ganglio 43


Quando mi siedo al pc per una nuova delle mie esternazioni, immancabilmente accade che mi incaponisca sul numero del ganglio. Un dettaglio ininfluente sul contenuto di ciò che sto per vomitare, assolutamente inutile. Una grandissima perdita di tempo, visto che non ne ho mai la minima idea, perdendone sistematicamente il conto. Anzi, peggio: più che altro quel conto non è che lo perdo, è che proprio sistematicamente non lo porto affatto. Non ci posso far nulla: ho una memoria che rivendica la sua natura schifosamente indolente in fatto di ricordi numerici. Non trattiene nessuna cifra. Non è che espelle il dato. No. Non lo immagazzina proprio. Una forma di difesa. Certo. Un'altra forma. Come la narcolessia che mi penalizza nei momenti nel bisogno. Come la tendenza a procrastinare, l’intalliamiento, che pratico per sfuggire “ai dunque” della mia vita, che quando ci arrivo, a quei dunque, invece di affrontarli, di mangiarmeli, di spezzarli, mi ci metto a ballare intorno, come ad un falò che non mi risolvo ad estinguere con una bella innaffiata di estintore. Quanto sarebbe più utile. In effetti la cosa che faccio con il ganglio, di mettermi a pensare al numero, che poi devo fare la capatina sulla pagina fb per reperirlo, mi pare anche questa un’applicazione della tecnica del temporeggiamento.
Ok. Bando alle danze (sarebbero ciance chiaramente, ma per palesi esigenze di coerenza con quanto detto innanzi, il falò, girarci intorno, resto sulla metafora ballante). Riafferro la matassa e comincio a districarne il bandolo. Prendo ancora un po’ di tempo e premetto: sono una codarda. Concedetemi una ultimissima rincorsa prima del salto. Sono, oltre che una pusillanime, una fottutissima rinunciataria. Questo ganglio è infatti proprio la materializzazione di una resa bella e buona.
Sto leggendo un romanzo. Bellissimo. Avrei voluto recensirlo ma abbandono l’idea perché tra i miei contatti di fb c’è l’autrice. Desisto ma ne voglio comunque parlare e lo faccio qua, ricorrendo al vecchio trucco che adopero con i quadri che mi hanno stancato ma che non oso dar via per ragioni affettive. Li metto bene in vista, piantati sulla parete principale. Le cose, infatti, più sono a portata d’occhio e più lo sguardo non le percepisce. Questo ganglio, dunque, è la carta da regalo in cui incarto insieme, in un solo pacco, e la rinuncia a commentarlo e l’entusiasmo per il libro e la mia codardia. Un po’ perché è quello che ha fatto l’autrice nella sua narrazione: nascondersi sapientemente sedendo -glitterata, “strassata” e ingioiellata di tutto punto- su un trono al centro di ogni riga per essere assorbita dalla scenografia e scomparire, finendo lei con l’osservare il lettore per antropologica curiosità, quasi facendosene beffe. Bravissima. Una scrittura flusso bulimico in cui dice e non tace, ma dice quando tace e tace quando dice. Amatissima o odiatissima nella vita reale -ne paga forse lo scotto nella parallela esistenza letteraria- non è una che viene percepita secondo mezze misure. Io la amo. L’ho letta nel romanzo che le ha regalato popolarità e là me ne sono innamorata. Un sentimento di ammirazione cresciuto poi vedendola dal vivo, nel candore recitativo dell’autentica sé stessa. Sovrabbondante nella sua maliziosa schiettezza. Geniale in questo ultimo romanzo. A chi è corso a leggerla per puro spirito voyeuristico – incuriosito dalle confessioni disseminate nel testo precedente- si presenta al meglio e tiene botta. Pienamente matura. Adulta. Abbatte la quarta parete e tira dentro il lettore esplicitamente con sfrontatezza, chiamandolo per nome. Acrobata provetta, fa magheggi con gli elementi biografici e quelli di finzione in un riuscitissimo gioco delle tre carte nel quale chi scommette su quale sia l’uno e quale l’altro è destinato a perdere. Emancipata dalla sindrome di prima della classe per quanto riguarda il linguaggio che, spintosi ben oltre quello canonico da compitino di fine corso, abbottonato, bon ton e con tutte le virgole al posto giusto, si spaparanza invece in un ritmo caotico, spericolato, strappato, che si lascia cavalcare anche per il gusto di essere sballottolati con malagrazia di qua e di là. L’applauso a fine rappresentazione – a fine lettura, pardon!- ci sta tutto, appunto perché la chiave del romanzo, del grande lavoro fatto, più che nella storia, che potrebbe perfino essere un mero pretesto se non fosse anche quella godibilissima, è proprio questo incredibile esercizio di stile liberatorio in cui si sublimano le altrettanto catartiche intime confessioni. Sono una vigliacca matricolata, lo avevo anticipato, ma sono certa che adesso anche voi che leggete ne siete convinti. Che senso ha rinunciare a una recensione così entusiastica se non perché me la faccio sotto per il timore di essere giudicata? E se la scrittrice concludesse che non ci ho capito una mazza? Che la mia lettura è tutta sbagliata e il mio commento una grande cantonata? La sindrome dell’impostore. Eh! Ci mancava anche lei a mordere il freno. Lei non è una forma di difesa, però. Piuttosto di affossamento. In questo momento affondo nelle sabbie mobili. Mi tocca pubblicare subito questo ganglio, prima che soccomba all’impulso di cestinarlo. 

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