Fare ciò che più piace ( ovvero tra recensione e consiglio di lettura scelgo il secondo)

La scrittura per me è semplicemente ( si fa per dire) la forma concreta di una precisa esigenza ad evadere. Un’evasione che però non desidera essere attiva, compiersi attraverso il fare, concretarsi nella costruzione di racconti per il piacere di narrare. Piuttosto una evasione che realizza e sublima pura e semplice procrastinazione, tant'è che dalla mia penna non è mai uscito nulla di degno, di sufficientemente interessante, soprattutto, nulla di concluso, finito. Me ne convinco pienamente ora che sono nuovamente seduta davanti alla tastiera. Adesso che, cessato il periodo di isolamento domestico forzato, decretato per pandemia, il mondo fuori sarebbe ( condizionale della volontà) a mia disposizione ed io, invece di andare a conquistarlo, decido di riaffrontare quel foglio bianco alla cui chiamata mi sono viceversa sottratta, con perseveranza, durante il lockdown del frangente epidemico, quando ho dirottato la mia inconcludenza sulla panificazione.
Non so cosa nascerà da questo impiego della perdita di tempo, se sarà una riflessione lunga o breve, se avrà un senso logico e andrà più lontano del solito e noioso sfogo intimista. L’idea intorno alla quale ruotare c’è, ed è un ibrido tra la confessione, che per definizione riporta alla sfera personale, e il resoconto dell’attività svolta sul social da Molvettina, la mia identità virtuale, nei lunghi anni di frequentazione di fb. Presagisco, tuttavia, che mi avviterò da qualche parte e ne verrà fuori una spirale di genuino nonsense ( non ho ancora imparato, in tanti anni di onorata lettura, a rinunciare agli aggettivi inutili).
David Tennant/ Doctor Who del tempo disse:-”People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." Niente di più vero e più calzante alla declinazione che il re delle unità di tempo, ovvero l’anno, assume qui su FB, dove, immersi in un lavorio continuo e certosino, giorno dopo giorno, viviamo ad una velocità ingannevolmente più sostenuta del normale. Fatti accaduti nell’esistenza reale decenni fa danno l’impressione, spalmati sulla cronologia del social, d’essere verificatisi solo ieri. Non sembra anche a voi?
Cosa ne ho fatto, nello specifico, io, del mio capitale di ore? Come ho impiegato -potrei meglio dire- sprecato il mio otium? Una volta ho definito, beandomi della trovata, la mia peculiare ( ah, gli aggettivi, piacere sublime!) modalità di procrastinazione come “apostolato culturale”. Ho tratto da ciascun romanzo letto consigli da dispensare agli amici. Un modo per condividere la gioia, il piacere, la pienezza regalate da un buon libro.
Ho scritto e consigliato parecchio. Molto riversato nel nanoblog “ molvettina-other books and so”, volutamente rimasto una realtà parva, sed apta mihi. Altro ospitato su riviste che si occupano di narrativa e letteratura online.
La pandemia ogni velleità spazza via, ovvero ubi maior minor cessat. Il fatto che, durante l’immobilità pandemica, vi sia stata una proliferazione di quotidiane dirette fb, vere e proprie finestre perennemente aperte sul mondo editoriale dalle quali autori di ogni ordine e grado hanno elargito i più vari consigli di lettura, rende opportuno riconsiderare il mio operato.
