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Visualizzazione dei post da 2020

Fare ciò che più piace ( ovvero tra recensione e consiglio di lettura scelgo il secondo)

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La scrittura per me è semplicemente ( si fa per dire) la forma concreta di una precisa esigenza ad evadere. Un’evasione che però non desidera essere attiva, compiersi attraverso il fare, concretarsi nella costruzione di racconti per il piacere di narrare. Piuttosto una evasione che realizza e sublima pura e semplice procrastinazione, tant'è che dalla mia penna non è mai uscito nulla di degno, di sufficientemente interessante, soprattutto, nulla di concluso, finito. Me ne convinco pienamente ora che sono nuovamente seduta davanti alla tastiera. Adesso che, cessato il periodo di isolamento domestico forzato, decretato per pandemia, il mondo fuori sarebbe ( condizionale della volontà) a mia disposizione ed io, invece di andare a conquistarlo, decido di riaffrontare quel foglio bianco alla cui chiamata mi sono viceversa sottratta, con perseveranza, durante il lockdown del frangente epidemico, quando ho dirottato la mia inconcludenza sulla panificazione. Non so cosa nascerà da questo

Letture al tempo del coronavirus.

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Le letture ai tempi dell'epidemia di coronavirus. Un giudizio più articolato e complesso sul romanzo di Michelle Grillo " Il tempo che resta", Alessandro Polidoro Editore  lo trovate  su LuciaLibri Poiché mi piace molto la contaminazione e soprattutto perché, quando si leggono più romanzi tutti di filato, di tanto in tanto sembra che essi si parlino, anzi meglio, che uno metta bocca riguardo l'altro, non mi sono meravigliata quando in "Mamma è matta, papà beve" di Fredrik Sjöberg , edito da Iperborea, tradotto da Andrea Berardini, ho letto la seguente frase:" Da anziana, Hanna ripeteva spesso che i figli non bisogna mai abbandonarli. Mai. Perché anche se lì per lì stringono i denti, il male può tornare, magari dopo molto tempo " Ebbene, a parlare potrebbe essere l'altra Anna, quella senza H di cui ci racconta la giovane scrittrice campana Grillo. La Anna che ha vissuto l'inadeguatezza dei genitori come una loro assoluta latitanza,

Si fa presto a dire minestra riscaldata

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Sarà che il monologo di Benigni mi ha solleticato certe corde, sarà che ieri con un amico si parlava dell'esigenza di alcuni di noi, scrivendo, di geolocalizzarsi, di evocare sempre e per sempre le proprie radici, sarà che il clima chiama un ricco brodo per tortellini, oggi mi è venuto da pensare alla "minestra riscaldata", a quell'accostamento svilente che usa alla quieta ( chi può dirlo), confortante, routine sessuale di coppia, dove routine può anche essere altro, moltro altro che ripetizione, può certamente sottintendere assiduità di incontri sotto o sopra o di fianco alle coltri, pluriennale, nel segno di un desiderio non sopibile. E ho capito perché la prospettiva di una carnalità alla "minestra riscaldata" non mi ha mai spaventato. Sono del sud. Da noi minestra è pietanza impossibile, sconosciuta, non praticata. Noi non abbiamo la minestra di fagioli, di ceci, cavolo, di patate. Non coniughiamo, noi, legumi e ortaggi con la pasta, annegand