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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2016

"Zero K" di Don DeLillo

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Ci sono volte in cui il senso del pudore, che consapevole della nostra inadeguatezza ci suggerisce il silenzio, soccombe sconfitto dalla necessità di raccontare certe meraviglie. La meraviglia è, in questo caso, l’ultimo libro di Don DeLillo : “Zero K” , tradotto da Federica Aceto per Einaudi . Metto da parte tutto ciò che ho letto a riguardo, compresi l’interessante “dietro le quinte” del suo lavoro di traduzione firmato da Federica Aceto https://giacomoverri.wordpress.com/2016/10/18/dire-quasi-la-stessa-cosa-federica-aceto-e-don-delillo/ nonchè l’intervista all’autore realizzata da Giuseppe Genna https://www.che-fare.com/dont-delillo/ e provo a dire la mia, nel tentativo — che già prevedo vano- di condensare un libro che più e meglio di altri ispirerà, per la profondità nascosta dietro l’asciuttezza della prosa, qualcosa di diverso a ciascuno dei lettori. Zero K è un romanzo sul futuro, sulla storia, sulla vita e la morte, sulla parola e implicitamente quindi sulla scrittura. D

American Pastoral il film

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Lessi "Pastorale americana", il capolavoro di Philip Roth, nel luglio del 2008. Fu subito colpo di fulmine: l'inizio di un innamoramento verso il più grande degli scrittori americani contemporanei che dura tuttora; il principio di un' ammirazione sconfinata che è  passata indenne attraverso tutte le prove cui l'ho sottoposta: non una singola riga dei  romanzi di Roth letti successivamente mi ha deluso.  Anzi.  Sebbene  tra tanta perfezione mi sia concessa addirittura il lusso di eleggere a romanzo del cuore -dando voce ad un  vezzo del tutto personale, privo di altra giustificazione se non quella soggettivissima del gradimento individuale- "Il lamento di Portnoy", resta verso Pastorale" un "diritto di primogenitura" per onorare il quale sono dovuta correre al cinema. Dare voce alle mie impressioni senza spoilerare nulla, tanto agli appassionati che hanno già letto il libro tanti ai futuri spettatori che ignorino la storia, è difficile.

"Zona Uno" di Colson Whitehead

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" The Underground Railroad" l'ultima fatica di Colson Whitehead è uscito in America nello scorso Agosto, guadagnandosi l'approvazione di un pubblico anche piuttosto autorevole, considerando il novero tra le sue fila di estimatori del calibro di Obama e di Oprah. In attesa di leggerlo nella edizione italiana, non conoscendo ancora lo scrittore - la solita vecchia storia del collezionista al quale mi vado paragonando, che non perde occasione di allargare la propria raccolta- ho letto "Zona Uno" ( Einaudi stile libero big) del 2013 tradotto da Paola Brusasco . Metto subito le mani avanti anticipando che non consiglierò di leggerlo a tutti, ma proprio a tutti, come mio inveterato costume. Essendo un romanzo "di genere" ( horror- post apocalittico- fantascientifico) questo libro è materia per gli appassionati in senso stretto della materia. Non me la sento di proporlo a coloro che cercano narrativa di tutt'altra specie e che dunque con og

"La vita davanti a sè". Emile Ajar e Romain Gary ovvero storie di pseudonimi ed eteronimi letterari

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Non  scrivo di tutti i libri che leggo. Alcuni li chiudo a doppia mandata nel cuore in silenzio, perchè dopo averli terminati è in silenzio che ci rimugino sopra per giorni. La brutta -lasciatemelo dire- storia di bracconaggio ai danni di Elena Ferrane -della quale rispetto profondamente il  desiderio di anonimato- consumata qualche tempo fa passando in rassegna i conti bancari di alcuni autori, mi ha portato alla memoria la vicenda di Emile Ajar , della sua vera identità e del suo  piccolo capolavoro " La vita davanti a sè", edito in Italia nel 2009 da Neri Pozza per la traduzione di Giovanni Bagliolo. In breve la vicenda personale: storia di pseudonimi, eteronimi e della capacità della letteratura di creare narrazioni che sembrano autofiction ma sono il frutto unicamente del talento creativo che le è proprio: Emile Ajar, autore di ben quattro libri, è in realtà Romain Gary. La Francia   scopre tale circostanza qualche tempo dopo il suicidio di Gary,  il  quale, dopo

Le variazioni del dolore di James Rhodes

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  Ho letto "Le variazioni del dolore" di James Rhodes , edizione Einaudi Stile Libero , tradotto da Cristiana Mennella , lo scorso luglio, mentre ero  al mare. Mi ero riproposta di riparlarne appena  fossi tornata alla "civiltà", ma  presa dal vortice del ritorno alla vita, ho finito per scordarmi del proponimento, fino a quando, in una mattina di fine settembre, calda e soleggiata, mentre spulcio tra i titoli esposti sulla bancarella del mitico mercatino di Antignano ( Vomero-Napoli), mi  trovo il libro tra le mani. Trasalisco, stupita che, tra tutti quei best seller a 5€ ai quali puntano i clienti, ci sia anche Rhodes, in compagnia di un'altra decina di volumi meritevoli di attenzione che del pari rimangono nell'angolo negletti.  Magris, Moehringer, Wo Ming, Whitehead. A quel prezzo, nuovi di zecca, me li porterei tutti a casa, ma devo desistere, con il cuore spezzato. Perchè ci sono libri di cui nessuno parla?  che hanno una vita difficile? destinati a