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Visualizzazione dei post da Marzo, 2016

Taccuino turco.

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Tempo fa, per ragioni che non sto qui a raccontare, scrissi una sorta di resoconto della mia esperienza in Turchia. E' tanto che il "taccuino turco" -così ho chiamato il breve racconto- sta lì, sul desktop del computer . Non avrò mai il coraggio di mandarlo in visione ad un editore, come pure avevo pensato di fare. Questa mattina ho preso la decisione di metterlo qui, a puntate, sul mio piccolo spazio nel web. Eccoci, io e il mio angolo di Turchia. Cap. 1 Bella signora ti ho ritrovato così come ti avevo lasciata, stesa su di un fianco, capelli al vento, volto verso il sole e occhi chiusi, con l’espressione indolente di un’adolescente che ha scoperto il piacere dell’abbronzatura e vuole i raggi tutti per sé. Alcuni ti chiamano Smirne alla maniera occidentale, altri Izmir secondo la tua lingua. Per tutti i turchi fuori dalle tue mura sei “l’infedele,” a causa dell’indole ribelle. Le tue figlie godono fama d’essere le donne più belle di Turchia e non si ricorda

21 grammi

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Annunziata si alza sempre di buonumore. Le bastano otto ore di sonno per dimenticare incazzature e delusioni accumulate nelle ventiquattro precedenti.  Al risveglio è pronta a dare una nuova opportunità a tutti, soprattutto a sé stessa. Invece, poi, entrata nel bagno le tocca sottrarre il primo punto dal credito di felicità che ha investito nel nuovo giorno. Prima ancora di guardarsi allo specchio, infatti, pensa al suo nome e perde il sorriso. Tutto comincia sempre dal nome. Le aspettative dei genitori ad esempio. Quando sono liberi di farlo, ne scelgono sempre uno che assomiglia ad un investimento. Tradisce la loro ansia di spingerti a forza tra i vincenti. Anche le prime ferite dell’inconscio, come lei ben sa, a volte hanno  le  radici piantate lì. Se tornasse a nascere le   piacerebbe chiamarsi Desirè o Vittoria o Federica. Uno qualsiasi di quei nomi da cui traspare subito che sei signora. Altro che la Madonna popolana dell’odiosa “ supponta ” alla nonna  a cui è stata condann

La mennulara di Simonetta Agnello Hornby

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Premetto: 1) le parole che seguiranno sono da prendersi come appunti personali privi della benché minima pretesa  di costituire una analisi critica del testo. Al termine  della lettura di un libro sono solita buttare giù  qualche riga a futura memoria, che per comodità, non già perché ne integrino una fattispecie, etichetto sbrigativamente come recensione. Trattasi quindi di semplici considerazioni. Mi sovvengono mentre leggo e le trascrivo per consultarle in seguito quando la nitidezza delle pagine lette è ormai sbiadita. 2) La lettura è piacere e lavoro insieme, al pari della scrittura. In maniera simile ad essa -giova ribadirlo- è attività  certosina e personale. Ne consegue che il giudizio su un libro è sempre soggettivo. Risente dei gusti, della sensibilità, della preparazione del lettore e forse anche del periodo storico in cui il  testo viene affrontato.  3) Mettere nero su bianco  le impressione negative e le perplessità  lasciatemi da un romanzo è  cosa molto più d

Soccavo State of mind ( memorie soccavesi)

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Mi chiamo Antonietta. Venni alla luce il 30 giugno di un anno che non vi dirò presso la clinica “Villa Cinzia” di Via Epomeo a Soccavo, da genitori entrambi e da più generazioni paesani doc. La vita, il destino o la divinità -fate voi- mi hanno portato lontano dal sacro suolo che mi dette i natali. Nonostante l’esilio dorato –mi sono fatta pure tre anni a Posillipo, asciugando ‘le pezze’ al soffio della più nobile fra le brezze marine - continuo a definirmi soccavese. La ragione è che Soccavo -Signori miei- non è un semplice quartiere. Soccavo è un presupposto. Soccavo è uno “state of mind.” Dice che le memorie siano la morte dello scrittore. Se non si è votati al suicidio perché buttare giù queste righe? Per rendere giustizia a “sub cava”, l’antico agglomerato di scavatori di piperno. Per infrangere l’immeritato silenzio dell’anonimato. Per spingerla finalmente sotto i riflettori della gloria. Le sorti del Vomero furono magnificate da Starnone in “Via Gemito”. Posillipo fu canta

