giovedì 12 marzo 2026

 I pubblicitari sanno cose di noi che noi stessi ignoriamo. Indagano a fondo nel pozzo delle nostre preferenze, raccolgono zelantemente le mollichine di cui disseminiamo i nostri percorsi digitali per profilarci come nemmeno nostra madre saprebbe e, poi, ficcarci, in una delle fette dei loro variopinti grafici a torta.

Fino a poche settimane fa mi consideravo uno dei pochi esemplari umani immune da tale pratica. Per via della mia “bastiancontrarietà” ero sicura di essere inclassificabile, non collocabile. Una ostinata “consumatrice consapevole” inespugnabile. Un osso duro in grado di schivare offerte, promozioni, campagne di propaganda, “caroselli” riguardanti le più svariate categorie merceologiche. Impermeabile a tutte le insidiose trappole dei cookie. Fino a poche settimane fa, appunto. Oggi, mi tocca rettificare. Non indosso alcun mantello dell’invisibilità. La soddisfazione di proclamare la mia nudità se l’è presa, come spesso accade, una delle mie figlie. Quella delle due che - avendo studiato advertising all’università- si occupa di marketing e strategie. Mi manda via wazzup la foto di un cartellone al centro del quale troneggia una mia coetanea, abbigliata, accessoriata, truccata e pettinata -diciamo così- secondo il mio gusto: quel moderno senza tempo e senza scuorno che vorrebbe proclamare anticonformismo ma -ne sono ben consapevole- si ispira e confluisce in certi immaginari parimenti codificati. La mia gemella pubblicitaria si gode, dall’alto del manifesto, una fetta -in questo caso non metaforica- di quella marca di provolone da sempre mio indiscusso “guilty pleasure”, sulla quale fetta troneggia la scritta “iconico” (guarda caso, una delle parole che utilizzo tanto smodatamente che, sempre dalla stessa figlia, mi è stata contingentata).
La pargoletta semplicemente mi scrive: “target dell’xxxxx (segue nome del prodotto) = tu”.
Eccomi là. Il Sig. xxxx mi ha sgamata.
In che modo questa premessa ci porta ad una riflessone sulle mie ultime letture? Ve lo starete chiedendo. Ci arriviamo, prometto.
Data l’agonia del più antico dei social, FB, sul quale abbiamo in questi anni recenti, argomentato con l’attenzione sempre tesa a stringare per esigenze di fruibilità e data la pausa che mi sono presa dalle recensioni affidate alla amata redazione che mi ha lungamente ospitata, alla quale dovevo una certa compostezza di stile, mi concedo, con questo pezzo, un ritorno all’antico mood da blogger. Divagare prolissa all’insegna del soggettivo senza morigeratezza (e senza virgole!). Questo è il programma.
E allora, ritorno alla faccenda della “targhettizzazione”, sulla quale ancora- mentre mi accingo a scegliere la prossima lettura- sto rimuginando. Sapevo di condividere con milioni di altri consumatori la passione per quel provolone. Mi immaginavo, però, parte di una moltitudine variegata, policroma, intergenerazionale, intersezionale. Mi ha turbato scoprirmi, al contrario, come il colore della poesia “tappeto” di Ungaretti, «che
si espande e si adagia

negli altri colori

Per essere più solo se lo guardi».
In altre parole, mi ha intristito la consapevolezza, dalla quale sono stata investita, non solo di esse inclusa in una bolla in ragione del parametro “età over anta” ma, se tanto mi dà tanto, soprattutto di restare esclusa da chissà quante altre delle quali i pubblicitari mi tengono lontana. È vero che i gusti sono gusti e l’intraprendenza personale a scovare novità può essere portentosa, ma è altrettanto incontrovertibilmente vero, a questo punto, che anche noi bastian contrari purtroppo ci nutriamo di desideri indotti. In altre parole, il dilemma: mi piace quel provolone per mia autonoma preferenza e solo per questa sono stata collocata nello spicchio con altre persone di cui condivido i gusti in fatto di prodotti caseari, le quali -per un puro caso- risultano mie fac-simile, o sono prima finita nello spicchio delle consumatrici ideali dove il brand del provolone pratica la pesca a strascico, e là mi sono persuasa – facendomi prendere all’ amo- che insieme alla montatura degli occhiali, il taglio di capelli, la maglietta con le righe e gli orecchini a bottone di resina colorata, “fosse alla me” anche il formaggio in questione, il dilemma -dicevo, è sciolto e delle due parrebbe più vera la seconda.
E però: mai sottovalutare la tigna degli “over anta”. La capa tosta e la fiducia che almeno davanti agli scaffali delle librerie dedicate alla letteratura recuperi la mia identità di lettrice e scelga libera di perdermi in qualsiasi genere di romanzo desideri, indipendentemente da parametri quali età, sesso, religione, provenienza geografica, professione, classe sociale. Nel negozio di libri entro in modalità allodola, là sono tutti specchietti che luccicano davanti ai miei occhi con la medesima intensità e appeal.
Non c’è regola che determini la scelta. Questa è l’unica regola.
Potrei inventarmi che, tra i due romanzi che contemporaneamente suscitavano il mio interesse, ho dato la priorità a “La vita giovane” di Mattia Insolia, edizioni Mondadori

