Letture al tempo del coronavirus.

Le letture ai tempi dell'epidemia di coronavirus.

Un giudizio più articolato e complesso sul romanzo di Michelle Grillo " Il tempo che resta", Alessandro Polidoro Editore lo trovate su LuciaLibri
Poiché mi piace molto la contaminazione e soprattutto perché, quando si leggono più romanzi tutti di filato, di tanto in tanto sembra che essi si parlino, anzi meglio, che uno metta bocca riguardo l'altro, non mi sono meravigliata quando in "Mamma è matta, papà beve" di Fredrik Sjöberg, edito da Iperborea, tradotto da Andrea Berardini, ho letto la seguente frase:" Da anziana, Hanna ripeteva spesso che i figli non bisogna mai abbandonarli. Mai. Perché anche se lì per lì stringono i denti, il male può tornare, magari dopo molto tempo"
Ebbene, a parlare potrebbe essere l'altra Anna, quella senza H di cui ci racconta la giovane scrittrice campana Grillo. La Anna che ha vissuto l'inadeguatezza dei genitori come una loro assoluta latitanza, pagandone poi le conseguenze per tutta la vita, essendo divenuta una donna fragile, una figlia irrisolta, una madre imperfetta,una moglie anaffettiva.



Con tale carico di turbamento -vabbè mi piace esagerare un po'- ho proseguito nella lettura de " Mamma è matta, papà beve", che è il tentativo di ricostruzione della vita di Anton Dick, un pittore "minore".

Confesso: un romanzo non scorrevolissimo, a tratti -diciamolo pure- consapevolmente caotico. Eppure ha dei meriti che ne giustificano la lettura. Mettiamola così: è uno di quei romanzi in cui la trama è piuttosto un pretesto per mettere nero su bianco ottime riflessioni, una cornice a raccordo delle molteplici perle che l'autore riesce ad infilare, confezionando una collana di apprezzabile valore.



Lasciato al cimitero il povero Anton, ho spalancato le pagine e il cuore a "Tu l'hai detto" di Connie Palmen, ancora Iperborea edizioni, tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo.
Anche in questo caso si è ripetuta l'alchimia di una sottile connessione tra i romanzi.
E si, perché considerando che l'ispirazione a Sjöberg era arrivata indagando la famiglia matriarcale di Eva Adler, sposa di Anton, posso ben dire che ho marciato, dall'un libro all'altro, da marito in marito. La Palmen, infatti, mi ha messo tra le braccia di Ted Hughes, grandissimo poeta ma prima ancora, purtroppo per lui e per noi, vedovo di Silvia Plath, il quale mi ha irretito con il suo racconto di superstite di una delle coppie più chiacchierate della letteratura contemporanea.
La storia dei coniugi Huges/ Plath ha il suo perché, stuzzica il lato pettegolo di ciascuno, ci dà la possibilità di entrare nel privatissimo talamo sacrario dei due letterati, e di sistemarvici al centro: tra LEI e LUI, anzi, forse leggermente più dalla parte di LUI, poiché gli fa recuperare un po' di quella simpatia e di quel credito che erano sfumati alla morte di Lei.
Il romanzo, nemmeno a dirlo, ha comunque, oltre ad un perché, anche un notevole come. La scrittura della Palmen ( presumo nel backstage un lavoro di traduzione rigorosissimo e assai faticoso) è degnamente poetica. Degnamente naturalmente è allusivo alla necessità, assolutamente soddisfatta, di dotare la narrazione di un ritmo potente, aulico, coinvolgente, sentimentale nell'accezione più nobile del termine.

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