sabato 11 aprile 2026

Mark Rothko Annie Cohen-Solal A Palazzo Strozzi ( Firenze) è in corso una mostra su Rothko. Confesso di essermi stupita della mia ignoranza. Celebrato sui media non tanto per la sua arte, quanto per la sua popolarità, mi sono colpevolizzata per questa grave lacuna e come il mio solito, dopo essermi flagellata, mi sono attivata. Sempre caro mi fu quest' algoritmo che pare leggerti nel pensiero e che subito è venuto in mio soccorso suggerendomi questo testo. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una biografia. È -come dicono quelli bravi- un ibrido. Non di facile approccio, non sempre scorrevole, ma che, in ogni caso rimane lontano -Viva Iddio!- dai livelli di astrusità cui ci aveva piegato "l' Argan" del liceo. Una lettura proficua (trovatene una che non lo sia!). La biografia di Rothko è un manifesto politico. Legge la genesi di un istinto artistico attraverso le origini ebree-russe, attraverso un legame mai reciso con l' identità europea, collocarla nello sviluppo della storia dei movimenti artistici americani illuminando benissimo gli scenari politici e sociologici statunitensi, è stato un viaggio arricchente. Ho scoperto Rotko e anche l' acqua calda: ovvero che gli USA non smetterà mai di essere un nido di WASP chiuso in una ideologia protezionista, colonialista, razzista e suprematista.
E. L. Doctorow Homer & Langley. E che vi Devo dire? Questo non è un consiglio di lettura. Piuttosto si tratta dell' ennesima dichiarazione d'amore manifesta e spudorata verso Doctorow. Nell' ambito di un "commentario" su bacheca amica ( non riesco a ricostruire la faccenda con precisione, ma ricordo con chiarezza che ci sta di mezzo il prezioso Giuseppe Quaranta), si è accennato al romanzo "Homer & Langley". Doctorow è uno di quei romanzieri con la R più che maiuscola, eppure mi ero presa per strada un suo capolavoro. Ricordo bene la morte di Doctorow. L'appresi dai giornali mentre viaggiavo da Procida a Napoli alla fine delle vacanze estive. Avevo appena chiuso " la coscienza di Andrew". Una circostanza che fece riecheggiare più acutamente in me il dispiacere e la consapevolezza della immensa perdita. Homer & Langley è la storia sotto forma di epistola, narrata in prima persona da Homar -il fratello cieco- di due giovani rimasti orfani e poi prigionieri nella borghesissima casa di famiglia a New York . Non potrei mai rendervi a parole la grandezza del tocco di Doctorow. La Grande Mela è un trompe-l'oeil discreto ma di pregnante consistenza che evolve alle spalle dei protagonisti ( che maestro è Doctorow quando ha tra le mani New York!) mentre Homer ( lucidamente) e Langley ( preda della sua lucida sconnessione) scoloriscono via via nel corso degli anni, chiusi tra le pareti dell' avita casa di famiglia, vittime di quello che oggi si definisce "barbonaggio domestico". Un romanzo malinconico. Un romanzo che sedimenta con levità. Un romanzo bellissimo.