perché mi è parso un buon test per sfatare eventuali pregiudizi legati all’età, chiusure generazionali, cose così: una lettrice classe 1968 e uno scrittore classe 1992 si intenderanno mai? Mentirei. Semplicemente ha prevalso la curiosità di verificare l’attendibilità delle voci che lo celebrano.
Vediamo, allora, com’è andata, con la precisazione che la seguente non è una recensione in senso stretto. Non mi sottraggo all’obiezione che sia poco organica. Non l’ho stilata, infatti, in un’unica volta a libro chiuso. La considero un esperimento. È una stratificazione di note buttate giù come istantanee che rendicontano lo stato della lettura tipo un work in progress, un live streaming. Un flusso di coscienza. Anzi di incoscienza, considerato che -occhio allo spoiler- ce ne vuole una certa dose per scrivere nero su bianco anche le cose che mi sono dispiaciute.
Allora, leviamoci ‘sto dente.
Cominciamo con il piede sbagliato, Insolia e io. In esergo, come benvenuto, mi accoglie una citazione da “Una vita come tante”, al primo posto tra i romanzi che ho apprezzato di meno nell’ ultimo decennio. La cosa un po’ mi indispone. La mia faccia mette su l’espressione scontrosa che sfoggio nelle grandi occasioni di antipatia a prima vista. Non sono, però, una che molla al primo ostacolo. L’ anzianità che vanto mi rammenta tutte le volte in cui nella vita ho ritrattato la prima impressione. Ci aggiungo pure ben 32 anni di esercizio indefesso della genitorialità, che significheranno pur qualcosa in fatto di acquisizione di duttilità e apertura mentale. Procedo, dunque. Avverto i lineamenti distendersi. Addirittura, accennare un sorriso quando Insolia mi cita la Lidl: faccende di legami famigliari/sentimentali miei. Ma la lettura è anche quella cosa là del coinvolgimento del lettore attraverso le vie più disparate.
Mi tocca tirare in ballo le emozioni, che sono il primo livello di approccio ad un libro.
È un romanzo generazionale, questo di Insolia. Parla della e alle mie figlie, che sono vicine, una per eccesso, l’altra per difetto alla soglia dei trenta. Che suggestioni ne posso trarre io, che da più di vent’anni non ho più vent’anni? Per me apre il capitolo delle prese di coscienza. È vero che l’interrogativo su cui si arrovella Insolia: “dove sono andati i nostri sogni”- usato come un ritornello scandito frequentissimamente nella narrazione- ha un vago sapore di banalità. Ed è altrettanto vero che è un dubbio transgenerazionale: se si indagasse a fondo sono sicura scopriremmo che continua ad excruciare , oltre i miei coetanei, anche i miei ottuagenari genitori. Diventa interessante e riconquista centralità -per me- nel momento in cui mi inchioda alla presa di coscienza della piena adultità dei trentenni, ovvero di persone tra le quali, come ho già detto, sono comprese le mie figlie, che razionalmente considero ormai adulti maturi, appunto, ma che sentimentalmente fatico a immaginare già nuotare nel mare magno del rimpianto.
Questa suggestione, profonda, e coinvolgente me la tengo stretta. La uso come spinta per superare ogni scoglio che mi si presenta. Tra essi includo le continue citazioni ed evocazioni del romanzo di Hanya Yanagihara, il cui fantasma mi sembra vincolare eccessivamente Insolia. Ne è influenzata la struttura narrativa de “la vita” che qui, da “come tante” si restringere a farsi solo “giovane” e ne è influenzato lo stile, tanto da condizionare (per me compromettere) l’esito della scrittura. Un sentimentalismo angoscioso si insinua tra le pagine fino a diventare estenuante nel momento in cui soverchia definitivamente la freschezza e la misura che si apprezzavano nelle fasi iniziali, dove l’attitudine di Insolia ricordava quella di Andrea De Carlo dei felici esordi.
Adduco prove:
• 1 «Crediamo che amare una persona, riversare su di lei tutto l’amore di cui siamo capaci, non solo sia sufficiente per essere amati a nostra volta, ma sia pure il regalo più grande che possiamo fare. Però non è così: a volte il nostro amore è sgradito, a volte è un fardello, ma siamo così concentrati su noi stessi, convinti di essere speciali, da non contemplarla, l’idea che l’amato possa non ricambiarci. Ogni parola d’amore che avevo soffiato su di lui lo aveva spinto lontano, sparpagliato nel vento come fiori di un dente di leone; io soffiavo su Nicolò i miei desideri, e il loro peso lo disuniva da me.» (pag. 305)
Bello, intenso, sentimentale? O uno di quegli elementi decorativi che fanno scena, colpiscono, sembra diano profondità, tant’è che spesso si sottolineano con entusiasmo, ma che, a osservarli con la lente d’ingrandimento, depotenziano e banalizzano?

