I pubblicitari sanno cose di noi che noi stessi ignoriamo. Indagano a fondo nel pozzo delle nostre preferenze, raccolgono zelantemente le mollichine di cui disseminiamo i nostri percorsi digitali per profilarci come nemmeno nostra madre saprebbe e, poi, ficcarci, in una delle fette dei loro variopinti grafici a torta.
Fino a poche settimane fa mi consideravo uno dei pochi esemplari umani immune da tale pratica. Per via della mia “bastiancontrarietà” ero sicura di essere inclassificabile, non collocabile. Una ostinata “consumatrice consapevole” inespugnabile. Un osso duro in grado di schivare offerte, promozioni, campagne di propaganda, “caroselli” riguardanti le più svariate categorie merceologiche. Impermeabile a tutte le insidiose trappole dei cookie. Fino a poche settimane fa, appunto. Oggi, mi tocca rettificare. Non indosso alcun mantello dell’invisibilità. La soddisfazione di proclamare la mia nudità se l’è presa, come spesso accade, una delle mie figlie. Quella delle due che - avendo studiato advertising all’università- si occupa di marketing e strategie. Mi manda via wazzup la foto di un cartellone al centro del quale troneggia una mia coetanea, abbigliata, accessoriata, truccata e pettinata -diciamo così- secondo il mio gusto: quel moderno senza tempo e senza scuorno che vorrebbe proclamare anticonformismo ma -ne sono ben consapevole- si ispira e confluisce in certi immaginari parimenti codificati. La mia gemella pubblicitaria si gode, dall’alto del manifesto, una fetta -in questo caso non metaforica- di quella marca di provolone da sempre mio indiscusso “guilty pleasure”, sulla quale fetta troneggia la scritta “iconico” (guarda caso, una delle parole che utilizzo tanto smodatamente che, sempre dalla stessa figlia, mi è stata contingentata).
La pargoletta semplicemente mi scrive: “target dell’xxxxx (segue nome del prodotto) = tu”.
Eccomi là. Il Sig. xxxx mi ha sgamata.
In che modo questa premessa ci porta ad una riflessone sulle mie ultime letture? Ve lo starete chiedendo. Ci arriviamo, prometto.
Data l’agonia del più antico dei social, FB, sul quale abbiamo in questi anni recenti, argomentato con l’attenzione sempre tesa a stringare per esigenze di fruibilità e data la pausa che mi sono presa dalle recensioni affidate alla amata redazione che mi ha lungamente ospitata, alla quale dovevo una certa compostezza di stile, mi concedo, con questo pezzo, un ritorno all’antico mood da blogger. Divagare prolissa all’insegna del soggettivo senza morigeratezza (e senza virgole!). Questo è il programma.
E allora, ritorno alla faccenda della “targhettizzazione”, sulla quale ancora- mentre mi accingo a scegliere la prossima lettura- sto rimuginando. Sapevo di condividere con milioni di altri consumatori la passione per quel provolone. Mi immaginavo, però, parte di una moltitudine variegata, policroma, intergenerazionale, intersezionale. Mi ha turbato scoprirmi, al contrario, come il colore della poesia “tappeto” di Ungaretti, «che
si espande e si adagia
negli altri colori
Per essere più solo se lo guardi».
In altre parole, mi ha intristito la consapevolezza, dalla quale sono stata investita, non solo di esse inclusa in una bolla in ragione del parametro “età over anta” ma, se tanto mi dà tanto, soprattutto di restare esclusa da chissà quante altre delle quali i pubblicitari mi tengono lontana. È vero che i gusti sono gusti e l’intraprendenza personale a scovare novità può essere portentosa, ma è altrettanto incontrovertibilmente vero, a questo punto, che anche noi bastian contrari purtroppo ci nutriamo di desideri indotti. In altre parole, il dilemma: mi piace quel provolone per mia autonoma preferenza e solo per questa sono stata collocata nello spicchio con altre persone di cui condivido i gusti in fatto di prodotti caseari, le quali -per un puro caso- risultano mie fac-simile, o sono prima finita nello spicchio delle consumatrici ideali dove il brand del provolone pratica la pesca a strascico, e là mi sono persuasa – facendomi prendere all’ amo- che insieme alla montatura degli occhiali, il taglio di capelli, la maglietta con le righe e gli orecchini a bottone di resina colorata, “fosse alla me” anche il formaggio in questione, il dilemma -dicevo, è sciolto e delle due parrebbe più vera la seconda.
E però: mai sottovalutare la tigna degli “over anta”. La capa tosta e la fiducia che almeno davanti agli scaffali delle librerie dedicate alla letteratura recuperi la mia identità di lettrice e scelga libera di perdermi in qualsiasi genere di romanzo desideri, indipendentemente da parametri quali età, sesso, religione, provenienza geografica, professione, classe sociale. Nel negozio di libri entro in modalità allodola, là sono tutti specchietti che luccicano davanti ai miei occhi con la medesima intensità e appeal.
Non c’è regola che determini la scelta. Questa è l’unica regola.
