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Visualizzazione dei post da 2019

Archivio dei bambini perduti. Valeria Luiselli

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Ultimo libro del 2019? Chi vivrà vedrà. Ho cominciato "Archivio dei bambini perduti" perché era sulla bocca di tutti i miei dotti contatti e svettava tra i titoli della classifica di qualità de "l'indiscreto". Nei giorni di festa ( il correttore testardamente suggeriva "gironi", svelando forse il segreto vero del Natale consumistico, fatto di scambievoli riti infernali) leggere è faticoso. È un salto agli ostacoli. Se, del racconto consegnato alle pagine, si fa fatica a trovare il ritmo, rischi di finire imbrigliata  nel mezzo delle parole fraintendendone il valore, dubitando addirittura che al clamore che ti ci ha condotto corrisponda del vero. Poi, scavalchi il dosso delle perplessità e il deserto in cui ti trascini, inseguendo i protagonisti, fiorisce. Sbocciano i fiori portentosi di un racconto duro ma necessario, di una prosa che ti regala il cuore di un bambino e  poi ti trasmette la sua forza per andare avanti, per proseguire in quel

Persone normali. Sally Rooney

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L'ho finito in un giorno e mezzo. Parte in sordina. All'inizio ti chiedi che cosa ci faccia tu nell'ennesimo libro all'acqua e sapone. Ti sembra una scrittura piatta, superficiale. Poi pian piano, dialogo dopo dialogo viene fuori il carattere. Viene fuori la storia, vengono fuori i personaggi e viene fuori la vita. Normale. Normale però non è niente, soprattutto la bravura di Sally Rooney .  Non avevo creduto all'euforia di chi me lo aveva consigliato. Diffido spesso degli squilli si trombe. So che molti giudicheranno allo stesso modo il mio giubilo. Come sempre vale un unico consiglio: provare per credere:  Persone normali di Sally Rooney edizioni Einaudi . Traduzione Maurizia Balmelli

Febbre di Jonathan Bazzi

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Il 2019 segna un importante novità nella politica di assegnazione del titolo di  “Libro dell’anno” di Fahrenheit (Radio3 Rai). Nell'ottica di "colmare un deficit di attenzione verso un territorio attraversato da molte difficoltà, ma anche in continuo fermento", si è scelto di dedicare  il premio all'editoria indipendente. Ad inaugurare il nuovo corso, aggiudicandosi il riconoscimento dopo un testa a testa con colleghi di altrettanto elevato spessore -tra gli altri Zandomeneghi con "Il giorno della Nutria " di cui avevo  qui  scritto e Alessio Forgione "Napoli mon amour  ", commentato invece  qui - Jonathan Bazzi con il suo Febbre, edito da Fandango . Romanzo limpido, dove con una voce intima ma stentorea il protagonista si racconta senza sovrastrutture, appunto limpidamente. Non mi addentrerò ne' nella trama, ne' scandaglierò altri elementi della scrittura. Dirò solo uno dei motivi per i quali, secondo me, dovreste leggere il libro

La maschera della verità di Pınar Selek

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Tra il 1914 e il 1918 un numero non definito di Armeni, storicamente stanziati in Anatolia, furono vittime, per mano del governo ottomano, di feroci massacri, che costrinsero i decimati superstiti ad una dolorosa diaspora intorno al mondo. Ancora oggi, a cento anni da quel 24 Aprile del 1915 inizio della strage, sul primo caso di genocidio della storia moderna pesa il grave negazionismo del governo di Ankara. Mark Twain disse: “Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe”. Come spesso accade, anche nel caso dell’olocausto armeno, è stata la letteratura a dotare la verità del paio di scarpe necessario a incamminarsi verso la luce. Lo ha fatto attraverso una serie di romanzi coraggiosi, che hanno dato voce ai racconti di drammatiche vicissitudini personali e familiari, già a pieno titolo pagine di storia. La Maschera della verità , di  Pınar Selek , traduzione di Manuela Maddamma , uscita lo scorso aprile per le edizioni