• 2 «Piangeva. «Teo, non penso di poter stare con te» disse. Non “Teo, non posso stare con te”, non “Teo, non voglio stare con te”, non “Teo, non sono felice a stare con te”. Teo, non penso di poter stare con te. Non feci domande, annuii e basta: sapevo che quel momento sarebbe arrivato – l’ho detto. «Andiamo a casa tua» risposi invece. In via Torino riuscimmo a recuperare un taxi, e il viaggio lo facemmo in silenzio. Lui piangeva – il tassista lo studiava dallo specchietto –, io guardavo Milano, fuori dal finestrino. Arrivati, poi, ci sedemmo sul letto della sua camera – la coinquilina era fuori città –, quindi, piano, gli chiesi di spiegarmi. Le parole furono le stesse che aveva usato il mese precedente: si sentiva in gabbia, “non ce la faceva più”: ci aveva provato, disse, a far girare le cose e a vivere la relazione con spontaneità, serenità, ma non ci riusciva. Non potei che dirgli che era libero: lo sollevavo dal mio amore. Non piansi, e non mi arrabbiai, anzi lo consolai – singhiozzava come se la relazione la stessi finendo io. Non mi amava, e non potevo fargliene una colpa. Lo baciai per l’ultima volta, poi uscii dall’appartamento. Chiamai un taxi, ci mise un’eternità ad arrivare e a casa, infine, mi lasciai andare: come da ragazzino, avevo issato le mie palizzate con dentro tutto il dolore che stavo provando, e solo allora, seduto a terra, feci esplodere la diga. Avrei dovuto svuotare Milano della sua presenza. Riprendere a dormire al centro del letto, non più sul lato sinistro. Capire come liberarmi dei minuscoli gesti di lui che avevo fatto miei. Lasciar andare alla corrente prima i ricordi felici assieme a lui, poi il dolore per la perdita – presto mi sarei accorto di tenerla stretta, quella sofferenza; provarla mi dava l’impressione di avere ancora lui con me. Pezzo dopo pezzo, però, ci sarei riuscito: mi sarei liberato del suo fantasma. E con me sarebbe rimasto solo un senso inafferrabile di possibilità: cosa saremmo stati, io e Nicolò, se, all’inizio di noi stessi, la vita non ci avesse un po’ traditi? Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo»
Si piange troppo, in questo libro. Ma non è questo il peccato. Il vero neo è che le lacrime non sono verosimili. Suonano piuttosto di maniera.
Sono cosciente del crack prodotto dalla mia uscita.
«Due strade divergevano in un bosco giallo

e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe

ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo

a guardarne una fino a che potei.