C’è spazio e se si quale, nell’universo dei libri, per i miei consigli? Non recensioni, si badi bene, perché mai strutturati, per intenzione e forma, alla maniera dei pezzi di critica letteraria, o men che mai, concepiti per somigliare a goffe promozioni pubblicitarie. Semplici e umili, lo ribadisco, consigli di lettura. Critici, scrittori, giornalisti, blogger, editor, editori, addetti ai lavori: quanti profili professionali, quante teste che, con competenza, illustrano i punti di forza e le debolezze di un romanzo, di una novità libraria, di un autore. Cosa ci faccio io in questo mondo, io che continuo a rivendicare l’essere una modesta massaia? Poco, pochissimo. Il mio ruolo già marginale si riduce ancora, diventa marginalissimo ora che, spesso, a rileggermi non mi piaccio ne’ mi convinco neppure più. Ottavo Tondi, de il “Panorama” di Tommaso Pincio, uno dei personaggi letterari più intelligenti degli ultimi dieci anni, denuncia:-” “Gli aspiranti scrittori volevano diventare scrittori, gli scrittori volevano diventare scrittori di successo, gli scrittori di successo volevano diventare scrittori apprezzati dalla critica”. Mi pare di essere caduta, io stessa, vittima della medesima falsificante frenesia al rialzo fortemente spersonalizzante verso cui Ottavio punta l’indice, avendo smesso, pian piano, le vesti di “casalinga-suggeritrice di romanzi” per indossarne altri, che forse mi apparterrebbero per formazione, applicazione e studio, ma che non ho desiderato mai indossare, avendo sempre temuto gli effetti dell’ overdress ( il vestire in maniera esibizionista). Dunque, dicevo che a furia di ficcare le mie parole in eleganti abiti firmati, per impressionare gli altri recensori dimostrandomi alla loro altezza, ho finito per allontanarmi da ciò che volevo essere. Ho rinunciato alle parole che mi piacciono e soprattutto a quello che mi proponevo di fare con i miei consigli. E mi dispiace, perché resto nel fondo del cuore ed anche in superficie una, a dirla con Cortazar, che: “sembrerà forse ingenuo o un po' stupido, ma quando apro un libro lo apro come posso aprire un pacchetto di cioccolatini, o andare al cinema, o entrare per la prima volta nel letto di una donna che desidero; è una sensazione di speranza, di felicità anticipata, la sensazione che tutto sarà bello, sarà stupendo. Non ho nessun pregiudizio. Te lo dico perché sono abituato a parlare con lettori che aprono un libro quasi come chi molla uno schiaffo; sono infastiditi prima di cominciare”. Non mi piace ritrovarmi ad essere ne’ quel tipo di lettore, ne’ quel tipo di commentatore di libri, perché i pregiudizi -qui cito me stessa- fanno male non solo a coloro che li subiscono, ma, come una forma di rachitismo intellettuale pernicioso assai, che rinsecchisce cervello e spirito, anche a chi li coltiva.
Stimoli ulteriori all’analisi del mio operato – più formulazione di giudizi o esternazione di pregiudizi?- mi sono arrivati, a dire il vero, da alcuni commenti ad un post di un autore che gode di molto credito, sui quali mi è capitato di buttare l’occhio pochi giorni fa. Con tono faceto ( decisamente eccessivo e per tanto incapace di contenere o mascherare lo stigma e lo sfottò) i colleghi assiepatisi a dar man forte al titolare del post, componevano in un battibaleno un istruttivo florilegio delle “banalità” tipiche delle recensioni redatte da incompetenti. Un lungo elenco dei luoghi comuni e delle espressioni atte a smascherare gli sprovveduti che giocano goffamente a commentare i romanzi senza ne’ la padronanza delle regole, ne’ il physique du rôle .
Da qui, come dicevo, ha preso ulteriore sprint la mia autocritica. Ci sono testi sacri su cui gli addetti ai lavori ( nella categoria includo, magari poco elegantemente e me ne scuso, anche chi redige marchette) si formano. Come ogni mestiere, anche in questo le Bibbie alle quali fare costantemente riferimento abbondano. Gli studiosi zelanti ne hanno tratto un thesaurus di parole, aggettivi, fraseologie considerati veri è propri tabù, da cui tenersi alla larga, pena diventare lo zimbello del villaggio culturale globale. Espressioni dal cui uso rifuggono come dal coronavirus ( un tempo avrei scritto peste, ma tocca aggiornarsi), perché tradiscono dilettantismo e fanno tanto “ingenuo-entusiasta lettore ”, forma più elegante dell’aggettivo sfigato. Mettete nero su bianco di un romanzo che è interessante-scorrevole, e per incanto la vostra cattiva fama è bella che confezionata.
