Febbre di Jonathan Bazzi


Il 2019 segna un importante novità nella politica di assegnazione del titolo di  “Libro dell’anno” di Fahrenheit (Radio3 Rai).
Nell'ottica di "colmare un deficit di attenzione verso un territorio attraversato da molte difficoltà, ma anche in continuo fermento", si è scelto di dedicare  il premio all'editoria indipendente.
Ad inaugurare il nuovo corso, aggiudicandosi il riconoscimento dopo un testa a testa con colleghi di altrettanto elevato spessore -tra gli altri Zandomeneghi con "Il giorno della Nutria" di cui avevo qui scritto e Alessio Forgione "Napoli mon amour ", commentato invece qui- Jonathan Bazzi con il suo Febbre, edito da Fandango.
Romanzo limpido, dove con una voce intima ma stentorea il protagonista si racconta senza sovrastrutture, appunto limpidamente.
Non mi addentrerò ne' nella trama, ne' scandaglierò altri elementi della scrittura. Dirò solo uno dei motivi per i quali, secondo me, dovreste leggere il libro.
Ricordate il meraviglioso incipit di “Tre uomini in barca (per tacere del cane)”, Jerome K. Jerome?
È strano, ma non mi avviene mai di leggere un annuncio di specialità brevettate, senza sentirmi tratto alla conclusione d’essere affetto dalla peculiare malattia — nella sua forma più virulenta — che forma il soggetto dell’annuncio. A ogni modo, la diagnosi par che corrisponda sempre esattamente a tutte le mie particolari sensazioni.
Ricordo d’esser andato un giorno al British Museum a leggere il trattamento di un piccolo malanno del quale avevo qualche leggero attacco — credo che fosse la febbre del fieno. Mi feci dare il libro, e lessi tutto quello che dovevo leggere; e poi, in un momento d’oblio, voltai oziosamente le pagine e cominciai a studiare indolentemente le malattie in generale. Non ricordo più il primo morbo nel quale m’immersi — so che era un pauroso flagello devastatore — e prima che avessi dato un’occhiata a una metà della lista dei «sintomi premonitori», ero già bell’e convinto di esserne affetto."
Ebbene, anche solo per dare uno sguardo a come Bazzi scandaglia l'universo dell'ipocondria nel primo capitolo del libro, nella parte, cioè, in cui i medici ipotizzano una sua malattia immaginaria, il prezzo del biglietto è ricompensato. Quella sezione del romanzo, infatti, è, per sincerità e acutezza, una delle rappresentazioni letterarie più felici dell'ipocondria, insieme a quella di Jerome K. Jerome -tenuta in debito conto la diversità dei registri narrativi, lontanissimi tra loro, intimista e sofferto quello di Bazzi,  ironico/sarcastico  quello di Jerome- escludendo un outsider come Argante di Molière, che si possono trovare in circolazione.    

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