Poi presi l’altra».
Lasciatami alle spalle la via del consenso incondizionato, dell’ovazione entusiasta, mi sono incamminata sul sentiero scivoloso dei dubbi e delle verifiche. Giuro, però, di non agire con animo bellicoso o propositi di bocciature inappellabili. Soprattutto non intendo discreditare il lavoro di Insolia o mettere in dubbio il suo talento. Lungi da me, infine, il proposito di dissuadere chicchessia da leggere il romanzo. I panni della stroncatrice, insomma, non mi calzano, né sono i miei preferiti e non intendo qui vestirli per la prima volta.
Dico solo che non condivido il gusto di Insolia – che si evidenzia soprattutto nelle derive di certi dialoghi- per il mood da dramma adolescenziale (americano). Di tanto in tanto, quando strafanno, ai suoi personaggi rivolgerei l’invito che mi è capitato di indirizzare alle mie figlie e ai loro amici durante la fase liceo-università: non fate i poser.
Insolia, ha inscenato, come si evidenzia nel passo riportato sopra -analogo a molti altri per costruzione e lingua- un tipo di emotività tanto melensa e sovrabbondante sotto il profilo stilistico quanto nichilista e totalizzante sotto quello psicologico, molto vicina alla sofferenza da cui è irreparabilmente afflitto Jude di “Una vita come tante”.
«Lo sollevavo dal mio amore». Sinceramente, fatico a immaginare qualcuno esprimersi nella realtà e nel contemporaneo così leziosamente e un tale compiacimento tragico.
Il nodo su come vada calcolata la teatralità in un romanzo per me resta centrale. L’enfatico della trama e del sottotesto è il gancio a cui si ancorano i lettori per decretare “la bellezza” di un libro. Un plot “abbondante” e “addolorato” è sempre accolto con estremo favore. Vibra nell’intimo, fa sognare. E quanto può essere romantica e appagante la sofferenza posticcia, che è giocosa afflizione fittizia e transitoria? Non si bada a quanto lo stile, il ritmo, l’organicità, l’equilibrio della struttura e la verosimiglianza nella resa soprattutto dei dialoghi, risentano del plateale, che è la dimensione dove si urla più che parlare, si geme singhiozzando più che piangere, dove, insomma, tutto è fuori scala. Quando ci si nutre dell’intreccio, sul tutto il resto si preferisce sorvolare.
Per quanto riguarda me, fermo restando che dei “gustibus non disputandum est” sia quando si scrive che quando si legge, non mi sento di attraversare le pagine de “La vita giovane” con il piglio dell’aviatore: non riesco a passare pacificamente sopra le cose che non mi hanno convinta.


mercoledì 9 novembre 2022

Non è un pranzo di gala


Novembre 2022

📝📂Appunti molto random - al limite del plausibile- su "Non è un pranzo di gala" di Alberto Prunetti 

1️⃣💸📚 come si traduce nei fatti il detto:" fattela con chi è meglio di te e fance 'e spese"?

Nel caso in cui "chi è meglio 'e te" sia un letterato, significa mettere mano al portafoglio e investire in libri. I testi suggeriti da uno scrittore sono sempre briciole utili al pollicino di turno per trovare la strada di casa, ovvero percorrere il sentiero del sapere... "Fatte non foste..." Ecc. Ecc. L'autore cita...e tu...accatt' 'o libro citato. (Prunetti mi sta facendo un bel danno)😀

2️⃣ 🤔🤯leggere un libro come questo di Prunetti che è un saggio autofictional ( esiste questo genere?) significa innestare un percorso turbinante di riflessioni che creano intorno al libro una metanarrazione autobiografica.

Si parte dal dargli sempre ragione, all'autore, e si finisce per esclamare:-" la penso esattamente così!" ad ogni riga. L'ipertrofia dell'ego, in questo caso, sguazza che un piacere.

3️⃣🗯️💬🚩leggere "non è un pranzo di gala" significa ritornare sull'ideologizzazione del reale, tutto il reale, anche quello che verrà trasposto in finzione.

Allora, con la consapevolezza che altri già si stanno lambiccando sull'argomento da un po', è il tuo turno di chiederti:-" la crisi del romanzo borghese nasce dalla crisi della borghesia?" Ma che brava molvettina, che arriva per ultima al punto e pretende l'applauso.
Il problema è piuttosto questa pressoché universale finzione di essere borghesi che si trascina perché tutti noi non vogliamo dismettere, ora che il pret-a -manger ce li ha messi nei piatti a prezzi abbordabili, i costumi borghesi, i luoghi comuni borghesi che pratichiamo quotidianamente, la lingua borghese che abbiamo passato anni ad affinare, calibrando i congiuntivi e la consecutio nell'aspirazione "a parlare bene" come ottemperanza al monito ancestrale che i genitori ci hanno rivolto fin dalla culla :-" parla bene, a mamma!". Insomma siamo figli di un massiccio programma di "medium class wash" e ne rimaniamo ingabbiati dentro.

4️⃣🤹🏻‍♀️🤸🏻‍♀️ Leggere Prunetti è, sempre, fin dalla prima riga, un fatto personale. Faccenda identitaria e anche altro.
Non solo perché condividiamo il comune background di figli della working class.
Non solo perché sposo in toto il pensiero di Prunetti riguardo la necessità di una letteratura working class che non si rivolga alla classe media al fine di regalarle un"safari nella povertà delle classi subalterne", una lettura working class che non sia apocrifa, che venga, cioè, da chi alla classe lavoratrice non appartiene e che probabilmente non ha neanche mai visto da vicino in vita sua, ma anche perché di Prunetti condivido i gusti letterari. Non ho letto tutte le opere che cita e invita a leggere nel corso del libro e nell'appendice, ne ho, però parecchie al mio attivo. La presenza nell'elenco di alcuni testi che  considero fondamentali nella mia formazione, mi hanno fatto trillare di gioia. 

