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Visualizzazione dei post da Maggio, 2021

ganglio 46

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  Sono preoccupata. Anzi, preoccupatissima. Sono giorni che non mi sputi. Non sei mai statǝ puntuale, è vero. Però l’intervallo tra una sputata e l’altra non è mai stato così lungo. Da quando porto quest’assurdo conto del tempo? Non saprei. Credo che sia un’abitudine invalsa inconsciamente e che ora si è definitivamente radicalizzata. Al terzo giorno il pensiero si fa acuto e batte come un martello, cioè conserva ancora una certa cadenza. Al quarto perde ogni appiglio di ragionevolezza e diventa acufene ininterrotto che sferza il cervello. Perché, gioia mia, non mi sputi? Perché trattieni in bocca tanto a lungo il liquido vischioso? Perché lo rimandi giù, addirittura? Eppure, ti idrato di continuo. Bicchieri di acqua su bicchieri di acqua. E l’aranciata e la bibita gassata. Perfino le minestrine, per te, le faccio lasche lasche. Sputami, tesoro mio. Sputami tutto il tuo amore. Dice che lo sputo è un dono. L’ho letto sul computer. Me lo ha pure confermato un’amica che ha chiesto ad una

ganglio 45

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Metà ganglio, metà recensione: metaganglio-metarecensione de " L’unica persona nera della stanza" Un tempo ero molto ignorante. Incolta. Ero una somma di impreparazioni su moltissime materie curricolari di vita. La mia ignoranza era incolpevole, data l’età. In buona fede, eppure perniciosa per le sue possibili implicazioni quando fossi cresciuta. Ignoravo, per estrazione socioculturale familiare, molte cose del mondo, molte dell’ortodossia del vivere civile. Ignoravo la lingua italiana essendo stata allevata in vernacolo, le sfumature più sofisticate della buona educazione, le regole dei convenevoli altoborghesi. Ignoravo, ad esempio, pure il razzismo come eventualità vicina, e meno che mai sospettavo di poter essere io stessa razzista. Il Sud Africa era lontano, così l’Apartheid che l’affliggeva. L’unico contributo alla causa dei neri richiestomi era di scrivere, di tanto in tanto, uno zelante temino scolastico. Un tempo, dunque, sono stata molto più ignorante di quanto lo s

ganglio 44

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  Ogni volta che compro un pacco di farina sorrido pensando a mia nonna. Era una donna semplice come il nome che portava: Anna. Cresciuta durante i duri anni della seconda guerra, quando la vita offriva alle persone pochissime alternative e divenuta madre nel dopoguerra, tempo in cui valevano unicamente le necessità, lei tradusse entrambi, i bisogni e la mancanza di scelte , in certezze; non saprei dire se per un eccesso di ingenuità o di scaltrezza. La nonna non conosceva sicuramente Amleto e se gliene avessero parlato avrebbe sorriso dell’interrogativo che egli si poneva, non comprendendone soprattutto la ragione. Piuttosto avrebbe risposto, con risolutezza, che tra essere o non essere si era obbligati unicamente e con tutta evidenza ad essere! Non ha mai avuto dubbi sulla condotta da tenere in ogni contingenza e questo valeva per i sentimenti da provare come per le azioni da compiere. Ad esempio, se il tempo era incerto, mia nonna assolutamente non lo era sulla necessità di uscire c

ganglio 43

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Quando mi siedo al pc per una nuova delle mie esternazioni, immancabilmente accade che mi incaponisca sul numero del ganglio. Un dettaglio ininfluente sul contenuto di ciò che sto per vomitare, assolutamente inutile. Una grandissima perdita di tempo, visto che non ne ho mai la minima idea, perdendone sistematicamente il conto. Anzi, peggio: più che altro quel conto non è che lo perdo, è che proprio sistematicamente non lo porto affatto. Non ci posso far nulla: ho una memoria che rivendica la sua natura schifosamente indolente in fatto di ricordi numerici. Non trattiene nessuna cifra. Non è che espelle il dato. No. Non lo immagazzina proprio. Una forma di difesa. Certo. Un'altra forma. Come la narcolessia che mi penalizza nei momenti nel bisogno. Come la tendenza a procrastinare, l’intalliamiento, che pratico per sfuggire “ai dunque” della mia vita, che quando ci arrivo, a quei dunque, invece di affrontarli, di mangiarmeli, di spezzarli, mi ci metto a ballare intorno, come ad un fal