Per piaggeria, per spirito di corpo, per il terrore di scadere di grado e non acquistare in dignità, ho cominciato anche io a scrivere assecondando l’imperativo del conformismo totale ai manuali dell’ottimo critico. Pensare alla propria recensione come ad un’opera d’arte capace talvolta di rappresentare il reale e unico valore di un romanzo di poche qualità. Divenire il maestro del camuffamento. Tentare, come nell’esecuzione di un tuffo carpiato rovesciato con triplo avvitamento, la magia del minimalismo barocco: insaccare lodi, frizzi e lazzi, con il minimo dispendio degli aggettivi e degli avverbi proscritti, nel budello di una prosa pungente, rampante, penetrante. E’ del recensor “il fin la meraviglia (parlo del goffo e non de l'eccellente): chi non sa far stupir, vada alla striglia!”
Mi impongo di ricordare le ragioni per cui ho cominciato a scrivere di libri, di ricordare che non ho mai voluto stupire e dunque è tempo di darmi alla striglia. Ho abbracciato questo impegno, che si nutre di attenzione febbrile, nonché costante autocritica, per proporre a persone al par mio semplici, narrativa di qualità, spesso negletta dalle campagne pubblicitarie. La fortuna di molti libri diventati longseller, poi percepiti come tappe obbligatorie nei percorsi formativi, è legata al passaparola, che li ha sostenuti e sospinti con discrezione verso spiagge lontane rispetto a quelle di destinazione, come fa l’onda lunga di certe maree. Mi proponevo questo: essere un elemento del passaparola. O forse di più: mi proponevo di fare la mia parte con contributi nei quali espressioni come “interessante” e “scorrevole” -care alle maestre che ci hanno alfabetizzato- conservassero un ruolo centrale e soprattutto dignità. Sebbene nella loro estrema vaghezza di linguaggio “potabile” ( mi sfugge ora l’attribuzione della citazione) suonino risibili al critico, non rivelandogli nulla, sotto il profilo tecnico, dei punti di forza e delle defaillance di un autore, restano ancora importanti per molti lettori, per i quali “interessante” identifica la promessa di ricchezza di contenuti, di punti di vista inconsueti, riflessioni illuminanti, e “scorrevole” la prospettiva di una scansione ritmica della narrazione amabile ( vedo già i nasi che si arricciano qua), avvincente, fluida, nulla ad essi interessando da quale abilità ( intreccio, simmetria nella costruzione, equilibrio nel tratteggio dei protagonisti, profondità dell’analisi psicologica) dello scrittore nasca e si concreti la magia. Ritenendo estremamente improbabile che un critico abbia bisogno di una recensione altrui per capire cosa ha in mano, credendo invece molto più verosimile che spulci le critiche degli omologhi spesso solo per giudicare il calibro dei competitori e dare inizio a tenzoni polemiche, escludo di vantare tra i miei lettori un pubblico alto. Il mio obiettivo è sempre stato il pubblico altro.
Ieri appunto, un recente acquisito tra i contatti di fb, con il quale discorrevo amabilmente di teatro, mi ha chiesto se fossi delusa dello scarso numero di lettori ( e piaciatori) dei post nella pagina di Molvettina. Come canta Niccolò Fabi:” la mia fortuna è che non mi attrae ciò che mi distrugge”. Non ho mai avuto ambizione di diventare una BLOGGER a caratteri cubitali. Insomma, depredando pure Sorrentino, nella considerazione che “ in questo paese, purtroppo, per farsi prendere sul serio bisogna prendersi sul serio “, e avendo sempre avuto io la fortuna e forse il talento di non averlo fatto mai, la conclusione è che posso con serenità assecondare il mio desiderio di irrilevanza e crogiolarmici abbondantemente dentro.

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