Le ceneri di Angela McCourt 

Chiedi alla polvere Fante 

Autunno di Ali Smith

Il taglio Cartwright

La straniera Durastanti

Manodopera Eltit

Gli Anni di Ernaux

Ipotesi di una sconfinata Falco

Amatissima Morrison

Read or dead Peace

Simon Wail

La storia di Shuggie Bain Stuart Douglas

Solo per indicare quelli mi vengono in mente immediatamente

5️⃣🤬😤 Solo il capitoletto dedicato ad Acciaio di Silvia Avallone per me vale il prezzo del biglietto. Prunetti da voce , con la sua competenza, con chiarezza e in maniera inequivocabile, a tutte le perplessa che mi porto dentro da dieci anni circa il peggiore romanzo che abbia mai letto ( rettifico: che sia mai stato pubblicato) a proposito della classe operaia.  Ogni singola pagina di Acciaio fu per me una stilettata prima ancora che al cuore, al fegato.
Leggevo la rappresentazione caricaturale di queste "bestie" e pensavo a mio padre, ai suoi colleghi, a me, a mio fratello e ai figli dei colleghi di papà, piegati sui libri comprati con i sudati risparmi, frutto di rigorose economie domestiche, e mi ribollivano le viscere davanti a quella narrazione falsificata che inquadrava gli operai come drogati, dediti all'alcool e alle serate in discoteca: ma chi cavolo aveva o soldi da buttare nei maledetti stravizi?

6️⃣ 📝🖋️📔 Le riflessioni sullo stile, il linguaggio e la forma più adatte per una narrazione working class sono molto, molto interessanti. Utili per chi voglia scrivere, per chi voglia giudicare i testi in cui si imbatte, per chi abbia anche la velleità di lanciarsi in riflessioni, in ripensamenti di carattere politico.

7️⃣⚠️🔈 Se non si è capito il libro di Prunetti non solo mi è piaciuto. Mi è entrato sotto pelle. Trovo che la formula tra inchiesta, racconto autobiografico e pampleth di denuncia che egli ha escogitato sia azzeccatissima e dia frutti superlativi nell'entrare nel mondo proletario attraverso la migliore delle porte possibili. 

martedì 1 giugno 2021

ganglio 48

Quante immagini nel dimenticatoio attendono un impulso per rispuntare e colpire al cuore. 
Mia madre -sempre lei- è in perenne dismissione. La casa è piccola, questa la sua scusa. Prima di acquistare un nuovo spillo -dopo 54 anni di matrimonio, quando della tua vita non puoi più cambiare molto per sopravvenuta vecchiaia, l'unico esercizio di fantasiosa libertà che puoi concederti è rinnovare ciò su cui i tuoi occhi si posano, onde cercare l'ebbrezza di comporre una variante del tuo panorama quotidiano- devi disfarti di quello in uso. È vero anche, però, che dopo 54 anni sei combattuta e restia dal gettare via le cose comprate con grandi sacrifici e custodite con amore. Mia madre sempre chiede prima se io le voglia. Sono figlia sua, dunque non sarò mai un'accumulatrice seriale. Anche io faccio come nella famosa scenda del treno in cui Totò, al quale il compagno di viaggio passava i bagagli affinché li sistemasse nello scompartimento, li gettava via dal finestrino creando spazio. Però a volte mi lascio abbindolare dalle proposte di mamma. L'ultima è stata una coperta di piquet verde, che intende sostituire con una moderna trapuntina. Ho fatto bene ad acconsentire, così, a scatola chiusa, non avendo alcuna idea, in realtà, del copriletto al quale si riferisse.
Stupore, gioia infantile, incredulità.
Accarezzando il piquet, i polpastrelli non hanno semplicemente recuperato la sagoma di un disegno ben noto. Ripercorrendo i rilievi bianchi delle margherite adagiate sulla trama verde pallido del tessuto, le mani hanno sperimentato la contentezza irrefrenabile di poter scorrazzare su quel prato amatissimo, nascosto, chissà perché, nei meandri della memoria, ancora e ancora.
In giugno, annualmente e puntuale, quel giardino rifioriva sul lettone dei miei genitori. Leggero, fresco, tenue e delicato. L' aiuola prediletta della nostra infanzia, dove mio fratello e io trascorremmo le giornate delle nostre febbricole primaverili causate dai raffreddamenti del cambio di stagione o i febbroni ammorbanti delle malattie esantematiche, le cui epidemie, tra gli scolari, scoppiavano sempre all'annunciarsi della bella stagione, privandoci delle agognate primizie dei giochi in cortile. Anche mio fratello, presente alla consegna del trofeo, alla sua vista ha sussultato, emozionato, travolto dalla medesima ventata di ricordi.
"Il copertino di piquet verde" è stato per noi pomeriggi che si allungano preludio di spensierate estati, tramonti mozzafiato goduti dalla finestra di camera di mamma e papà.
Il privilegio di passare, per quanto scombussolati dalle malattie e ammaccati, le giornate nel lettone grande a guardare, fuori orario, la televisione.
"Il copertino di piquet verde" è stato, invariabilmente, l'accoppiata con le lenzuola di cotone finissimo del corredo, azzurre per mio fratello e rosa per me, con cui mamma ci teneva tanto ad apparecchiarci il letto come parte di un gioco più grande in cui tentava di trasformare i giorni del malanno e della convalescenza. È stato la possibilità di scegliere il menù, sebbene i mal di gola, che sovente accompagnavano le malattie infantili, ci impedissero di goderne in pieno. È stato pacchetti di figurine, per gli album da completare, che lei ci portava al ritorno dalla spesa. È stato le visite della nonna con "la bella cosa" a rompere la monotonia. È stato infine, molto spesso, l'attesa che passasse, il 30 giugno, sotto casa la processione dei SS. protettori del quartiere e noi che, dalla finestra del nostro quarto piano ai vetri della quale incollavamo il naso sporgendoci il più possibile, facevamo a gara nell'individuare parenti e conoscenti tra la folla alla quale, pure quell'anno, non ci era riuscito di mescolarci. "C'è un prato verde dove nascono speranze..." 
Io mi godo il privilegio di averne uno speciale, che grazie alla mia mamma, tornerà a fiorire ancora ogni anno.