ganglio 42

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Questo è un ganglio davvero speciale. Scava in un capitolo del passato sul quale mamma aveva imposto a noi bambini un rigoroso silenzio. Dunque ha attecchito nell’inconscio come un tabù e del tabù ha la saldezza. Infatti sono qui ad intalliarmela in superflui giri di parole perché l’esternazione mi riesce molto disagevole. Temo -ancora- le bacchettate di mia madre. Temo il materializzarsi del suo perentorio urlo di rimprovero, esattamente come capitava tutte le volte in cui, nell’ingenuità infantile, stimata la dose di familiarità instaurata con l’interlocutore sufficiente per rilassarmi, uscivo allo scoperto, oppure essendomi figurata, dedotta da qualche indizio, la possibilità che egli condividesse la nostra medesima situazione, lasciavo trapelare il nostro segreto. Apriti cielo. La reprimenda non si faceva attendere ed era durissima. Nemmeno se avessi rivelato l’ammontare del nostro conto in banca o dello stipendio di papà, altre informazioni blindatissime. I tempi sono cambiati. Qu

ganglio 41

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  Oggi è una giornata nebbiosa e particolarmente fredda. L’ordine degli aggettivi non è casuale. Rispecchia il mio grado di avversione agli elementi: odio la nebbia più ancora del freddo, che pure mi è insopportabile. Ho messo il naso fuori di casa giusto il tempo per ritirare un pacco in consegna. In questa sezione di vita nordica posso permettermelo. Di rimanere rintanata, intendo. Non ho figli da portare e recuperare in giro. Per il cibo, con le scorte fra frigo e dispensa, calcolo un’autonomia di una settimana. Sono scesa in giardino, andando incontro al corriere, data la celerità della missione, senza cappotto e in pantofole. Un gelo intenso mi ha percossa. Mi ha penetrata da capo a piedi come una scarica. Il ghiaccio ha scricchiolato sotto i piedi. Il soffio d’aria espirato dalle narici si è quasi solidificato mentre si saldava alla nebbia. I rumori, i profumi e le consistenze di questo tipo di inverno le conosco bene per averle praticate in altre delle mie vite. Ne ho sperimenta

ganglio 40

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  Wikipedia, “l’enciclopedia libera e collaborativa”, compie vent’anni. La notizia, ascoltata alla radio, spacchetta un nuovo capitolo delle mie divagazioni mentali. Vent’anni è un arco temporale lunghissimo. Sufficiente perché non si concepisca neppure una vita anteriore a tale rivoluzione. Che ne sanno i ragazzi di come si stava, come stavamo noi, prima della digitalizzazione, del copia-incolla, prima che tutto lo scibile umano divenisse prêt-à-porter? Posso mai prendere sul personale anche l’ anniversario di questa innovazione cruciale, della quale purtroppo usufruiscono, stando alle statistiche, solo il sei per cento delle donne a causa della striminzita disponibilità di momenti d’ozio, dell’impossibilità di accedervi correlata a condizioni di svantaggio socio economico, al loro impiego in attività che le escludono dal lavoro culturale? Posso mai, partendo da Wikipedia, ammorbarvi con le mie memorie? Volere è potere. Dunque eccomi qua a rievocare l’era del pionierismo prewikipedico

ganglio 39

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Voi avete Procida nel cuore. Io tatuata nell'anima. Il mio primario rifugio è dentro me stessa. Là vado ogni volta che annuso ostilità nel mondo. Mi metto in posizione fetale e aspetto che il maestrale passi. Ho, poi, una seconda tana. Si tratta del primo ombrellone della prima fila dell'ala destra del lido di Procida, giù alla Chiaiolella. Là vado invece ogni anno per il letargo di Luglio. Niente di che. Se è lecito considerare poco un ombrellone vecchiotto, affrancato dal comfort garantito delle spiagge modaiole, rivolto verso lo spuntone di Vivara e la zona “porto” della dirimpettaia Ischia. Sotto quel cappello bianco e azzurro, inclinato ad arte in attesa del vento che puntuale si leva a metà di ogni pomeriggio, rigorosamente nell'ordine, un lettino al sole, una sdraio all'ombra, il libro del momento e la sottoscritta. Là ho addomesticato i banchi di paura che mi annebbiavano la lucidità, nell'attesa di trasferirci in Turchia, nel 2005 mentre le quattro carabatt

ganglio 38

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  Da dove comincio? Dal trampolino, vertiginosa altezza dalla quale osservo il mare in cui sto per tuffarmi? Dall’istante in cui metabolizzo essere giunto, capitalizzato tutto il coraggio, l’improrogabile momento di buttarmi? Dagli attimi della caduta, durante i quali, come prescritto dal più canonico dei copioni, riavvolgo il nastro della mia intera vita e dico addio a ciò che è stato fino ad ora? Comincio dalla cosa che, di quella vigilia, assolutamente non rifarei mai più: subire, senza opposizione alcuna, l’imposizione notturna dei bigodini inflittami dal parrucchiere. Soffro di una grave forma di letargia -con molta probabilità l’ho già scritto anche altrove- che si manifesta puntuale nei momenti di difficoltà. In faccia ai pericoli, alle preoccupazioni, ai problemi più seri io chiudo gli occhi e ... mi arrendo al richiamo di Morfeo. Sebbene involontariamente, dunque, io pratico, volendo dirla in forma poetica, il sonno come suprema arte della difesa. Ragione per cui ho l’assoluta