sabato 14 marzo 2026

Io, me e le cose

Da cosa nasce cosa. Questo pezzo germoglia da un rimuginio che mi sono portata dietro per l’intera settimana, suscitatomi da uno scambio di pareri su fb con V., interlocutore prezioso, che stimo molto per intelligenza, preparazione e gusti. La scintilla si è originata dal breve post che ho dedicato a “L’idiota di famiglia” di Dario Ferrari, Sellerio editore Palermo. Opportunamente lo riporto: «Un grandissimo incondizionato sì. Non è quello di Da Vinci, ma ha grandi possibilità di diventare “un per sempre”. Esiste il romanzo perfetto? Domanda delle domande. Direi che la perfezione è quella cosa che spaventa e incute soggezione. Non volendo recare danni a Ferrari, perciò, non mi azzardo a dire che “L’idiota di famiglia” sia quel romanzo. Lo lascio intendere, però. È un libro superbo. Ogni elemento, dall’ impalcatura al plot, dalla lingua al ritmo è calibrato con grande sapienza per un risultato estremamente convincente. Si possono gestire le emozioni, i sentimenti, i grandi momenti di frattura (dolore) della vita con tatto, lucidità, ironia, profondità, senza essere pedanti, pesanti, zelanti nel tentativo di dimostrare la propria bravura? La risposta per quanto riguarda questo libro è sì. Quando la scrittura procede così disinvolta, può portarti ovunque, in qualsiasi territorio e soprattutto riesce a farlo assicurandoti un grande appagamento. Qui c’è tutto quello che cerchi in un romanzo, che tradotto sarebbe: il piacere puro di leggere.» Concordiamo, V. ed io, sulla bellezza del prologo. Folgorante. Da manuale: vivace, ironico, anzi proprio divertente, intelligente, condivisibile anche il topic su cui si concentra. Il mio entusiasmo travalica la parte introduttiva e si estende all’intero romanzo. Consenso pieno, incondizionato. Convinta al 100%, promuovo a pieni voti Ferrari. Non così V., il quale esterna la sua delusione, scrivendo che, prologo a parte, si aspettava di più nella scelta del tema trattato. Un personaggio così, argomenta, meritava di più della solita storia italiana del ritorno al borgo natìo e alla famiglia. Per V. il punto è, dunque, se capisco bene, l’estro dello scrittore. L’ originalità del contenuto. Convengo con lui sul fatto che la trama potrebbe essere “scontata”. Per quanto condivida l’obiezione, non riesco a distogliermi dall’elemento scrittura. Perciò, persisto sulla mia rotta: i temi de “L’idiota di famiglia” sono quelli contemporanei per definizione, certamente molto battuti. Problemi che ci accomunano un po’ tutti: genitori da accudire, bilanci di vita, storici, anche ideologici... Qui, sono trattati con grande sapienza e senza toni da dilemma. In scioltezza. C’è, ad esempio, il momento dell’aborto, che mi ha molto colpito. La voce di lui -protagonista e narratore- si addentra in un momento della dinamica di coppia nevralgico, cruciale. Amministrare un tale dolore, tradizionalmente squilibrato dalla parte della donna non è facile. Ci vuole una grande cura. Ferrari ha dimostrato di possederne nella giusta dose. Mio modestissimo parere: in questo momento, in Italia, Ferrari è tra i primi cinque scrittori per bravura. Toccherà aspettare la sua prossima prova, vedere come se la gioca e solo allora decretare la direzione, in alto o verso, del pollice. Per ragioni di tempi ristretti e impegni da assolvere non ho potuto approfondire la questione quanto desideravo. Ho premesso che V. è acuto, competente. Aggiungo che è altresì molto garbato e di toni mai livorosi o prevaricanti. Intrattenersi a ragionare con lui è sempre una esperienza arricchente. Anche questa volta ha piantato un seme. Se ci ritorno ora non è per esprit de l’escalier. Nessuna coda polemica. La chiacchierata, come dicevo, mi ha infilato una pulce nell’orecchio. Non c’è dubbio – e se ne discute sovente- che l’editoria quando trova una vena estrattiva promettente la sfrutta fino all’esaurimento. Si sfornano, fino a saturarne il mercato, libri simili per materia solitamente pubblicizzati come attesi, necessari, imprescindibili, definitivi. Sugli scaffali si fanno concorrenza le edizioni blasonate e le “sottomarche”. (Scorrettezza mia, naturalmente, parlare di originali/marche e di imitazioni/sottomarche. Lascia intendere uno scarto qualitativo tra i primi e i secondi che non sussiste, capitando, anzi, che a livello artigianale-indipendente siano intercettate chicche -in termini di originalità e sperimentazione- che a livello “industriale” si rinuncia a cogliere.) Piuttosto, la famosa pulce, che continua a far casino nel mio orecchio, mi pungola sulla sovrabbondanza di offerte su temi identici affinché io verifichi se e come questa situazione incida su di me lettrice. C’è chi demoralizzato, desiste assaggio dopo assaggio, nella convinzione che “ormai niente valga la pena”, abbandonando del tutto la lettura o tradendo la narrativa per la saggistica. C’è chi si trasforma in un segugio ossessionato dalla ricerca della pepita d’oro da record. E io? Veramente mi sono evoluta nella versione “post manierista” di una lettrice generalista media, attaccata solo alla forma?” Non ho appena lanciato -con questo interrogativo- un boomerang. Non sto ritrattando il giudizio positivo sull’ultimo di Ferrari. Non è certamente a lui che mi riferisco tirando in ballo il manierismo. Questo è lo spazio dove inserisco le formule assolutorie: per Ferrari, in quanto il fatto non sussiste, per la sottoscritta perché non amo le zone di conforto che ingannino, ingabbino e limitino. Rifiuto di riconoscermi nell’identikit tracciato innanzi. La lettura resta il luogo dove posso sperimentare i miei gusti lanciandomi nel vuoto senza reti. Azzardo, a questo punto, uno dei miei salti. Apro il file “romanzi sui ritorni al natio borgo -metaforici o reali, spaziali o temporali-, sulla regressione al ruolo di figli nella declinazione nuovissima e attuale dell’inversione dei ruoli da prole accudita ad accudente”. Oltre a “L’idiota di famiglia”, ottimo anche “Cose Umane”, di Antonio Pascale, Einaudi editore. La dimostrazione che si possono fare preparazioni originali anche con gli stessi ingredienti di base. Sto per chiudere il file quando mi balza alla mente “Le occasioni di Giovanna” di Claudio Morandini, edizioni Nottetempo. Il buon Antonio Di Pietro avrebbe tuonato: “che c’azzecca?” Non lo so ancora, ma forse vale la pena di indagare la suggestione. Si può entrare da una porta laterale in casa di una pensionata, nell’intimità della sua vedovanza, nel restringimento/involuzione del suo ruolo materno, nella routine libera da obblighi sociali consolidati ma vincolata al passo obbligato dalla nuova età? Le stramberie, gli abbagli, le perseveranze, le strategie di sopravvivenza, il rapporto con il figlio e i coetanei. C’è tutto della vita dei nostri genitori e di noi figli nell’astratto ritorno a casa de “Le occasioni di Giovanna”. Con un rigore stilistico/linguistico ineccepibile, Claudio Morandini, a parer mio, è riuscito da un’angolazione insolita a realizzare questa bizzarria.