Potrei inventarmi che, tra i due romanzi che contemporaneamente suscitavano il mio interesse, ho dato la priorità a “La vita giovane” di Mattia Insolia, edizioni Mondadori


perché mi è parso un buon test per sfatare eventuali pregiudizi legati all’età, chiusure generazionali, cose così: una lettrice classe 1968 e uno scrittore classe 1992 si intenderanno mai? Mentirei. Semplicemente ha prevalso la curiosità di verificare l’attendibilità delle voci che lo celebrano.
Vediamo, allora, com’è andata, con la precisazione che la seguente non è una recensione in senso stretto. Non mi sottraggo all’obiezione che sia poco organica. Non l’ho stilata, infatti, in un’unica volta a libro chiuso. La considero un esperimento. È una stratificazione di note buttate giù come istantanee che rendicontano lo stato della lettura tipo un work in progress, un live streaming. Un flusso di coscienza. Anzi di incoscienza, considerato che -occhio allo spoiler- ce ne vuole una certa dose per scrivere nero su bianco anche le cose che mi sono dispiaciute.
Allora, leviamoci ‘sto dente.
Cominciamo con il piede sbagliato, Insolia e io. In esergo, come benvenuto, mi accoglie una citazione da “Una vita come tante”, al primo posto tra i romanzi che ho apprezzato di meno nell’ ultimo decennio. La cosa un po’ mi indispone. La mia faccia mette su l’espressione scontrosa che sfoggio nelle grandi occasioni di antipatia a prima vista. Non sono, però, una che molla al primo ostacolo. L’ anzianità che vanto mi rammenta tutte le volte in cui nella vita ho ritrattato la prima impressione. Ci aggiungo pure ben 32 anni di esercizio indefesso della genitorialità, che significheranno pur qualcosa in fatto di acquisizione di duttilità e apertura mentale. Procedo, dunque. Avverto i lineamenti distendersi. Addirittura, accennare un sorriso quando Insolia mi cita la Lidl: faccende di legami famigliari/sentimentali miei. Ma la lettura è anche quella cosa là del coinvolgimento del lettore attraverso le vie più disparate.
Mi tocca tirare in ballo le emozioni, che sono il primo livello di approccio ad un libro.
È un romanzo generazionale, questo di Insolia. Parla della e alle mie figlie, che sono vicine, una per eccesso, l’altra per difetto alla soglia dei trenta. Che suggestioni ne posso trarre io, che da più di vent’anni non ho più vent’anni? Per me apre il capitolo delle prese di coscienza. È vero che l’interrogativo su cui si arrovella Insolia: “dove sono andati i nostri sogni”- usato come un ritornello scandito frequentissimamente nella narrazione- ha un vago sapore di banalità. Ed è altrettanto vero che è un dubbio transgenerazionale: se si indagasse a fondo sono sicura scopriremmo che continua ad excruciare , oltre i miei coetanei, anche i miei ottuagenari genitori. Diventa interessante e riconquista centralità -per me- nel momento in cui mi inchioda alla presa di coscienza della piena adultità dei trentenni, ovvero di persone tra le quali, come ho già detto, sono comprese le mie figlie, che razionalmente considero ormai adulti maturi, appunto, ma che sentimentalmente fatico a immaginare già nuotare nel mare magno del rimpianto.
Questa suggestione, profonda, e coinvolgente me la tengo stretta. La uso come spinta per superare ogni scoglio che mi si presenta. Tra essi includo le continue citazioni ed evocazioni del romanzo di Hanya Yanagihara, il cui fantasma mi sembra vincolare eccessivamente Insolia. Ne è influenzata la struttura narrativa de “la vita” che qui, da “come tante” si restringere a farsi solo “giovane” e ne è influenzato lo stile, tanto da condizionare (per me compromettere) l’esito della scrittura. Un sentimentalismo angoscioso si insinua tra le pagine fino a diventare estenuante nel momento in cui soverchia definitivamente la freschezza e la misura che si apprezzavano nelle fasi iniziali, dove l’attitudine di Insolia ricordava quella di Andrea De Carlo dei felici esordi.
Adduco prove:
• 1 «Crediamo che amare una persona, riversare su di lei tutto l’amore di cui siamo capaci, non solo sia sufficiente per essere amati a nostra volta, ma sia pure il regalo più grande che possiamo fare. Però non è così: a volte il nostro amore è sgradito, a volte è un fardello, ma siamo così concentrati su noi stessi, convinti di essere speciali, da non contemplarla, l’idea che l’amato possa non ricambiarci. Ogni parola d’amore che avevo soffiato su di lui lo aveva spinto lontano, sparpagliato nel vento come fiori di un dente di leone; io soffiavo su Nicolò i miei desideri, e il loro peso lo disuniva da me.» (pag. 305)
Bello, intenso, sentimentale? O uno di quegli elementi decorativi che fanno scena, colpiscono, sembra diano profondità, tant’è che spesso si sottolineano con entusiasmo, ma che, a osservarli con la lente d’ingrandimento, depotenziano e banalizzano?