giovedì 13 maggio 2021

ganglio 46


 Sono preoccupata. Anzi, preoccupatissima. Sono giorni che non mi sputi. Non sei mai statǝ puntuale, è vero. Però l’intervallo tra una sputata e l’altra non è mai stato così lungo. Da quando porto quest’assurdo conto del tempo? Non saprei. Credo che sia un’abitudine invalsa inconsciamente e che ora si è definitivamente radicalizzata. Al terzo giorno il pensiero si fa acuto e batte come un martello, cioè conserva ancora una certa cadenza. Al quarto perde ogni appiglio di ragionevolezza e diventa acufene ininterrotto che sferza il cervello. Perché, gioia mia, non mi sputi? Perché trattieni in bocca tanto a lungo il liquido vischioso?

Perché lo rimandi giù, addirittura? Eppure, ti idrato di continuo. Bicchieri di acqua su bicchieri di acqua. E l’aranciata e la bibita gassata. Perfino le minestrine, per te, le faccio lasche lasche. Sputami, tesoro mio. Sputami tutto il tuo amore. Dice che lo sputo è un dono. L’ho letto sul computer. Me lo ha pure confermato un’amica che ha chiesto ad una sua amica assidua lettrice di riviste psicobanalitiche. Lo ripetono tutti in coro che è un segno di affetto. E’ regalare ad altri un pezzo di noi. Non mi ami, allora? Perché mi punisci negandomi il tuo dono? Non mi sono fatta amare. Ne sono stata incapace. Sarà che ti ho pulito troppo solertemente gli sbavi di piccinǝ? Perché ti ho costrettǝ perennemente ad indossare il bavaglio? Se vuoi compriamo una sputacchiera. Colorata, magari rossa. Con una imboccatura larga, così che non fallisci il tiro. No. No. Scusa. Perdona la mia mania del controllo. Magari ne preferisci una con il collo stretto: ti stuzzica di più? Forse ti ispira maggiorante esercitare la mira? Ecco, si, bravǝ. Facciamone un gioco. Un tiro alle freccette, tipo. E quando ti sarei bene allenata, allora punterai su di me.
Ci pensavo ieri, alla mia disperazione dei giorni in cui non mi sputavi. Quanto tempo è passato. Chissà poi com’è che il dramma si è smaterializzato dal nostro orizzonte esistenziale. Quando? Chissà da cosa sarò stata distratta e ho mollato la presa. Chissà da cosa sarai statǝ, magari, distoltǝ tu e hai allentato l’embargo della saliva. Quando ci incontriamo, talvolta, mi viene da chiederti se sputi, ora, e con quale frequenza.
Su chi, soprattutto, ora che me ne sono andata. Di quante cazzate, nella mia vita, ne ho fatto questioni personali, scassando le scatole a chi mi stava intorno. E’ avere l’impressine di portarsi sulle spalle un centro che ci rende obiettivi altrui, nel bene e nel male, che frega. Il leggere costantemente le interazioni con gli altri in termini di negazione o dono. E’ l’essere perennemente in attesa di una gratificazione, quella carezza che non arriverà mai da chi la desideri e che ti costringe, alla tua età, in una rocambolesca manovra ginnica sperando nell’ennesimo applauso negato

