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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2018

La Stanza Profonda di Vanni Santoni

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Qualche tempo fa, scrivendo a proposito dell’ultimo di Siti, avevo confessato di sentirmi protetta dalla vastità della rete e di lasciarmi andare alle mie “fanfole” unicamente perché l’autore non ne sarebbe mai venuto a conoscenza. Con Santoni temo esattamente l’eventualità opposta. Infaticabile “animale social”, mi aspetto che possa arrivare –con il suo pseudonimo- fin in questo mio piccolo angolo a bacchettarmi. Ovviamente si scherza! Eppure c’è del vero in quello che ho scritto. Santoni è realmente una presenza vivace su FB, dove effettivamente compare sotto pseudonimo. E’ altrettanto vero, infine, che la scelta di leggere il suo libro sia stata dettata proprio dall'attento monitoraggio di cui ne faccio oggetto sul social. Mi è sembrata, questa, l’occasione propizia per verificare se e come le sue conoscenze, e dell’editoria e della letteratura contemporanea, la sua carica creativa e l’impegno divulgativo che profonde nella infaticabile attività fuori e dentro il web, abbian

Il contagio

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Una volta vivevamo, la mia famiglia ed io, in un paese dove cominciavano a verificarsi i primi casi di un’epidemia che sarebbe diventata, nel tempo, molto estesa e preoccupante. Non percepii il pericolo di far parte di quella comunità. Mi correggo. Ad essere sincera, sebbene lo avessi percepito, mi convinsi che le mie bambine non si sarebbero ammalate. Avrei tenuto fuori di casa il virus non tralasciando alcuna norma igienica, dalle specifiche del caso alle più comuni. Inoltre pensai che avrebbero beneficiato dell’immunità del gregge. Noi adulti di famiglia eravamo tutti vaccinati e mi risultava che lo fossero anche gli amici stretti  nonchè i conoscenti. Purtroppo però sottovalutai la situazione o sopravvalutai le mie capacità e non mi accorsi che uno delle piccole a scuola avesse contratto il malanno. Se lo portò in incubazione durante il trasferimento a Varcaturo, in Campania, dove ci stabilimmo successivamente. Esplose in tutta la sua aggressività proprio alla vigilia

Elogio dei residenti e dei viandanti

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Dal libro de " l'elogio dei residenti", ovvero l'encomio solenne di coloro che sono rimasti, che non sono partiti "per terre assai lontane", lasciando vilmente gli altri in balia del loro destino. " Andate", "restate", un dilemma mefistofelico che "tira sempre", che piace, attanaglia. Poiché io sono andata, tornata, riandata e ritornata svariate volte, mi stranisco sempre di più difronte a tali discorsi. Mi viene in mente la Battuta di Massimo Troisi: "Emigrante?" "No, sono partito così, per viaggiare, per conoscere un poco". Ammetto che c'ho impiegato tutti questi anni per capirla fino infondo, la battuta, che battuta non era. Ci ho impiegato tutti questi anni, tutte queste andate e questi ritorni . Ho capito che il posto di tutti è il mondo. Che ognuno ha un luogo in cui vive che è sempre elettivo, sia quando lo si è scelto perché non ce ne si è voluti allontanare, sia quando ci si è appr

Il benedetto workshop

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Ho un'età interlocutoria in cui non si è più giovani ne' ancora vecchi. Sono in quella terra di confine che per molti versi è un ritorno all'adolescenza, quando sei mezzo bambino e mezzo adulto e i bambini non ti vogliono a giocare  ne' gli adulti a conversare. Sono in quella fase in cui le persone ti inondano di consigli, continuamente, come fossero terapisti di professione. Ti consigliano come gestire la menopausa, il distacco dai figli,  il corpo che cambia, il colore dei capelli, la lunghezza delle gonne. Soprattutto  ripetono, allo sfinimento, che devi metterti in gioco e tu fatichi a capire di che gioco parlino. La scuola pedagogica a cui mia madre mi ha formato è quella dei sensi di colpa, della disistima, quella che imponeva di metterti sempre in discussione. Il risultato è che io, partendo da una perenne autocritica, quei consigli li ascolto. La scorsa settimana, ad esempio, a Ferrara c'era il festival dell'Internazionale. Un fitto programma, oltre ch

Ernesto Guevara de la Serna : un omaggio

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Ernesto Guevara de la Serna è morto il 9 ottobre 1967, eppure io l'ho visto. L'ho visto aggirarsi indaffarato tra i tavoli di un ristorante italiano in un piccolissimo paesino della campagna tedesca.   Ho visto il suo volto, quello che avrebbe oggi, il viso da 48enne che ha fatto la storia e continua ad esserne nel turbinoso flusso, figlio del nostro e del suo tempo. Ernesto Guevara era nella su a posa eterna, con il suo consueto, perpetuo sguardo malinconico e fiero. Guardava al futuro da una foto glitterata d'argento su sfondo giallo limone di una maglietta. Faceva pentant con un pantalone bianco Armani tenuto su secondo lo stile ascellare alla "Pasquale Ametrana" . Sul momento mi sono intristita. Poi ci ho riflettuto .   Il Che è vivo. E' tra di noi. Per nulla stravolto da tutto quell'argenteo sfavillio, dall'alto di quei pantaloni griffati mi è apparso mansueto e consapevole. Consapevole che i tempi sarebbero passati di qui, ma no