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Visualizzazione dei post da Maggio, 2016

La madonna dei mandarini di Antonella Cilento

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Sulle righe finali   de “La Madonna dei mandarini” di Antonella Cilento, edizioni NN, mi sono detta: questo libro sa di poco . Poiché tuttavia resto estremamente polemica, anche con me stessa, mi sono predisposta immediatamente a confutare tale giudizio, dato che il racconto  mi è piaciuto. Antonella Cilento è una prolifica scrittrice napoletana, classe 1970, che vanta importanti piazzamenti: si veda tra tutti, la finale dello Strega, nel 2014, con “Lisario o il piacere infinito delle donne”. Di suo non avevo ancora letto niente. Come ho ripetuto più volte “un lettore seriale resta prima di tutto un collezionista la cui ambizione è di arricchire la propria raccolta”, dunque dovevo colmare la lacuna. “La madonna dei mandarini “  conta 87 pagine. Quindi, ritornando alla riflessione iniziale, la prima obiezione che mi sono opposta – la riporto così come pensata- è stata: - “neh, ma tu che volevi da 87 pagine? - “Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore” avrebbe

taccuino turco (3 cap.)

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Le radici strappate dalla terra d’origine soffrono mentre cercano nuovi equilibri. Per giorni esitano in superficie, sondando da che parte provenga l’acqua, si irradi la luce o spiri il vento prima di risolversi a penetrare il suolo in profondità. L’emigrazione è un’esperienza faticosa. I più fortunati godono dell’aiuto di angeli custodi, sotto la cui ala protettrice superano le complicate fasi iniziali. Ogni passo sarebbe ancor più duro e il nuovo sentiero più impervio se non ci fossero queste provvidenziali figure a tenerci per mano. Io sono tra quei privilegiati che, nell’avventura spinosa dell’espatrio, hanno conosciuto l’altruismo e la generosità. Tutte le mattine c’era qualcosa di nuovo di cui occuparmi: faccende urgenti da sistemare, problemi da risolvere, cose da comprare, posti da raggiungere. Le tasche erano sempre piene di appunti e note, la testa sempre alla ricerca di una soluzione e di un’anima pia disposta all’aiuto. E ogni giorno il fato disseminava la mia strada

taccuino turco ( 2 cap.)

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Quello che avevo visto non mi aveva lasciato indifferente. Mi imposi di gettare a quel punto nuove premesse per una pacifica convivenza. Ma come in ogni inizio di rapporto a due che si rispetti, nonostante la dichiarazione di volontà, altri fraintendimenti e scaramucce si frapposero tra noi, rendendo i primi tempi vivaci. Non avevo la minima idea di come suonasse la lingua turca. Pertanto fui afflitta per giorni da quello stato di sordità e di mutismo che all’estero ci fa reagire anche alle più piccole difficoltà con stizza. Non poter ringraziare o accennare il più elementare saluto mi facevano sentire scostumata e irriconoscente verso le persone che cercavano di aiutarmi. Ero sconsolata, non riuscendo ad avanzare con chiarezza le mie richieste agli agenti immobiliari. Mi sentivo quasi d’essere un loro ostaggio mentre li seguivo, in cerca di una casa decente da prendere in affitto, nei più remoti angoli della città, mentre andavo su e giù per palazzi vecchi e malridotti, mentre vis

la premonizione dell'automobilista

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Ci sono posti al mondo dove guidare è un vero inferno. Prendi la Germania ad esempio. Non puoi distrarti un attimo, non puoi concederti un minuto di relax ad un incrocio che paralizzi il traffico: dall'altro capo del quadrivio, infatti, restano tutti fermi impalati ad aspettare che svolti nel pedissequo rispetto delle precedenze. Ma buttatevi, vi prego. Fatevi pure avanti, che io non vi porto mica rancore. E poi ci sono luoghi dove guidare è il paradiso. Dove, altro che regole, semafori, segnaletiche e codice stradale, tutto è rimesso al buon senso…di chi ce l’ha. Scherzi a parte: scarrozzare ultimamente in macchina la più giovane delle mie figlie -lo ammetto- mi mette un po’ a disagio. Deve prendere il patentino e quindi venire a zonzo con me equivale ad un ripasso, talvolta ad un approfondimento, perfino ad un aggiornamento  di quello che le spiegano a scuola guida. Fa domande, si informa, fa esempi, pone quesiti. E io tra una bestemmia e l’altra, una malaparola e un

