NUDO DI DONNA INCINTA

Si discute su Fb su un nudo femminile che gli amministratori del social hanno censurato. La foto ritrae una donna in avanzato stato di gravidanza che indossa semplicemente un kiodo. Mani nelle tasche, espressione sfrontata.
Non sono una a cui fanno impressione i nudi, a meno che non integrino fattispecie di reato. Merito di mia madre, che non ha considerato mai i corpi svestiti un taboo e ha abituato mio fratello e me fin da piccoli a non provarne vergogna. Mi stupisco sempre se qualcuno ne chiede la rimozione da fb, specie quando le immagini sono da considerarsi “artistiche”.
Nel rispetto della libertà altrui,   tuttavia, ammetto che i nudi di donne incinte non mi piacciono. Ve ne spiego il perché partendo proprio dalla foto che , in barba alla rimozione degli amministratori del social e con qualche sotterfugio, sta girando a rivendicazione della necessità di difenderla.
Della donna ritratta mi colpiscono due dettagli, ai quali sopra ho già fatto cenno: le mani in tasca e il mento alto che le conferiscono un’ aria arrogante.
Una immagine, sia essa dipinto o foto, non è altro che una narrazione.
In questa, come nelle altre di personaggi della spettacolo apparse incinte sulle copertine di riviste internazionali, non leggo –limite mio naturalmente-  tenerezza, smarrimento difronte ad una cosa così grande, bensì un atto di rivendicazione  della proprietà, prima ancora che sul proprio corpo, della madre sul figlio. I soggetti mi sembrano immortalate nell’intento di dichiarare, in opposizione al mondo, il possesso esclusivo sul nascituro in qualità di generatrici, cosa che trovo francamente in contraddizione con la necessità di andare contro gli stereotipi di genere.
Sono mamma. Conosco il delirio di onnipotenza che arriva nel postpartum, quando sei stanca, sconquassata e sfatta eppure guardi il tuo bambino assaporando la stessa ebbrezza provata dal creatore: lo hai fatto tu quell’essere –ti dici- è incredibile di che cosa pazzesca tu sia capace.
Sempre più spesso assisto ad una vulgata che, mai come prima, riprende il tema antico della santificazione della maternità. L’idea, che passa anche attraverso la foto di una gestante che si tiene con aria possessiva e audace il ventre con una mano, mentre con l’altra si copre il seno – non capisco, tra l’altro, il falso puritanesimo di ostentare una parte del corpo e nasconderne un’altra tipica statunitense - ribadisco, non mi piace.
Se credessi alla funzione biologica della riproduzione come unica identificativa della donna, negherei l’identità e il valore per la collettività di tutte coloro, tra noi, che non possono o non vogliono generare. Ammetterei che la maternità si risolve in una questione di possesso, che c’è un primato del genitore che procrea rispetto a quello che “presta solo il seme”. Dovrei mettere una pietra sopra all’istituto dell’adozione e non prendere neppure in considerazione la possibilità dell’utero in affitto.
La foto di una donna nuda incinta, in altre parole, per me, porta la maternità da una dimensione intima, che non esclude tuttavia quella sociale, ad una più marcatamente individuale che prelude ad una successiva declinazione del rapporto madre figlio in chiave di chiusura ed esclusività. Il poeta Gibran scriveva:” I vostri figli non sono figli vostri. Sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. /Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.”.  Un piccolo spunto per quanti vi si vorranno soffermare.

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