giovedì 12 marzo 2026

 I pubblicitari sanno cose di noi che noi stessi ignoriamo. Indagano a fondo nel pozzo delle nostre preferenze, raccolgono zelantemente le mollichine di cui disseminiamo i nostri percorsi digitali per profilarci come nemmeno nostra madre saprebbe e, poi, ficcarci, in una delle fette dei loro variopinti grafici a torta.

Fino a poche settimane fa mi consideravo uno dei pochi esemplari umani immune da tale pratica. Per via della mia “bastiancontrarietà” ero sicura di essere inclassificabile, non collocabile. Una ostinata “consumatrice consapevole” inespugnabile. Un osso duro in grado di schivare offerte, promozioni, campagne di propaganda, “caroselli” riguardanti le più svariate categorie merceologiche. Impermeabile a tutte le insidiose trappole dei cookie. Fino a poche settimane fa, appunto. Oggi, mi tocca rettificare. Non indosso alcun mantello dell’invisibilità. La soddisfazione di proclamare la mia nudità se l’è presa, come spesso accade, una delle mie figlie. Quella delle due che - avendo studiato advertising all’università- si occupa di marketing e strategie. Mi manda via wazzup la foto di un cartellone al centro del quale troneggia una mia coetanea, abbigliata, accessoriata, truccata e pettinata -diciamo così- secondo il mio gusto: quel moderno senza tempo e senza scuorno che vorrebbe proclamare anticonformismo ma -ne sono ben consapevole- si ispira e confluisce in certi immaginari parimenti codificati. La mia gemella pubblicitaria si gode, dall’alto del manifesto, una fetta -in questo caso non metaforica- di quella marca di provolone da sempre mio indiscusso “guilty pleasure”, sulla quale fetta troneggia la scritta “iconico” (guarda caso, una delle parole che utilizzo tanto smodatamente che, sempre dalla stessa figlia, mi è stata contingentata).
La pargoletta semplicemente mi scrive: “target dell’xxxxx (segue nome del prodotto) = tu”.
Eccomi là. Il Sig. xxxx mi ha sgamata.
In che modo questa premessa ci porta ad una riflessone sulle mie ultime letture? Ve lo starete chiedendo. Ci arriviamo, prometto.
Data l’agonia del più antico dei social, FB, sul quale abbiamo in questi anni recenti, argomentato con l’attenzione sempre tesa a stringare per esigenze di fruibilità e data la pausa che mi sono presa dalle recensioni affidate alla amata redazione che mi ha lungamente ospitata, alla quale dovevo una certa compostezza di stile, mi concedo, con questo pezzo, un ritorno all’antico mood da blogger. Divagare prolissa all’insegna del soggettivo senza morigeratezza (e senza virgole!). Questo è il programma.
E allora, ritorno alla faccenda della “targhettizzazione”, sulla quale ancora- mentre mi accingo a scegliere la prossima lettura- sto rimuginando. Sapevo di condividere con milioni di altri consumatori la passione per quel provolone. Mi immaginavo, però, parte di una moltitudine variegata, policroma, intergenerazionale, intersezionale. Mi ha turbato scoprirmi, al contrario, come il colore della poesia “tappeto” di Ungaretti, «che
si espande e si adagia