Toni Morrison. Prolusione al Premio Nobel, 7 dicembre 1993

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Prolusione al Premio Nobel, 7 dicembre 1993 «C’era una volta una vecchia. Cieca, ma saggia». O era un vecchio? Forse un guru. O un griot che ha il compito di calmare i bambini irrequieti. Ho sentito questa storia, o proprio una come questa, nella tradizione di diverse culture. «C’era una volta una vecchia. Cieca. Saggia». Nella versione che io conosco la donna è la figlia di schiavi, neri, americani, e vive sola in una piccola casa fuori città. La sua reputazione per saggezza è senza pari e fuori questione. Fra la sua gente è la legge e la sua trasgressione. L’onore e il timore reverenziale in cui è tenuta vanno oltre il vicinato, fino a luoghi molto distanti; fino alla città dove l’intelligenza dei profeti rurali è la fonte di un grande divertimento. Un giorno la donna riceve la visita di alcuni giovani intenzionati a dimostrare falsa la sua chiaroveggenza e mostrare la frode quale essi credono che ella sia. Il loro piano è semplice; essi entrano nella casa e le fanno una domanda la

Stirpe. Marcello Fois

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Stirpe di Marcello Fois è una bottiglia di ottimo filu de ferru. La storia che ci sta dentro, infatti, è un'acqua che arde, e che, sorso dopo sorso infiamma inesorabilmente chi ne beve. Inizialmente un po' di difficoltà si avverte a buttarla giù, poi il palato si abitua e la sua poderosa gradazione alcolica diventa virtù, nerbo che si apprezza in funzione della scossa, all'emozione che ci trasmette. Ad entrare nelle pagine non è facilissimo. Robusto, il costrutto narrativo oppone una certa resistenza a chi ha la bocca fatta alla cedevolezza di certe scritture contemporanee votate alla scorrevolezza. Fois ci mette davanti ad una torre di pietre, ad un nuraghe. Eppure nemmeno  lo spazio di una ventina di pagine e l'interno della costruzione si illumina per l'incedere vagamente poetico assunto dalla prosa, il racconto prende il sopravvento e la fatica va via. Una splendida sorpresa questo "Stirpe" di Marcello Fois, capace di affezionare  il lettore a una

La più amata. Teresa Ciabatti

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Vostro onore sono colpevole: a questo libro non ho reso sufficienti onori. Intendo farne pubblica ammenda spiegando in breve il perché bisogna leggerlo.  L'edizione dello Strega 2017 è ormai bella che archiviata e l'oblio sta facendo il suo sporco lavoro buttando, libri e autori, nel dimenticatoio. Eppure con ostinazione, e ne faccio una questione personale, mi preme tenere alta l'attenzione sul romanzo della Ciabatti che meritava di vincere. Ero prevenuta contro l'autrice. Questione di preconcetti, faccenda di antipatie. In uno dei suoi pur rari passaggi televisivi, Lei, la donna, la scrittrice, il personaggio televisivo, mi era risultata antipatica: naturale che escludessi la possibilità di leggerla. Invece poi mi ci sono imbattuta a "Pordenone legge" ed è scoccata la scintilla. A volte le antipatie si sviluppano in virtù di certe similitudini caratteriali: spesso con chi ci assomiglia -smentendo il detto- non ci si piglia. Evidentemente avevo colto

Fratelli d'anima. David Diop

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Magnetica la copertina. Magnetiche la figura del soldato in primo piano e il colore dello sfondo. Magnetici ed evocativi. La giovane recluta nera rimanda giocoforza all'Africa e alla guerra. Il rosso al sangue, che delle guerre è la tinta sovrana. Alfa Ndiaye è un francese del Senegal coloniale. È uno dei cioccolatini, orgoglio della Francia, a quali spetta un posto in prima fila nelle trincee del fronte europeo -siamo durante il primo conflitto mondiale- per terrorizzare i nemici durante gli attacchi. Alfa Ndiaye è il protagonista di "Fratelli d'anima" , di David Diop , Neri Pozza edizione, traduzione dal francese di Giovanni Bogliolo , romanzo già vincitore del premio Goncourt des Lycéens 2018, aggiudicatosi poi anche il Premio Strega Europeo 2019. Ben vengano i premi letterari. Contribuiscono a puntare i riflettori su pagine che altrimenti rischierebbero di cadere precocemente nel dimenticatoio con grave perdita per il lettore. I pubblici riconoscimenti
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Alba. Selahattin Demirtaș