Fringe 7° parte "il ritorno"

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L’insolito inizio di giornata cominciava ad essere cosa lontana. Il senso di avventura già affievolitosi al ritorno a casa ora si andava definitivamente spegnendo. Non le rimaneva che tornare se stessa. Rimettersi in carreggiata nel tentativo di concludere qualcosa di buono prima che facesse notte. Questo fu il primo pensiero sensato venutole in mente  fino ad allora.  Tuttavia non se la sentì di mettersi a riordinare e rimandò le faccende  all’indomani.  Lo stomaco brontolò. Si ricordò allora di non aver toccato cibo e che il frigo era agli sgoccioli.  Di nuovo la prospettiva di applicarsi in una qualsiasi attività, fosse solo l’andare al supermercato, non l’allettò affatto. Rinviò anche la spesa al giorno successivo. Avrebbe provveduto di ritorno dall’ufficio. Poche volte nella vita le era successo di ammutinarsi con tanta ostinazione contro sé stessa. Di sentire i buoni propositi e gli obblighi indebolirsi pian piano fino ad arrendersi completamente sotto i colpi della

Fringe (6 parte: indizi)

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Così fu, infatti. Quando puntò il naso all’insù uscendo dall’abitacolo, dello spettacolare buco in direzione del quale aveva fin lì guidato non era rimasta quasi traccia. Si era rimpicciolito alle dimensioni di un foro troppo piccolo per spiarci attraverso ma sufficiente a lasciar cadere ancora qualcosa. Scattò in avanti per afferrare il foglio di carta che le svolazzava incontro ma non fece in tempo a schivare lo zaino. Non era grande e neppure pesante, come ebbe modo di constatare dopo che si fu rialzata, ma l’altezza da cui era arrivato glielo aveva fatto piombare addosso con la potenza di un gigantesco masso. Mentre lei era schiacciata al suolo senza respiro, la radio cominciò a ritrasmettere musica, il sole ricomparve al solito posto, uno stormo di uccelli volò all’orizzonte e il cielo tornò compatto. Sentì la stanchezza calarle addosso. Desiderò solo tornare a casa e ributtarsi a letto. Si ficcò il pezzo di carta in tasca, raccolse lo zaino e risalì in macchina con il pensiero

"La vita accanto" di Mariapia Veladiano.

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Libro di questa settimana è nientepopodimeno che un "premio Calvino". Si tratta infatti di "La vita accanto " di Mariapia Veladiano vincitore nel 2010 del prestigioso riconoscimento, nonché finalista nel 2011 allo Strega. Leggo parecchio e in una media da lettrice forte  statisticamente il romanzo che non mi lascia  pienamente entusiasta ci sta. La Veladiano racconta  di una bambina  brutta in modo inconsueto  che a causa di tale deformità  vive nascosta tra le pareti domestiche fino all'età scolare, sottratta agli sguardi malevoli del mondo. Affidata alle cure di una balia tuttofare e della gemella del padre  non conosce l'affetto della madre, vittima di un esaurimento nervoso che l' imprigiona in un'ostinato silenzio, rendendola incapace di interagire con lei.  Il padre medico, uomo irreprensibile, veglia sulla creatura e sulla moglie   tiepidamente, mostrando di non possedere  grande forza di carattere.   Rebecca, questo è il nome della sven