negli altri colori

Per essere più solo se lo guardi».
In altre parole, mi ha intristito la consapevolezza, dalla quale sono stata investita, non solo di esse inclusa in una bolla in ragione del parametro “età over anta” ma, se tanto mi dà tanto, soprattutto di restare esclusa da chissà quante altre delle quali i pubblicitari mi tengono lontana. È vero che i gusti sono gusti e l’intraprendenza personale a scovare novità può essere portentosa, ma è altrettanto incontrovertibilmente vero, a questo punto, che anche noi bastian contrari purtroppo ci nutriamo di desideri indotti. In altre parole, il dilemma: mi piace quel provolone per mia autonoma preferenza e solo per questa sono stata collocata nello spicchio con altre persone di cui condivido i gusti in fatto di prodotti caseari, le quali -per un puro caso- risultano mie fac-simile, o sono prima finita nello spicchio delle consumatrici ideali dove il brand del provolone pratica la pesca a strascico, e là mi sono persuasa – facendomi prendere all’ amo- che insieme alla montatura degli occhiali, il taglio di capelli, la maglietta con le righe e gli orecchini a bottone di resina colorata, “fosse alla me” anche il formaggio in questione, il dilemma -dicevo, è sciolto e delle due parrebbe più vera la seconda.
E però: mai sottovalutare la tigna degli “over anta”. La capa tosta e la fiducia che almeno davanti agli scaffali delle librerie dedicate alla letteratura recuperi la mia identità di lettrice e scelga libera di perdermi in qualsiasi genere di romanzo desideri, indipendentemente da parametri quali età, sesso, religione, provenienza geografica, professione, classe sociale. Nel negozio di libri entro in modalità allodola, là sono tutti specchietti che luccicano davanti ai miei occhi con la medesima intensità e appeal.
Non c’è regola che determini la scelta. Questa è l’unica regola.
Potrei inventarmi che, tra i due romanzi che contemporaneamente suscitavano il mio interesse, ho dato la priorità a “La vita giovane” di Mattia Insolia, edizioni Mondadori

perché mi è parso un buon test per sfatare eventuali pregiudizi legati all’età, chiusure generazionali, cose così: una lettrice classe 1968 e uno scrittore classe 1992 si intenderanno mai? Mentirei. Semplicemente ha prevalso la curiosità di verificare l’attendibilità delle voci che lo celebrano.
Vediamo, allora, com’è andata, con la precisazione che la seguente non è una recensione in senso stretto. Non mi sottraggo all’obiezione che sia poco organica. Non l’ho stilata, infatti, in un’unica volta a libro chiuso. La considero un esperimento. È una stratificazione di note buttate giù come istantanee che rendicontano lo stato della lettura tipo un work in progress, un live streaming. Un flusso di coscienza. Anzi di incoscienza, considerato che -occhio allo spoiler- ce ne vuole una certa dose per scrivere nero su bianco anche le cose che mi sono dispiaciute.
Allora, leviamoci ‘sto dente.
Cominciamo con il piede sbagliato, Insolia e io. In esergo, come benvenuto, mi accoglie una citazione da “Una vita come tante”, al primo posto tra i romanzi che ho apprezzato di meno nell’ ultimo decennio. La cosa un po’ mi indispone. La mia faccia mette su l’espressione scontrosa che sfoggio nelle grandi occasioni di antipatia a prima vista. Non sono, però, una che molla al primo ostacolo. L’ anzianità che vanto mi rammenta tutte le volte in cui nella vita ho ritrattato la prima impressione. Ci aggiungo pure ben 32 anni di esercizio indefesso della genitorialità, che significheranno pur qualcosa in fatto di acquisizione di duttilità e apertura mentale. Procedo, dunque. Avverto i lineamenti distendersi. Addirittura, accennare un sorriso quando Insolia mi cita la Lidl: faccende di legami famigliari/sentimentali miei. Ma la lettura è anche quella cosa là del coinvolgimento del lettore attraverso le vie più disparate.
Mi tocca tirare in ballo le emozioni, che sono il primo livello di approccio ad un libro.
È un romanzo generazionale, questo di Insolia. Parla della e alle mie figlie, che sono vicine, una per eccesso, l’altra per difetto alla soglia dei trenta. Che suggestioni ne posso trarre io, che da più di vent’anni non ho più vent’anni? Per me apre il capitolo delle prese di coscienza. È vero che l’interrogativo su cui si arrovella Insolia: “dove sono andati i nostri sogni”- usato come un ritornello scandito frequentissimamente nella narrazione- ha un vago sapore di banalità. Ed è altrettanto vero che è un dubbio transgenerazionale: se si indagasse a fondo sono sicura scopriremmo che continua ad excruciare , oltre i miei coetanei, anche i miei ottuagenari genitori. Diventa interessante e riconquista centralità -per me- nel momento in cui mi inchioda alla presa di coscienza della piena adultità dei trentenni, ovvero di persone tra le quali, come ho già detto, sono comprese le mie figlie, che razionalmente considero ormai adulti maturi, appunto, ma che sentimentalmente fatico a immaginare già nuotare nel mare magno del rimpianto.
Questa suggestione, profonda, e coinvolgente me la tengo stretta. La uso come spinta per superare ogni scoglio che mi si presenta. Tra essi includo le continue citazioni ed evocazioni del romanzo di Hanya Yanagihara, il cui fantasma mi sembra vincolare eccessivamente Insolia. Ne è influenzata la struttura narrativa de “la vita” che qui, da “come tante” si restringere a farsi solo “giovane” e ne è influenzato lo stile, tanto da condizionare (per me compromettere) l’esito della scrittura. Un sentimentalismo angoscioso si insinua tra le pagine fino a diventare estenuante nel momento in cui soverchia definitivamente la freschezza e la misura che si apprezzavano nelle fasi iniziali, dove l’attitudine di Insolia ricordava quella di Andrea De Carlo dei felici esordi.
Adduco prove:
• 1 «Crediamo che amare una persona, riversare su di lei tutto l’amore di cui siamo capaci, non solo sia sufficiente per essere amati a nostra volta, ma sia pure il regalo più grande che possiamo fare. Però non è così: a volte il nostro amore è sgradito, a volte è un fardello, ma siamo così concentrati su noi stessi, convinti di essere speciali, da non contemplarla, l’idea che l’amato possa non ricambiarci. Ogni parola d’amore che avevo soffiato su di lui lo aveva spinto lontano, sparpagliato nel vento come fiori di un dente di leone; io soffiavo su Nicolò i miei desideri, e il loro peso lo disuniva da me.» (pag. 305)
Bello, intenso, sentimentale? O uno di quegli elementi decorativi che fanno scena, colpiscono, sembra diano profondità, tant’è che spesso si sottolineano con entusiasmo, ma che, a osservarli con la lente d’ingrandimento, depotenziano e banalizzano?