ganglio 45

Metà ganglio, metà recensione: metaganglio-metarecensione de
" L’unica persona nera della stanza"
Un tempo ero molto ignorante. Incolta. Ero una somma di impreparazioni su moltissime materie curricolari di vita. La mia ignoranza era incolpevole, data l’età. In buona fede, eppure perniciosa per le sue possibili implicazioni quando fossi cresciuta. Ignoravo, per estrazione socioculturale familiare, molte cose del mondo, molte dell’ortodossia del vivere civile. Ignoravo la lingua italiana essendo stata allevata in vernacolo, le sfumature più sofisticate della buona educazione, le regole dei convenevoli altoborghesi. Ignoravo, ad esempio, pure il razzismo come eventualità vicina, e meno che mai sospettavo di poter essere io stessa razzista. Il Sud Africa era lontano, così l’Apartheid che l’affliggeva. L’unico contributo alla causa dei neri richiestomi era di scrivere, di tanto in tanto, uno zelante temino scolastico. Un tempo, dunque, sono stata molto più ignorante di quanto lo sia ora e sono stata molto più razzista di adesso. La primissima bracciata verso la risalita dal pozzo è stata l’acquisizione della consapevolezza che dopo una certa età l’ignoranza non può più, se non colpevolmente, ignorare sé stessa. Mi sono messa a studiare per colmare i vuoti e i buchi che facevano di me, in trasparenza, un colabrodo.
Ho imparato che tutto è costruzione, anche il sé. Che fondamenta, pilastri e finimenti di ogni costruzione restano sempre lo studio e la conoscenza. Che la qualità, la durata e bellezza delle fondamenta, dei pilasti e dei finimenti sono il prodotto della qualità dello studio e della quantità della conoscenza. Ho imparato altresì che, periodicamente, bisogna sottoporre a verifica il bagaglio accumulato.
Per semplicità – sperando di non banalizzare troppo- immagino i mei razzismo e antirazzismo come le due ante, ben separate, del mio guardaroba al cambio di stagione.
E’ il momento di appurare cosa ho stipato in un lato e cosa nell’altro ed eventualmente disfarmi di ciò che è fuori moda o non mi calza più bene. Si imporrà, al termine dell’operazione, l’esigenza di nuovi acquisti al passo con i tempi. Se, in preparazione ad una sessione di shopping, è utile sbirciare le riviste di settore per aggiornarsi sulle ultime tendenze, figurarsi quanto siano necessarie nuove letture per allestire un pensiero anti-razzista corrispondente alle esigenze di inclusività e assimilazione verso le quali dobbiamo tendere. Una lettura imprescindibile è, per me, “Americanah” di Chimanada Ngotzi Adichie. Un secondo tassello importante per l’ammodernamento che mi sono imposta, è “L’unica persona nera della stanza” di Nadeesha Uyangoda, edizioni 66TH A2ND, del quale mi accingo a parlare in maniera del tutto irrituale.
Molto più di un racconto autobiografico, molto più di un saggio. L’unica persona nera della stanza non è solo un testo di formazione, è anche un test di verifica del nostro livello di razzismo strutturale e interiorizzato ( individuale e collettivo). Consiglio alle insegnanti di proporlo agli alunni. Consiglio agli amici di leggerlo. Analizzare il tema in una prospettiva contemporanea è urgente, così come comparare i traguardi o i punti di stallo sui quali si è stabilizzata la nostra cultura in materia a quelli consolidati altrove, in Europa e più in generale nel mondo. Ancora più pregnante il contributo, se viene da chi il nostro razzismo, quello italiano doc, lo sperimenta ogni giorno sulla propria pelle, a partire dalla negazione della cittadinanza che lo discrimina e marginalizza.
Considerare “ L’unica persona nera della stanza “ una cartina di tornasole del mio grado di razzismo strutturale, significa necessariamente scavare nel mio passato. Significa corrompere queste righe, nate come appunti per la recensione del libro, fino a renderle inutilizzabili a tale scopo e rinunciare, in ultima analisi, alla recensione stessa, per dilatarla-convertirla in una narrazione autobiografica. Significa, in altre parole, sputare fuori un altro ganglio, quello del mio incontro con il nero.