8 Marzo

oggi è l'otto marzo. Non ci sarebbe da aggiungere nulla. Sono nata che la giornata della donna timidamente si faceva spazio tra gli altri giorni del calendario. Sono cresciuta che era assurta già a dignità di vera e propria celebrazione. Mi sono ritrovata, nella mezza età, a dovermene quasi vergognare, a disdegnarla. Mi riferisco a quando, negli scorsi anni, tale giorno è divenuto pretesto, ( ad opera di persone che si sono riempite la bocca della parola femminismo, di cui ignorano tuttavia il senso e le implicazioni),  per festeggiamenti brutti, beceri, dal sapore di cibo fortemente avariato, maleodoranti di maschilismo spinto, camuffato da pensiero progressista. Oggi molti scelgono di evitare la retorica. Certo, che sia bandita la pura retorica. Ma non rimanga, nello spazio sottratto  agli affabulatori, ai venditori di parole, ai narratori di professione che null'altro sono se non imbonitori di folle, il silenzio. Il tacere è più vuoto della più vuota retorica. Non s

Dove troverete un altro padre come il mio. Di Rossana Campo

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“E ora voglio sapere –urlò a un tratto la donna con una forza terribile- voglio sapere dove troverete in tutta la terra un altro padre come il mio!” (Isaac Babel’). Il libro di oggi è “Dove troverete un altro padre come il mio ” di Rossana Campo , edizione Ponte alla Grazie . Rossana Campo è una scrittrice di grande talento. L’avevo apprezzata già nel “Il posto delle donne” edito, sempre da Ponte alle Grazie, nel 2013. Confermo la mia ammirazione, mille volte moltiplicatasi dopo la lettura di questo ultimo lavoro, già candidato al Premio Strega , prima ancora che dalla Parrella e Riccardi   da Umberto Eco , e scusate se è poco. L’anno scorso, di questi tempi, teneva banco un articolo uscito su The Stranger (rivista americana che si occupa di letteratura) dal titolo “ Cose che posso dire dei master di scrittura adesso che non insegno più. ” L’autore, Alain Boudinot , scrittore nonché ex insegnante di scrittura creativa, si pronunciava contro i memoir ,  cavallo di battaglia dei

"On writing" di Stephen King

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Ho finito “ On writing ” di Stephen King , traduzione di Giovanni Arduino , edizione Frassinelli . Appena chiuso l’ho sistemato nella pila dei libri da “ perenne consulto ”, quelli cioè che stanno sempre sul comodino o mi porto in giro per casa spulciandoli ogni tre e quattro. Provo a prenderlo dalla parte inversa, questo “ Sulla scrittura ”. No, tranquilli. Non comincerò a parlarvene partendo dall’ultima pagina. Tenterò piuttosto di vendervelo come un testo imprescindibile “On reading”, vale a dire come un manuale sulla lettura. A me, quando arrivo per la prima volta in una città –lo confesso- non piace andare per musei esclusivamente per smarcare la visita dall’elenco delle cose obbligatorie da fare. Chiarisco il punto. E’ che i musei non sono centri commerciali, con vetrine davanti alle quali sfilare passivamente. Bisogna andarci preparati. Il massimo sarebbe accompagnati da una guida. Che senso ha fermarsi due minuti davanti a quella –tutto sommato- minuscola figura di

Fringe ( 5 Il passato)

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Riconsiderò le due opzioni iniziali e scartò l'ipotesi tangenziale. Si dette della deficiente per il semplice fatto di averla presa in considerazione. Pensava forse di trovare lungo il tragitto l'indicazione  "  buco nel cielo procedere dieci chilometri e poi svoltare a destra "?  L'unica era imboccare il lungomare e proseguire dritto improvvisando. Le strade erano deserte: niente auto o pullman in circolazione. Nessun altro essere umano. Alzò gli occhi verso il cielo: neanche uccelli. La città era immersa in un pesante sonno, benché l'ora -aveva buttato uno sguardo al cellulare- avrebbe presunto già un certo movimento.  Con un altro gesto istintivo accese la radio.  Silenzio anche da quel fronte. La Fringe era più vicina ma si rimpiccioliva. L'astronomia e la fisica non le  tornavano utili, ma la storia avrebbe potuto fornirle qualche indizio. Cento anni prima che lei nascesse la scienza si era spinta  molto oltre le soglie dei consolidati criteri di ge