• 2 «Piangeva. «Teo, non penso di poter stare con te» disse. Non “Teo, non posso stare con te”, non “Teo, non voglio stare con te”, non “Teo, non sono felice a stare con te”. Teo, non penso di poter stare con te. Non feci domande, annuii e basta: sapevo che quel momento sarebbe arrivato – l’ho detto. «Andiamo a casa tua» risposi invece. In via Torino riuscimmo a recuperare un taxi, e il viaggio lo facemmo in silenzio. Lui piangeva – il tassista lo studiava dallo specchietto –, io guardavo Milano, fuori dal finestrino. Arrivati, poi, ci sedemmo sul letto della sua camera – la coinquilina era fuori città –, quindi, piano, gli chiesi di spiegarmi. Le parole furono le stesse che aveva usato il mese precedente: si sentiva in gabbia, “non ce la faceva più”: ci aveva provato, disse, a far girare le cose e a vivere la relazione con spontaneità, serenità, ma non ci riusciva. Non potei che dirgli che era libero: lo sollevavo dal mio amore. Non piansi, e non mi arrabbiai, anzi lo consolai – singhiozzava come se la relazione la stessi finendo io. Non mi amava, e non potevo fargliene una colpa. Lo baciai per l’ultima volta, poi uscii dall’appartamento. Chiamai un taxi, ci mise un’eternità ad arrivare e a casa, infine, mi lasciai andare: come da ragazzino, avevo issato le mie palizzate con dentro tutto il dolore che stavo provando, e solo allora, seduto a terra, feci esplodere la diga. Avrei dovuto svuotare Milano della sua presenza. Riprendere a dormire al centro del letto, non più sul lato sinistro. Capire come liberarmi dei minuscoli gesti di lui che avevo fatto miei. Lasciar andare alla corrente prima i ricordi felici assieme a lui, poi il dolore per la perdita – presto mi sarei accorto di tenerla stretta, quella sofferenza; provarla mi dava l’impressione di avere ancora lui con me. Pezzo dopo pezzo, però, ci sarei riuscito: mi sarei liberato del suo fantasma. E con me sarebbe rimasto solo un senso inafferrabile di possibilità: cosa saremmo stati, io e Nicolò, se, all’inizio di noi stessi, la vita non ci avesse un po’ traditi? Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo»
Si piange troppo, in questo libro. Ma non è questo il peccato. Il vero neo è che le lacrime non sono verosimili. Suonano piuttosto di maniera.
Sono cosciente del crack prodotto dalla mia uscita.
«Due strade divergevano in un bosco giallo

e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe

ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo

a guardarne una fino a che potei.