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"Alba" , edizioni Feltrinelli , tradotto da Nicola Verderame è una raccolta di racconti scritti da Selahattin Demirtaș nella   prigione in cui è detenuto per ragioni politiche dal 2016. Ho vissuto in Turchia per tre anni durante i quali è maturato un profondo legame affettivo con il paese e la sua gente. Giocoforza mi attraggono i libri che, per qualche ora, mi riportano ai luoghi, agli usi e alle atmosfere turche. I dodici racconti di  Demirtaș  sono state l'opportunità in cui speravo, sebbene si siano rivelati più che la tanto desiderata passeggiata, malinconica ma tutto sommato serena, un'escursione emotivamente molto impegnativa nel microcosmo della condizione femminile, che sintetizza e amplifica le contraddizioni e gli arcaismi sociali sopravvissuti nella moderna repubblica turca. Semplici, al limite del naif  per struttura narrativa, le storie entrano con discrezione, delicatezza, riguardo nelle vite di donne sfruttate, sole, infelici, lasciandosi apprezzare

Sembrava una felicità. Jenny Offill

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Un lettore è innanzitutto un collezionista, il cui desiderio è arricchire con pezzi di pregio la propria raccolta. E’ andata decisamente bene a chi ha acquistato, “Sembrava una felicità” di Jenny Offill , traduzione di Francesca Novajra , che contrassegna un duplice esordio: quello della NN , neonata casa editrice milanese e quello della Offill, autrice statunitense al suo debutto in Italia. (...) La bellezza del piccolo gioiello che abbiamo tra le mani convince sulla bontà del progetto editoriale della NN. Si può condensare in poco più di 168 pagine una vita? Pare proprio che alla Offill questo virtuosismo sia riuscito. Docente di scrittura già apprezzata in America, Jenny Offill affida a una scrittura certamente non convenzionale la biografia di una donna, il cui destreggiarsi tra frustrate ambizioni giovanili, matrimonio, maternità e infine tradimento del coniuge, ne fanno un’eroina moderna. Di lei non conosciamo il nome. Le sue vicende non sono descritte in un flusso cronologi

Il grande amore di mia madre. Urs Widmer

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Incontri che segnano. Primo di una trilogia di romanzi dedicati rispettivamente alla madre, al padre e a se stesso, "Der Geliebte der Mutter" di Urs Widmer,   pubblicato per la prima volta in Italia nel 2002 dalla Bompiani con il titolo di "L'uomo amato da mia madre", ritorna in libreria grazie alla Keller Editore, tradotto da Roberta Gado come "Il grande amore di mia madre" . A libro finito mi è salita alle labbra l'unica esclamazione possibile per un tale condensato di bravura: Urca! Accidenti che romanzo. In 159 pagine c'è tutto. Una narrazione funambolica, che affida alla delicatezza della favola la ruvidezza della vicenda biografica materna, con un risultato sorprendentemente potente. E poi amore, follia, condizione femminile, musica e cronaca storica del nazifascismo. L'odio? Purtroppo quello tocca al lettore. Quanto meno, nel mio caso, ce l'ho aggiunto io. Proprio non ce l'ho fatta a non detestare quel "grande

La ragazza selvaggia. Laura Pugno

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Breve appunti di delusione. Una delle scoperte più piacevoli di questi ultimi anni è "Sirene" di Laura Pugno . Un romanzo al quale, per contenuto e forma, nonché lascito emozionale, assegnai un 10 e lode. Quando mi è capitato tra le mani "La ragazza selvaggia" , edizioni Marsilio , sull'onda della nostalgia per quella scrittura, non ho esitato a portarmelo a casa. Non mi piace stroncare i libri e non sono in grado di farlo. Non ne faccio questione di autorevolezza o di ignavia. È piuttosto una questione di intimità. Riguardo i bei libri sento la necessità di condividere l'esperienza positiva. Quanto alle delusioni, invece, preferisco gestirle privatamente.Terrei per me l'amarezza, lasciandola macerare nel silenzio, anche questa volta. Ma il talento della Pugno merita una breve nota, anche se di perplessità. Senza la robustezza delle idee e l'energia visionaria che hanno caratterizzato altri romanzi dell'autrice, la volontà di avvincere il

