sabato 14 marzo 2026
Io, me e le cose
Da cosa nasce cosa. Questo pezzo germoglia da un rimuginio che mi sono portata dietro per l’intera settimana, suscitatomi da uno scambio di pareri su fb con V., interlocutore prezioso, che stimo molto per intelligenza, preparazione e gusti.
La scintilla si è originata dal breve post che ho dedicato a “L’idiota di famiglia” di Dario Ferrari, Sellerio editore Palermo. Opportunamente lo riporto: «Un grandissimo incondizionato sì. Non è quello di Da Vinci, ma ha grandi possibilità di diventare “un per sempre”. Esiste il romanzo perfetto? Domanda delle domande. Direi che la perfezione è quella cosa che spaventa e incute soggezione. Non volendo recare danni a Ferrari, perciò, non mi azzardo a dire che “L’idiota di famiglia” sia quel romanzo. Lo lascio intendere, però. È un libro superbo. Ogni elemento, dall’ impalcatura al plot, dalla lingua al ritmo è calibrato con grande sapienza per un risultato estremamente convincente. Si possono gestire le emozioni, i sentimenti, i grandi momenti di frattura (dolore) della vita con tatto, lucidità, ironia, profondità, senza essere pedanti, pesanti, zelanti nel tentativo di dimostrare la propria bravura? La risposta per quanto riguarda questo libro è sì. Quando la scrittura procede così disinvolta, può portarti ovunque, in qualsiasi territorio e soprattutto riesce a farlo assicurandoti un grande appagamento. Qui c’è tutto quello che cerchi in un romanzo, che tradotto sarebbe: il piacere puro di leggere.»
Concordiamo, V. ed io, sulla bellezza del prologo. Folgorante. Da manuale: vivace, ironico, anzi proprio divertente, intelligente, condivisibile anche il topic su cui si concentra. Il mio entusiasmo travalica la parte introduttiva e si estende all’intero romanzo. Consenso pieno, incondizionato. Convinta al 100%, promuovo a pieni voti Ferrari. Non così V., il quale esterna la sua delusione, scrivendo che, prologo a parte, si aspettava di più nella scelta del tema trattato. Un personaggio così, argomenta, meritava di più della solita storia italiana del ritorno al borgo natìo e alla famiglia.
Per V. il punto è, dunque, se capisco bene, l’estro dello scrittore. L’ originalità del contenuto. Convengo con lui sul fatto che la trama potrebbe essere “scontata”. Per quanto condivida l’obiezione, non riesco a distogliermi dall’elemento scrittura. Perciò, persisto sulla mia rotta: i temi de “L’idiota di famiglia” sono quelli contemporanei per definizione, certamente molto battuti. Problemi che ci accomunano un po’ tutti: genitori da accudire, bilanci di vita, storici, anche ideologici... Qui, sono trattati con grande sapienza e senza toni da dilemma. In scioltezza. C’è, ad esempio, il momento dell’aborto, che mi ha molto colpito. La voce di lui -protagonista e narratore- si addentra in un momento della dinamica di coppia nevralgico, cruciale. Amministrare un tale dolore, tradizionalmente squilibrato dalla parte della donna non è facile. Ci vuole una grande cura. Ferrari ha dimostrato di possederne nella giusta dose. Mio modestissimo parere: in questo momento, in Italia, Ferrari è tra i primi cinque scrittori per bravura. Toccherà aspettare la sua prossima prova, vedere come se la gioca e solo allora decretare la direzione, in alto o verso, del pollice.
Per ragioni di tempi ristretti e impegni da assolvere non ho potuto approfondire la questione quanto desideravo. Ho premesso che V. è acuto, competente. Aggiungo che è altresì molto garbato e di toni mai livorosi o prevaricanti.
Intrattenersi a ragionare con lui è sempre una esperienza arricchente. Anche questa volta ha piantato un seme. Se ci ritorno ora non è per esprit de l’escalier. Nessuna coda polemica. La chiacchierata, come dicevo, mi ha infilato una pulce nell’orecchio.
Non c’è dubbio – e se ne discute sovente- che l’editoria quando trova una vena estrattiva promettente la sfrutta fino all’esaurimento. Si sfornano, fino a saturarne il mercato, libri simili per materia solitamente pubblicizzati come attesi, necessari, imprescindibili, definitivi. Sugli scaffali si fanno concorrenza le edizioni blasonate e le “sottomarche”. (Scorrettezza mia, naturalmente, parlare di originali/marche e di imitazioni/sottomarche. Lascia intendere uno scarto qualitativo tra i primi e i secondi che non sussiste, capitando, anzi, che a livello artigianale-indipendente siano intercettate chicche -in termini di originalità e sperimentazione- che a livello “industriale” si rinuncia a cogliere.)
Piuttosto, la famosa pulce, che continua a far casino nel mio orecchio, mi pungola sulla sovrabbondanza di offerte su temi identici affinché io verifichi se e come questa situazione incida su di me lettrice. C’è chi demoralizzato, desiste assaggio dopo assaggio, nella convinzione che “ormai niente valga la pena”, abbandonando del tutto la lettura o tradendo la narrativa per la saggistica. C’è chi si trasforma in un segugio ossessionato dalla ricerca della pepita d’oro da record. E io? Veramente mi sono evoluta nella versione “post manierista” di una lettrice generalista media, attaccata solo alla forma?”
Non ho appena lanciato -con questo interrogativo- un boomerang. Non sto ritrattando il giudizio positivo sull’ultimo di Ferrari. Non è certamente a lui che mi riferisco tirando in ballo il manierismo. Questo è lo spazio dove inserisco le formule assolutorie: per Ferrari, in quanto il fatto non sussiste, per la sottoscritta perché non amo le zone di conforto che ingannino, ingabbino e limitino. Rifiuto di riconoscermi nell’identikit tracciato innanzi. La lettura resta il luogo dove posso sperimentare i miei gusti lanciandomi nel vuoto senza reti.
Azzardo, a questo punto, uno dei miei salti. Apro il file “romanzi sui ritorni al natio borgo -metaforici o reali, spaziali o temporali-, sulla regressione al ruolo di figli nella declinazione nuovissima e attuale dell’inversione dei ruoli da prole accudita ad accudente”. Oltre a “L’idiota di famiglia”, ottimo anche “Cose Umane”, di Antonio Pascale, Einaudi editore. La dimostrazione che si possono fare preparazioni originali anche con gli stessi ingredienti di base.
Sto per chiudere il file quando mi balza alla mente “Le occasioni di Giovanna” di Claudio Morandini, edizioni Nottetempo. Il buon Antonio Di Pietro avrebbe tuonato: “che c’azzecca?” Non lo so ancora, ma forse vale la pena di indagare la suggestione. Si può entrare da una porta laterale in casa di una pensionata, nell’intimità della sua vedovanza, nel restringimento/involuzione del suo ruolo materno, nella routine libera da obblighi sociali consolidati ma vincolata al passo obbligato dalla nuova età? Le stramberie, gli abbagli, le perseveranze, le strategie di sopravvivenza, il rapporto con il figlio e i coetanei. C’è tutto della vita dei nostri genitori e di noi figli nell’astratto ritorno a casa de “Le occasioni di Giovanna”. Con un rigore stilistico/linguistico ineccepibile, Claudio Morandini, a parer mio, è riuscito da un’angolazione insolita a realizzare questa bizzarria.
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