Poi presi l’altra».
Lasciatami alle spalle la via del consenso incondizionato, dell’ovazione entusiasta, mi sono incamminata sul sentiero scivoloso dei dubbi e delle verifiche. Giuro, però, di non agire con animo bellicoso o propositi di bocciature inappellabili. Soprattutto non intendo discreditare il lavoro di Insolia o mettere in dubbio il suo talento. Lungi da me, infine, il proposito di dissuadere chicchessia da leggere il romanzo. I panni della stroncatrice, insomma, non mi calzano, né sono i miei preferiti e non intendo qui vestirli per la prima volta.
Dico solo che non condivido il gusto di Insolia – che si evidenzia soprattutto nelle derive di certi dialoghi- per il mood da dramma adolescenziale (americano). Di tanto in tanto, quando strafanno, ai suoi personaggi rivolgerei l’invito che mi è capitato di indirizzare alle mie figlie e ai loro amici durante la fase liceo-università: non fate i poser.
Insolia, ha inscenato, come si evidenzia nel passo riportato sopra -analogo a molti altri per costruzione e lingua- un tipo di emotività tanto melensa e sovrabbondante sotto il profilo stilistico quanto nichilista e totalizzante sotto quello psicologico, molto vicina alla sofferenza da cui è irreparabilmente afflitto Jude di “Una vita come tante”.
«Lo sollevavo dal mio amore». Sinceramente, fatico a immaginare qualcuno esprimersi nella realtà e nel contemporaneo così leziosamente e un tale compiacimento tragico.
Il nodo su come vada calcolata la teatralità in un romanzo per me resta centrale. L’enfatico della trama e del sottotesto è il gancio a cui si ancorano i lettori per decretare “la bellezza” di un libro. Un plot “abbondante” e “addolorato” è sempre accolto con estremo favore. Vibra nell’intimo, fa sognare. E quanto può essere romantica e appagante la sofferenza posticcia, che è giocosa afflizione fittizia e transitoria? Non si bada a quanto lo stile, il ritmo, l’organicità, l’equilibrio della struttura e la verosimiglianza nella resa soprattutto dei dialoghi, risentano del plateale, che è la dimensione dove si urla più che parlare, si geme singhiozzando più che piangere, dove, insomma, tutto è fuori scala. Quando ci si nutre dell’intreccio, sul tutto il resto si preferisce sorvolare.
Per quanto riguarda me, fermo restando che dei “gustibus non disputandum est” sia quando si scrive che quando si legge, non mi sento di attraversare le pagine de “La vita giovane” con il piglio dell’aviatore: non riesco a passare pacificamente sopra le cose che non mi hanno convinta.


mercoledì 9 novembre 2022

Non è un pranzo di gala


Novembre 2022

📝📂Appunti molto random - al limite del plausibile- su "Non è un pranzo di gala" di Alberto Prunetti 

1️⃣💸📚 come si traduce nei fatti il detto:" fattela con chi è meglio di te e fance 'e spese"?

Nel caso in cui "chi è meglio 'e te" sia un letterato, significa mettere mano al portafoglio e investire in libri. I testi suggeriti da uno scrittore sono sempre briciole utili al pollicino di turno per trovare la strada di casa, ovvero percorrere il sentiero del sapere... "Fatte non foste..." Ecc. Ecc. L'autore cita...e tu...accatt' 'o libro citato. (Prunetti mi sta facendo un bel danno)😀

2️⃣ 🤔🤯leggere un libro come questo di Prunetti che è un saggio autofictional ( esiste questo genere?) significa innestare un percorso turbinante di riflessioni che creano intorno al libro una metanarrazione autobiografica.

Si parte dal dargli sempre ragione, all'autore, e si finisce per esclamare:-" la penso esattamente così!" ad ogni riga. L'ipertrofia dell'ego, in questo caso, sguazza che un piacere.

3️⃣🗯️💬🚩leggere "non è un pranzo di gala" significa ritornare sull'ideologizzazione del reale, tutto il reale, anche quello che verrà trasposto in finzione.

Allora, con la consapevolezza che altri già si stanno lambiccando sull'argomento da un po', è il tuo turno di chiederti:-" la crisi del romanzo borghese nasce dalla crisi della borghesia?" Ma che brava molvettina, che arriva per ultima al punto e pretende l'applauso.
Il problema è piuttosto questa pressoché universale finzione di essere borghesi che si trascina perché tutti noi non vogliamo dismettere, ora che il pret-a -manger ce li ha messi nei piatti a prezzi abbordabili, i costumi borghesi, i luoghi comuni borghesi che pratichiamo quotidianamente, la lingua borghese che abbiamo passato anni ad affinare, calibrando i congiuntivi e la consecutio nell'aspirazione "a parlare bene" come ottemperanza al monito ancestrale che i genitori ci hanno rivolto fin dalla culla :-" parla bene, a mamma!". Insomma siamo figli di un massiccio programma di "medium class wash" e ne rimaniamo ingabbiati dentro.

4️⃣🤹🏻‍♀️🤸🏻‍♀️ Leggere Prunetti è, sempre, fin dalla prima riga, un fatto personale. Faccenda identitaria e anche altro.
Non solo perché condividiamo il comune background di figli della working class.
Non solo perché sposo in toto il pensiero di Prunetti riguardo la necessità di una letteratura working class che non si rivolga alla classe media al fine di regalarle un"safari nella povertà delle classi subalterne", una lettura working class che non sia apocrifa, che venga, cioè, da chi alla classe lavoratrice non appartiene e che probabilmente non ha neanche mai visto da vicino in vita sua, ma anche perché di Prunetti condivido i gusti letterari. Non ho letto tutte le opere che cita e invita a leggere nel corso del libro e nell'appendice, ne ho, però parecchie al mio attivo. La presenza nell'elenco di alcuni testi che  considero fondamentali nella mia formazione, mi hanno fatto trillare di gioia. 