Allora ricomincio: sono stata ignorante, e razzista a causa di quella ignoranza. Sono ancora oggi residualmente razzista per la parte di residua ignoranza che mi affligge e che intendo obbligatoriamente colmare. Sono una razzista strutturale intersezionale. Da ciascuna delle mie identità: familiare, sociale, culturale, nazionale, di genere, desumo un pezzetto di quel razzismo inconscio, introiettato di default, da cui devo nettarmi. Cercherò di non commettere errori -terminologici o ideologici- di essere quanto più corretta e rispettosa possibile, ma so che scapperanno strafalcioni, offese inconsapevoli, indelicatezze urticanti, di cui chiedo anticipatamente venia. Sto per affondare le mani nella mia preistoria e non edulcorerò nulla. Portatemi pazienza: sono qui per imparare, partendo dai miei errori. Non scuso il mio razzismo strutturale, non mi faccio sconti, solo lo contestualizzo.
Eccomi ritornata la bimbetta al primo anno di elementari che incontra per la prima volta un nero.
Nonno è sarto. Una clientela variegata. Tra i più affezionati -è bravo, onesto e anche simpatico- ci sono tanti professionisti. Gente del Vomero, con i titoli di studio grossi e soldi. Qualcuno tra essi ha sperimentato la novità, diffusasi presto tra i pari come una moda, di assumere a servizio persone “importate” apposta da Capo Verde. Nonno annuncia che uno di questi pomeriggi la signora manderà in sartoria il suo capoverdiano a ritirare l’abito. Lui lo ha già incontrato a casa della signora, per l’appunto. Ne tesse le lodi: affabile, simpatico, “si vede che è una brava persona “-dice. Ne decanta anche l’aspetto: alto, bella presenza, veste “pulito pulito” - aggiunge. Ma, al di là della gentilezza d’animo e delle pregiate doti di artigiano, nonno resta un sarto semianalfabeta che dal suo vocabolario estrae l’unico termine in dotazione per definire quest’uomo: “tizzone”, pezzo di carbone. Dice proprio così: quello è di Capoverde, è ‘nu tizzone. Ragguaglia noi di casa, ci mette in guardia, probabilmente, per evitare che facciamo o diciamo cose sbagliate, dato che, tolto quel dettaglio, Francesco -così si chiama- "è tale e quale a noi". Il fascismo, per me bambina, era leggenda lontana nel tempo, un fatto di mille anni prima. Per i nonni, invece cosa recentissima, di ieri. Così le sue implicazioni, come l’essere obbligati ad ottemperare alle vigenti leggi razziali discriminando il prossimo in base anche al colore della pelle. Avranno avvertito distintamente sulle loro teste spirare lo zefiro di trepidazione nel compiere il gesto ovvio, naturale, di stringere la mano di un altro uomo diverso solo per il colore della pelle, gesto che solo qualche anno prima sarebbe stato disdicevole. Per fortuna, in casa nostra, ben più radicati di quel pessimo retaggio del ventennio di Musollino -come lo chiamava nonno- sopravvivevano, vivi e vitali, i precetti evangelici e l’uguaglianza tra gli esseri umani non era in discussione. L’affabilità con cui fu accolto Francesco ebbe più che altro il sapore autentico della cordialità tra persone della stessa condizione socioeconomica, perché, diciamo la verità, la ghettizzazione da noi si esauriva ancora e soprattuto nel vaglio della classe sociale di collocazione.
Rimaneva tanto lavoro da fare nel backstage, per così dire, al fine di affinare- anche nell'uso privato, domestico- la lingua del nonno. Ci arrivammo con il tempo e con lo zampino del destino, quando, per virtù di un’adozione internazionale, la famiglia acquisì un nuovo membro: un bambino venuto dal Brasile, anche egli, per un caso, battezzato Francesco. La gioia dei figli per un genitore è sempre gioia moltiplicata. La felicità dei nonni di fronte alla realizzazione del desiderio di maternità della figlia minore funzionò come un velo che si posò sui loro occhi, rendendoli daltonici al colore della pelle di quel piccolino. Magie dell’amore. Stupirsi dello stupore altrui. Indignarsi dell’ignoranza d'altri. Farsi il sangue amaro per le altrui indelicatezza e stupidità. Un abbecedario di aneddoti sul quale, a forza di bocconi al fiele e lottando contro le sue stesse lacune culturali, l’intera famiglia ha imparato il razzismo e ha costruito il suo claudicante, insufficiente, inadeguato antirazzismo. Sono stata ignorante e razzista. Per alcuni aspetti lo sono ancora. Per fortuna è un male reversibile. Per fortuna ho a portata di mano la cura. 
 

  I pubblicitari sanno cose di noi che noi stessi ignoriamo. Indagano a fondo nel pozzo delle nostre preferenze, raccolgono zelantemente le ...