• 2 «Piangeva. «Teo, non penso di poter stare con te» disse. Non “Teo, non posso stare con te”, non “Teo, non voglio stare con te”, non “Teo, non sono felice a stare con te”. Teo, non penso di poter stare con te. Non feci domande, annuii e basta: sapevo che quel momento sarebbe arrivato – l’ho detto. «Andiamo a casa tua» risposi invece. In via Torino riuscimmo a recuperare un taxi, e il viaggio lo facemmo in silenzio. Lui piangeva – il tassista lo studiava dallo specchietto –, io guardavo Milano, fuori dal finestrino. Arrivati, poi, ci sedemmo sul letto della sua camera – la coinquilina era fuori città –, quindi, piano, gli chiesi di spiegarmi. Le parole furono le stesse che aveva usato il mese precedente: si sentiva in gabbia, “non ce la faceva più”: ci aveva provato, disse, a far girare le cose e a vivere la relazione con spontaneità, serenità, ma non ci riusciva. Non potei che dirgli che era libero: lo sollevavo dal mio amore. Non piansi, e non mi arrabbiai, anzi lo consolai – singhiozzava come se la relazione la stessi finendo io. Non mi amava, e non potevo fargliene una colpa. Lo baciai per l’ultima volta, poi uscii dall’appartamento. Chiamai un taxi, ci mise un’eternità ad arrivare e a casa, infine, mi lasciai andare: come da ragazzino, avevo issato le mie palizzate con dentro tutto il dolore che stavo provando, e solo allora, seduto a terra, feci esplodere la diga. Avrei dovuto svuotare Milano della sua presenza. Riprendere a dormire al centro del letto, non più sul lato sinistro. Capire come liberarmi dei minuscoli gesti di lui che avevo fatto miei. Lasciar andare alla corrente prima i ricordi felici assieme a lui, poi il dolore per la perdita – presto mi sarei accorto di tenerla stretta, quella sofferenza; provarla mi dava l’impressione di avere ancora lui con me. Pezzo dopo pezzo, però, ci sarei riuscito: mi sarei liberato del suo fantasma. E con me sarebbe rimasto solo un senso inafferrabile di possibilità: cosa saremmo stati, io e Nicolò, se, all’inizio di noi stessi, la vita non ci avesse un po’ traditi? Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo»
Si piange troppo, in questo libro. Ma non è questo il peccato. Il vero neo è che le lacrime non sono verosimili. Suonano piuttosto di maniera.
Sono cosciente del crack prodotto dalla mia uscita.
«Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.
Poi presi l’altra».
Lasciatami alle spalle la via del consenso incondizionato, dell’ovazione entusiasta, mi sono incamminata sul sentiero scivoloso dei dubbi e delle verifiche. Giuro, però, di non agire con animo bellicoso o propositi di bocciature inappellabili. Soprattutto non intendo discreditare il lavoro di Insolia o mettere in dubbio il suo talento. Lungi da me, infine, il proposito di dissuadere chicchessia da leggere il romanzo. I panni della stroncatrice, insomma, non mi calzano, né sono i miei preferiti e non intendo qui vestirli per la prima volta.
Dico solo che non condivido il gusto di Insolia – che si evidenzia soprattutto nelle derive di certi dialoghi- per il mood da dramma adolescenziale (americano). Di tanto in tanto, quando strafanno, ai suoi personaggi rivolgerei l’invito che mi è capitato di indirizzare alle mie figlie e ai loro amici durante la fase liceo-università: non fate i poser.
Insolia, ha inscenato, come si evidenzia nel passo riportato sopra -analogo a molti altri per costruzione e lingua- un tipo di emotività tanto melensa e sovrabbondante sotto il profilo stilistico quanto nichilista e totalizzante sotto quello psicologico, molto vicina alla sofferenza da cui è irreparabilmente afflitto Jude di “Una vita come tante”.
«Lo sollevavo dal mio amore». Sinceramente, fatico a immaginare qualcuno esprimersi nella realtà e nel contemporaneo così leziosamente e un tale compiacimento tragico.
Il nodo su come vada calcolata la teatralità in un romanzo per me resta centrale. L’enfatico della trama e del sottotesto è il gancio a cui si ancorano i lettori per decretare “la bellezza” di un libro. Un plot “abbondante” e “addolorato” è sempre accolto con estremo favore. Vibra nell’intimo, fa sognare. E quanto può essere romantica e appagante la sofferenza posticcia, che è giocosa afflizione fittizia e transitoria? Non si bada a quanto lo stile, il ritmo, l’organicità, l’equilibrio della struttura e la verosimiglianza nella resa soprattutto dei dialoghi, risentano del plateale, che è la dimensione dove si urla più che parlare, si geme singhiozzando più che piangere, dove, insomma, tutto è fuori scala. Quando ci si nutre dell’intreccio, sul tutto il resto si preferisce sorvolare.
Per quanto riguarda me, fermo restando che dei “gustibus non disputandum est” sia quando si scrive che quando si legge, non mi sento di attraversare le pagine de “La vita giovane” con il piglio dell’aviatore: non riesco a passare pacificamente sopra le cose che non mi hanno convinta.



