
Sono Io il primo imputato alla sbarra. Ci sono venuto da sola per una sorta di urgente auto convocazione. Manco di volontà, di coraggio, di determinazione e cedo costantemente, succube della mia arrendevolezza.
Ma ci sono altri colpevoli che meritano un posto qui accanto a me.
Do la colpa a mia madre, che ha sempre preteso che fossi perfetta ma non mi ha mai detto quanto lontana o quanto vicina fossi alla sua idea di eccellenza.
Do la colpa a mio padre per il quale ho sempre fatto solo ed esclusivamente metà del mio dovere.
Do la colpa alla mia maestra delle elementari che a otto anni mi mandò con la mia piccola composizione stretta tra le mani dalla preside perché leggesse quanto ero brava.
Do la colpa alla preside che mi sorrise e mi chiese se la parola gambine utilizzate per descrivere il cagnolino di cui parlavo in quelle quattro paginette fossero una mia licenza poetica, perché i cani, a essere precisi, hanno le zampe. Ed io non ricordo nessun altro dei complimenti che mi fece  dopo perché avrei voluto dire che no, non era una licenza poetica, chè io non sapevo neppure che cosa fosse quella cosa di cui mi parlava e mi ero solamente confusa e che non mi sarei mai più sbagliata, glielo promettevo.
Do la colpa alla professoressa di lettere alle scuole medie
che invece del voto scriveva dei giudizi spropositatamente belli in quella benedetta quarta colonna del tema d’italiano, ma che in realtà non mi ha mai insegnato veramente a scrivere. Non una parola, non una correzione, non uno frego rosso o un suggerimento, come se una ragazza di tredici anni potesse essere veramente padrona della lingua.
Do la colpa a me stessa, per essere sempre stata più lucida e sincera di tutti coloro che mi hanno sfiorato nella vita, non dicendomi nulla. Per non aver mai ceduto alle lusinghe dei desideri e delle passioni, per non aver finto di credere alle moine altrui, per non aver mai osato buttarmi. Pudore, maledetto pudore. Meglio essere un ombra che un pagliaccio. Questo ho sempre pensato. Se solo avessi avuto il coraggio! Se....

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