Quando il rosso non è simbolo di passione

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Su certi argomenti confesso una certa ostinata chiusura mentale.  In fatto di simboli ammetto di essere “bacchettona”. Sono cosa seria e mi dispiace quando vengono sottratti alle loro destinazioni originarie per una pura faccenda di “moda” o peggio.   Mettiamo i tatuaggi, ad esempio. Un tempo strumenti espressivi di determinati gruppi etnici, passati poi ad alcune categorie sociali — i pirati, marinai e carcerati- ora sono ridotti spesso allo status di banali scarabocchi su corpi usati come comuni fogli su cui appuntare la qualunque.  Stesso destino per la barba. Ha avuto nei secoli un grande valore rappresentativo, ancora oggi immutato in determinate culture. Alle nostre latitudini è ormai irreparabilmente svilita ad “accessorio” di tendenza.  Lunga premessa per arrivare al punto.  Una nota ditta di yogurt ha scelto, per pubblicizzare il suo prodotto, di far comodamente sedere la protagonista dell’ultimo spot su una poltrona bianca circondandola con molte paia di scarpe rosse ,“ pas

Gomorra

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Mentre siamo a metà del primo episodio, con il fiato sospeso davanti alla crudeltà di un “femminicidio” commesso a mani nude, mia figlia rompe il silenzio e chiede: - “ma secondo te, i camorristi lo guardano?” - Parliamo di Gomorra, di cosa se no. Ci rifletto qualche istante e poi rispondo di sì. Saranno incollati pure loro al televisore per “spottare” eventuali errori  e imprecisioni. Mentre ci  elettrizziamo per certe scene -il filo della narrazione è rigoroso e univoco, e ti spinge dentro allo schermo-   commentando che l’unico neo  di questa storia è che da ora si ricomincerà tutti a parlare con l’accento perentorio e un po’ “fesso” alla Savastano padre, le timeline di fb e twitter si riempiono di commenti. I più chiedono, con tono desolato, perché guardare tanta bruttezza, sottolineando  l’inopportunità dell’atto Provo a rispondere mettendo in ordine le mie argomentazioni a sostegno della opinione opposta. 1)L’occhio è mobile e lo sguardo deve spaziare. Il paraocchi è un

Il cuore è idiota di Davy Rothbart

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Ci sono molti libri “vecchi” a cui ripenso spesso, rammaricandomi che non abbiano avuto il successo meritato. “ Il cuore è idiota” di Davy Rothbart, pubblicato nel 2014 da Baldini & Castoldi , tradotto da Susanna Bourlot è uno di questi. Rothbart (11 Aprile  1971), in una maniera che non esito a definire irresistibile, ci racconta un bel pezzo della sua vita fatto di repentini innamoramenti, alzate di ingegno, scelte volubili. Ogni capitolo del libro (in tutto sono 14) è un gustoso affresco di situazioni trascinanti. La possibilità di godere di una lettura così piacevole sarebbe di per sè puntello già sufficiente a sostegno della mia appassionata esortazione a recuperarlo. Tuttavia c’è anche una altra ragione  più specifica che motiva il mio consiglio, la quale si riconnette strettamente alla discussione - circa le possibilità e le opportunità di pubblicazione riservate ai “ dilettanti in cerca di esordi dignitosi”- che affronto spesso con gli amici partecipi con me

Dal "Taccuino Turco" viaggio a Troia

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L'aria era mite e il cielo terso. Mi parve assolutamente normale. Non avevo preso  neppure  in considerazione  la possibilità di brutto tempo, e non per via della stagione in cui si era. Piuttosto perché, nella mia immaginazione, le vicende di Ilio si erano svolte sempre sotto un cielo azzurro e in un clima mite. Come se la città fosse stata ammantata di un eterna primavera, come se quel luogo fosse stato immune dalla mutevolezza delle stagioni. Eppure così non fu. Eppure, i Dardanelli su cui era appostata, erano un’area ventosa e turbolenta. Fu grazie alle impetuose raffiche che costringevano le navi a lunghi periodi di sosta nel suo porto che Troia rinacque più volte dopo ogni conquista e distruzione, tornando a prosperare.  Rispetto alla gita a Efeso, il paesaggio circostante anziché enfatizzare la mia esaltazione lavorò a smorzarla. Non una indicazione stradale, non un insegna annunciavano l’approssimarsi al luogo sacro, come invece avrei preteso. Stavamo guidando

Dalle rovine di Luciano Funetta

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Mi sono precipitata in libreria perché “ Dalle rovine ” di Luciano Funetta , edito da tunuè , nella dozzina di candidati allo Strega, doveva essere mio. Ne parlano tutti. Da brava San Tommaso, in questi casi di brusii persistenti ed insistenti, io devo toccare con mano. Diffidente lo ero. Quando leggi di  un “romanzo visionario”, “poco convenzionale”, “fuori dagli schemi”, “coraggioso”, la curiosità è tanta ma anche il sospetto che si esageri non scarseggia. Taglio corto e dico subito che Funetta “ ha ingarrato ” un gran bel libro. Se  gli aggettivi di cui sopra significano, tradotti in soldoni, che il romanzo può aspirare ad un posto stabile nella “letteratura” alta e ha tutte le carte per non essere un fuoco di paglia, allora concordiamo con gli “a ggettivatori seriali ”. La scrittura mai dilettantesca –siamo di fronte ad un esordiente ma non a un principiante- è perfetta. Non solo perchè non ci sono errori sintattici, grammaticali o di consecutio –di questi tempi mi capita sot