Nati per correre. Adharandan Finn

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  «Forse dovresti scrivere.»  «Invece tu dovresti piantarla di leggere tutto ciò che è stato scritto.» «E cosa dovrei fare nel tempo libero?»  «Immergerti nella vita vera.»  «C’è un libro che parla proprio di questo, sai.»  Di tutte le citazioni di Philip Roth questa è la mia preferita.  Di qualsiasi cosa si abbia bisogno: un oracolo, un maestro, uno specchio, un'approfondimento, siatene certi, da qualche parte nel mondo, c'è un volume che fa al caso vostro. Sono arrivata a " Nati per correre" di Adharanand Finn , tradotto in italiano da Andrea Mazza per Sperling & Kupfer, partendo dalla notizia -nel cui merito non intendo entrare, invitando chiunque lo desideri ad approfondirla e, eventualmente  verificarne l'epilogo consultando il web, che di tutto conserva indelebile ricordo-  dell'impossibilità per gli atleti africani di iscriversi alla mezza maratona di Trieste del 5 maggio, riportata nei giornali il 27 aprile 2019 . Un fatto di cronaca

I fratelli Michelangelo. Vanni Santoni

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Seicentosettanta pagine non sono roba per mammolette. Occorre un fisico bestiale per leggerle in poco meno di una settimana. Non deve essere stato uno scherzo neppure scriverle, a dirla tutta. Ecco un essenziale identikit dell’ardimentoso eroe dell’impresa: autore giovane ma non esordiente. Uomo. Classe 1978. Toscano. Palleggia abilmente tra letteratura e web tanto da aver contribuito, in questi anni, a enucleare in rete un territorio per scrittori, lettori, cultori, di cui resta uno dei principali animatori; una zona che potremmo quasi considerare alla stregua di una provincia, entità geografica connotante, a detta unanime della critica, la sua precedente narrativa ( indizione). Un’ aspirazione precisa: puntare, questa volta, al grande romanzo italiano. Idee chiare su come sviluppare la trama: quattro robusti rami, quasi alberi a sé, su cui il lettore può catapultarsi in arrampicata libera senza correre il benché minimo rischio di finire a gambe all’aria: la struttura è a prova

"Il giorno della nutria" - Andrea Zandomenghi

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“Il giorno della nutria” di Andrea Zandomeneghi , edizioni Tunué , mi guarda arcigno, dall'alto della pila di libri che, guadagnata la mia approvazione, attendono pazientemente che ne scriva. Ero partita a razzo, in verità. Già a metà del libro, mentre bevevo il primo sacro caffè della giornata, una mattina mi ero lanciata nel seguente commento entusiasta: Non vorrei spoilerate nulla di questo testo, se non in un consiglio di lettura scritto bene, strutturato, circostanziato. Un consiglio che sia, insomma, all'altezza del libro stesso, che è sagace, erudito, divertente, intelligente così come tutte le cose fatte per bene o super perbene dovrebbero essere: con il giusto equilibrio, con la necessaria raffinatezza, con la sottile ma palpabile ironia che fa risaltare, rendendo più palesi i contrasti, le illogicità, i logorii degli intellettualismi (che divengono umane nevrosi) moderni, il nostro essere nel tempo che viviamo. Potrei dire che Zandomeneghi ha scritto un romanzo imp

Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato - Davide Morganti

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Ho conosciuto di persona Davide Morganti solo qualche settimana fa. Per puro caso. Era già tra i miei contatti di FB. Poi, come sovente accade sui social , uno scambio di battute circa un argomento di interesse comune, breve ma interessante a mezzo di conversazione privata, ci ha fornito l’occasione non dico di rompere il ghiaccio, quanto meno di intaccarlo significativamente. Così, quando l’ho intravisto tra la folla, in attesa della metro sulla banchina della stazione Garibaldi, non ho esitato un solo attimo ad importunarlo, imponendomi perfino come compagna di viaggio nella breve tratta verso casa. Se la convinzione che una persona debba risultati simpatica a prescindere, per la sola circostanza d'essere uno scrittore -di cui tra l'altro si vocifera un gran bene tra gli amici con   la tua stessa passione per la lettura- è un preconcetto bieco, allora mi dichiaro colpevole. Nonostante ciò, faccio salva la necessità di verificare che il sentimento umano  non ottenebri e comp