Le ceneri di Angela McCourt 

Chiedi alla polvere Fante 

Autunno di Ali Smith

Il taglio Cartwright

La straniera Durastanti

Manodopera Eltit

Gli Anni di Ernaux

Ipotesi di una sconfinata Falco

Amatissima Morrison

Read or dead Peace

Simon Wail

La storia di Shuggie Bain Stuart Douglas

Solo per indicare quelli mi vengono in mente immediatamente

5️⃣🤬😤 Solo il capitoletto dedicato ad Acciaio di Silvia Avallone per me vale il prezzo del biglietto. Prunetti da voce , con la sua competenza, con chiarezza e in maniera inequivocabile, a tutte le perplessa che mi porto dentro da dieci anni circa il peggiore romanzo che abbia mai letto ( rettifico: che sia mai stato pubblicato) a proposito della classe operaia.  Ogni singola pagina di Acciaio fu per me una stilettata prima ancora che al cuore, al fegato.
Leggevo la rappresentazione caricaturale di queste "bestie" e pensavo a mio padre, ai suoi colleghi, a me, a mio fratello e ai figli dei colleghi di papà, piegati sui libri comprati con i sudati risparmi, frutto di rigorose economie domestiche, e mi ribollivano le viscere davanti a quella narrazione falsificata che inquadrava gli operai come drogati, dediti all'alcool e alle serate in discoteca: ma chi cavolo aveva o soldi da buttare nei maledetti stravizi?

6️⃣ 📝🖋️📔 Le riflessioni sullo stile, il linguaggio e la forma più adatte per una narrazione working class sono molto, molto interessanti. Utili per chi voglia scrivere, per chi voglia giudicare i testi in cui si imbatte, per chi abbia anche la velleità di lanciarsi in riflessioni, in ripensamenti di carattere politico.

7️⃣⚠️🔈 Se non si è capito il libro di Prunetti non solo mi è piaciuto. Mi è entrato sotto pelle. Trovo che la formula tra inchiesta, racconto autobiografico e pampleth di denuncia che egli ha escogitato sia azzeccatissima e dia frutti superlativi nell'entrare nel mondo proletario attraverso la migliore delle porte possibili. 

martedì 1 giugno 2021

ganglio 48

Quante immagini nel dimenticatoio attendono un impulso per rispuntare e colpire al cuore. 
Mia madre -sempre lei- è in perenne dismissione. La casa è piccola, questa la sua scusa. Prima di acquistare un nuovo spillo -dopo 54 anni di matrimonio, quando della tua vita non puoi più cambiare molto per sopravvenuta vecchiaia, l'unico esercizio di fantasiosa libertà che puoi concederti è rinnovare ciò su cui i tuoi occhi si posano, onde cercare l'ebbrezza di comporre una variante del tuo panorama quotidiano- devi disfarti di quello in uso. È vero anche, però, che dopo 54 anni sei combattuta e restia dal gettare via le cose comprate con grandi sacrifici e custodite con amore. Mia madre sempre chiede prima se io le voglia. Sono figlia sua, dunque non sarò mai un'accumulatrice seriale. Anche io faccio come nella famosa scenda del treno in cui Totò, al quale il compagno di viaggio passava i bagagli affinché li sistemasse nello scompartimento, li gettava via dal finestrino creando spazio. Però a volte mi lascio abbindolare dalle proposte di mamma. L'ultima è stata una coperta di piquet verde, che intende sostituire con una moderna trapuntina. Ho fatto bene ad acconsentire, così, a scatola chiusa, non avendo alcuna idea, in realtà, del copriletto al quale si riferisse.
Stupore, gioia infantile, incredulità.
Accarezzando il piquet, i polpastrelli non hanno semplicemente recuperato la sagoma di un disegno ben noto. Ripercorrendo i rilievi bianchi delle margherite adagiate sulla trama verde pallido del tessuto, le mani hanno sperimentato la contentezza irrefrenabile di poter scorrazzare su quel prato amatissimo, nascosto, chissà perché, nei meandri della memoria, ancora e ancora.
In giugno, annualmente e puntuale, quel giardino rifioriva sul lettone dei miei genitori. Leggero, fresco, tenue e delicato. L' aiuola prediletta della nostra infanzia, dove mio fratello e io trascorremmo le giornate delle nostre febbricole primaverili causate dai raffreddamenti del cambio di stagione o i febbroni ammorbanti delle malattie esantematiche, le cui epidemie, tra gli scolari, scoppiavano sempre all'annunciarsi della bella stagione, privandoci delle agognate primizie dei giochi in cortile. Anche mio fratello, presente alla consegna del trofeo, alla sua vista ha sussultato, emozionato, travolto dalla medesima ventata di ricordi.
"Il copertino di piquet verde" è stato per noi pomeriggi che si allungano preludio di spensierate estati, tramonti mozzafiato goduti dalla finestra di camera di mamma e papà.
Il privilegio di passare, per quanto scombussolati dalle malattie e ammaccati, le giornate nel lettone grande a guardare, fuori orario, la televisione.
"Il copertino di piquet verde" è stato, invariabilmente, l'accoppiata con le lenzuola di cotone finissimo del corredo, azzurre per mio fratello e rosa per me, con cui mamma ci teneva tanto ad apparecchiarci il letto come parte di un gioco più grande in cui tentava di trasformare i giorni del malanno e della convalescenza. È stato la possibilità di scegliere il menù, sebbene i mal di gola, che sovente accompagnavano le malattie infantili, ci impedissero di goderne in pieno. È stato pacchetti di figurine, per gli album da completare, che lei ci portava al ritorno dalla spesa. È stato le visite della nonna con "la bella cosa" a rompere la monotonia. È stato infine, molto spesso, l'attesa che passasse, il 30 giugno, sotto casa la processione dei SS. protettori del quartiere e noi che, dalla finestra del nostro quarto piano ai vetri della quale incollavamo il naso sporgendoci il più possibile, facevamo a gara nell'individuare parenti e conoscenti tra la folla alla quale, pure quell'anno, non ci era riuscito di mescolarci. "C'è un prato verde dove nascono speranze..." 
Io mi godo il privilegio di averne uno speciale, che grazie alla mia mamma, tornerà a fiorire ancora ogni anno.

