John Fante

Ho cominciato al leggere “serialmente” a sette anni con “La piccola Dorrit” e “I ragazzi della via Pall”, entrambi acclusi alle scatole di caramelle che i parenti mi regalarono durante la convalescenza dall’operazione alle tonsille. Da allora non ho più smesso. Dopo i due libri citati e fatta eccezione per pochi “best sellers” imprescindibili, ho letto per volontà degli insegnanti, fino alla fine del liceo, prevalentemente autori italiani.
Sono grata- intendiamoci- al Prof. di Italiano per tutto il “Pirandello” a cui ci ha obbligato, come per Verga, Fenoglio o Cassola, e anche il Calvino del “Sentiero dei nidi di ragno”, lontanissimo da quello che avrei amato dopo.
I tempi e la scuola erano diversi, allora. Credo che non fosse consono per un insegnante di Lingua e letteratura italiana tentare sconfinamenti in altre letterature, al di fuori di quelli strettamente necessari a contestualizzare gli autori nostrani. 
Gli scrittori americani perciò li ho scoperti tardi, da sola, grazie a John Fante, al quale resterò eternamente debitrice.

“Quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio, e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.”
Ai tempi circolavano William Faulkner e Ernest Hemingway sui quali pure mi ero cimentata senza che tuttavia scattasse la scintilla. Poi arrivò nella mia vita “Chiedi alla polvere” e amore fu. Fu Fante ad estirparmi dall’ habitat di romanzi perfetti, di storie ordinate e plausibili in cui mi ero rifugiata e a trapiantarmi in un altro ecosistema.
E’ stata la prima voce scritta di un emigrato italiano di seconda generazione, per dirne una. 

Non pullulava di italiani, Madden Street. A parte la nostra famiglia, c’era soltanto Fred Bestoli, il quale, più che un italiano, era contrabbandiere. Un tempo era stato amico di famiglia, ma ormai era un fuorilegge e mia madre non voleva vederselo attorno Anche la nonna aveva avuto simpatie per Fred Bestioli prima che si mettesse a vendere alcolici. Era originario degli Abbruzzi come lei, e avevano conoscenze comuni, di gente e di posti. Ora però lo odiava perché continuava a farsi arrestare senza fregarsene della reputazione degli altri italiani.
Quando papà se ne veniva a casa con Fred, la nonna lo salutava in italiano. Gli diceva: «Buonasera, stronzodicane». Oppure «Guarda un po’ che caspita è potuto saltar fuori dalla pancia di una donna».
 Fred Bestoli era un italiano malinconico e taciturno, ma mia nonna riusciva sempre a ridestare in lui una considerevole aggressività. Perciò le rispondeva: «Baciatemi il culo, vecchia» e papà, da parte sua, gli dava man forte.
 «Ben detto, Federico. Di’ a quella vecchia zoccola di farsi i cacchi suoi».
 Infuriata, la nonna si rivoltava contro papà e gli diceva che sarebbe stato meglio se, invece di lui, dal suo grembo fosse uscito un porco. Papà replicava che, dal momento che quella era sua madre, era lui il primo a sorprendersi non essere nato porco. Questo linguaggio osceno e violento non voleva dire niente di speciale. Semplicemente, era così che parlavano.” (Quella donnaccia, traduzione di Francesco Durante (pag.71))
Ma vanta almeno altri due primati.
Parlare apertamente delle necessità economiche di sopravvivenza delle scrittore. 
Così nella lettera alla madre del 26 gennaio 1933:Cara mamma:

Credo mi tocchi un'altra bordata di giorni duri. Sono di nuovo al verde, e questa volta sono messo proprio male. Comunque non sono preoccupato. Attraversare questi giorni senza un soldo e' roba vecchia per me. Ci sono talmente abituato che non mi sgomento più. Giorno dopo giorno mi sento sempre più o meno uguale. In qualche maniera riesco a procurarmi da mangiare a sazietà, un letto caldo, un posto per scrivere, e moltissimo tempo per sognare.Che altro si può volere? Speranze. Si, un uomo deve avere delle speranze. Beh, chi, in questo mondo di scrittori, non scambierebbe il suo posto con il mio. Io sono in una condizione invidiabile, me ne rendo conto e ho intenzione di approfittarne.
                                      
                                                                                                               Il mio amore a tutti,  
                                                                                                                               Johnnie.”
E soprattutto è il primo che racconta cosa ha nella testa uno scrittore:
" Poi mi ritrovai tra i cavalloni e fui di nuovo assordato dal fragore. Avevo la sensazione che fosse ormai troppo tardi. Non riuscivo più a nuotare, le braccia mi pesavano per la stanchezza e la gamba destra mi doleva terribilmente. Dovevo riuscire a tutti i costi a tenere la testa fuori dall’acqua, ma mi sentivo risucchiare sotto le onde che mi ritraevano. E così questa era la fine, la fine di Camilla e di Arturo Bandini; eppure, anche in quel momento, era come se stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo, sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiungere la costa, sicuro che non ne sarei uscito vivo. Improvvisamente i miei piedi toccarono il fondo, ma ero troppo debole per approfittarne e troppo occupato a cercare di schiarirmi le idee per ricomporre mentalmente la scena, evitando gli eccessi descrittivi. L’ondata successiva mi travolse, gettandomi dove l’acqua era alta solo trenta centimetri, chiedendomi se sarei riuscito a immortalare l’episodio in una poesia. (...) (Chiedi alla polvere).

Consiglio a tutti un incontro con Fante. Anche quello delle lettere, uscite per Einaudi Stile Libero nel 2014, sulla cui copertina, nella prima edizione, per un grossolano errore c’era la foto del poeta e saggista inglese Stephen Spender. 
Se non sono riuscita a convincervi io , vi lascio direttamente nelle sue mani, con l’incipit di “Chiedi alla polvere”:
Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.”

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