mercoledì 12 maggio 2021

ganglio 23

Quanti anni avrò? Sei, sette, forse. Siamo in macchina tu ed io. Siamo partite per una di quelle tue spedizioni che detesto. Se chiudessi gli occhi riuscirei a vedere anche come sono vestita. Non lo faccio. Non mi voglio rivedere. Non mi piacerei. L’unico sguardo attraverso il quale mi vedo è il tuo, mai benevolo, sempre risolutivamente critico. Se avessi saputo come gestire il diaframma della macchina celebrale che fissa i ricordi per evitare che restino impressi nella memoria, sarebbe stata una roba fantastica. Non avrei avuto tutte queste registrazioni sentimentali dell’infanzia che ora mi straziano.
E invece eccomi nell'abitacolo della cinquecento rossa a ripensare i pensieri di allora. Andavamo verso via Terracina, quasi fuori dal perimetro dove ti era consentito avventurarti alla guida senza la supervisione di nonna. Andavi alla ricerca di una piscina: eri veramente determinata a iscrivermi ad un corso di nuoto. E’ stata la volta in cui ho sentito più vicina, realissima, la possibilità che si concretizzasse una dei tuoi velleitari progetti. Ero raggelata dall’idea che la cosa andasse realmente in porto. Ma quanto dovevi essere sopraffatta? Fuori di testa per la mia non rispondenza al tuo modello ideale di figlia? Quanto eri addolorata per il fatto che stessi già cominciando a perdere posizioni, finendo tra le più basse e cicciotte della classe? Io, per mantener intatta l’alleanza con te già cominciavo ad odiarle quelle bambine più alte della classe, e pure quelle più magre. E pure quelle con gli occhi chiari e con i capelli lisci e biondi.
La piscina. Qualcuno ti aveva detto che il nuoto era lo sport più indicato per dimagrire e allungarsi. Qualche altro che la piscina di quella zona era più. A te bastava sentire PIU’. Era una vera e propria vocazione la tua, quella di inseguire, come pollicino, tutta quella lunga sfilza di più che ci portavano, o ci avrebbero portato, lontano dalla interminabile sequenza di meno che opprimevano, come un muro di Berlino, il nostro popolarissimo quartiere. Avevamo comprato pure già il costume. Per questo la mia preoccupazione era salita al livello Alfa. La spirale delle nostre peregrinazioni, dominate dalle variabili prezzo-qualità-resa in termini di snellimento, ci aveva fatto approdare all'acquisto di un costumeunpezzo blu, tipo olimpionico, con le fasce laterali bianche, rimasto, per fortuna, inutilizzato; ma quel giorno non potevo saperlo.
E’ vero, le “cosciacchie” rimanevano, indissimulabili, ma mi era calzato meglio di tutti gli altri, di tutti gli altri mille che mi avevi costretto a provare nel nostro tour nei negozi di sport rigorosamente fuori dalla nostra zona.
Io non te l’ho detto mai, ma volevo fare la ballerina. Ma che te lo dicevo a fare? Con quel fisico maleaggraziato che mi era capitato in sorte -lo ripetevi sempre- non avresti mai permesso che mi esponessi, che finissi, pachidermica, su un palcoscenico sotto gli sguardi feroci altrui, ridicola.
La piscina tutto sommato si poteva fare. L’acqua nasconde, mimetizza.
Ma io ugualmente panicavo. Non ero pronta, e non lo sarei stata mai, ad affrontare il mondo. Detestavi pure la mia timidezza e non capivi che timidezza non era. Era consapevolezza di essere inadeguata, era impreparazione, era ignoranza dei modi urbani del mondo fuori di casa nostra. Prima ancora del mio corpo, con i suoi limiti, le sue brutture, la firma sotto un dozzinale scarabocchio privo di gusto, di signorilità, c’era la lingua, incerta, ponte traballante che costruivo a fatica, da sola, tra l’italiano e il dialetto. C’era la consapevolezza della distanza culturale tra me e le altre. C’erano le tue paure, perché ora lo capisco, erano loro a fare da muro tra la disinvoltura – questa parola è stato il tuo cavallo di battaglia, la capofila dei requisiti che pretendevi da me, ed è stata il mio tormento- e quell’impaccio che mi opprimeva, costringendomi a rinunciare ad ogni velleità di socializzazione, aprioristica avversità ad un contatto con altri. Le tue paure, che erano null’altro che l’onda percepita sottotraccia, con quel sonar rimastomi puntato sulle tue emozioni per sempre, da me e amplificata nelle mie. Di la verità, era quello che ti faceva poi mollare tutto. Insieme eravamo una matriosca delle inadeguatezze, delle paure sociali. Tu non sapevi che sarebbe stato facile mimetizzarti tra le altre mamme, che potevi semplicemente osservarle e imitarle. Io ignoravo che, attuando la medesima strategia, diventavo una bambina tra le tante. Potevamo essere come le altre insieme, e invece non lo fummo mai. Fummo marea che va e viene erodendo e non portando spiaggia
 

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