giovedì 13 maggio 2021

ganglio 46


 Sono preoccupata. Anzi, preoccupatissima. Sono giorni che non mi sputi. Non sei mai statǝ puntuale, è vero. Però l’intervallo tra una sputata e l’altra non è mai stato così lungo. Da quando porto quest’assurdo conto del tempo? Non saprei. Credo che sia un’abitudine invalsa inconsciamente e che ora si è definitivamente radicalizzata. Al terzo giorno il pensiero si fa acuto e batte come un martello, cioè conserva ancora una certa cadenza. Al quarto perde ogni appiglio di ragionevolezza e diventa acufene ininterrotto che sferza il cervello. Perché, gioia mia, non mi sputi? Perché trattieni in bocca tanto a lungo il liquido vischioso?

Perché lo rimandi giù, addirittura? Eppure, ti idrato di continuo. Bicchieri di acqua su bicchieri di acqua. E l’aranciata e la bibita gassata. Perfino le minestrine, per te, le faccio lasche lasche. Sputami, tesoro mio. Sputami tutto il tuo amore. Dice che lo sputo è un dono. L’ho letto sul computer. Me lo ha pure confermato un’amica che ha chiesto ad una sua amica assidua lettrice di riviste psicobanalitiche. Lo ripetono tutti in coro che è un segno di affetto. E’ regalare ad altri un pezzo di noi. Non mi ami, allora? Perché mi punisci negandomi il tuo dono? Non mi sono fatta amare. Ne sono stata incapace. Sarà che ti ho pulito troppo solertemente gli sbavi di piccinǝ? Perché ti ho costrettǝ perennemente ad indossare il bavaglio? Se vuoi compriamo una sputacchiera. Colorata, magari rossa. Con una imboccatura larga, così che non fallisci il tiro. No. No. Scusa. Perdona la mia mania del controllo. Magari ne preferisci una con il collo stretto: ti stuzzica di più? Forse ti ispira maggiorante esercitare la mira? Ecco, si, bravǝ. Facciamone un gioco. Un tiro alle freccette, tipo. E quando ti sarei bene allenata, allora punterai su di me.
Ci pensavo ieri, alla mia disperazione dei giorni in cui non mi sputavi. Quanto tempo è passato. Chissà poi com’è che il dramma si è smaterializzato dal nostro orizzonte esistenziale. Quando? Chissà da cosa sarò stata distratta e ho mollato la presa. Chissà da cosa sarai statǝ, magari, distoltǝ tu e hai allentato l’embargo della saliva. Quando ci incontriamo, talvolta, mi viene da chiederti se sputi, ora, e con quale frequenza.
Su chi, soprattutto, ora che me ne sono andata. Di quante cazzate, nella mia vita, ne ho fatto questioni personali, scassando le scatole a chi mi stava intorno. E’ avere l’impressine di portarsi sulle spalle un centro che ci rende obiettivi altrui, nel bene e nel male, che frega. Il leggere costantemente le interazioni con gli altri in termini di negazione o dono. E’ l’essere perennemente in attesa di una gratificazione, quella carezza che non arriverà mai da chi la desideri e che ti costringe, alla tua età, in una rocambolesca manovra ginnica sperando nell’ennesimo applauso negato

Mark Rothko Annie Cohen-Solal A Palazzo Strozzi ( Firenze) è in corso una mostra su Rothko. Confesso di essermi stupita della mia ignoranza...