venerdì 9 marzo 2018


Ma davvero sono incinta? Non ci posso credere. No, cioè, ci devo credere. Stando a questa sottospecie di termometro digitale che mi trovo tra le mani, alle due cazzo di strisce colorate comparse nel riquadro, io aspetto un bambino.
Gesù! Da quanto non ne aspettavo uno? Dall’ultima volta che ho avuto una figlia, a occhio e croce venti anni fa. Che cavolo dico? Straparlo. L’emozione, chiaro. Ma poi, non ero in menopausa? Si, che sono in menopausa, Cazzo!
E ora, che altro succede? Oddio, il treno sta partendo, si sono chiuse le porte. Il capotreno fischia. Ho dimenticato il kindle a casa. Mannaggia.
-Amore? Amore!-
Non posso urlare, c’è gente! Leggi il labiale, prova a capire dai gesti: guardami! Sto mimando un libro, lo riconosci? Faccio pure la finta di girare le pagine. E questo è un no. Vedi? Pollice e indice messi ad angolo retto e torsione del polso. Dai, perché non afferri? Non si faceva così da piccoli per dire:- “Non c’è!”. Mi arrendo.  Quando lo troverai
a casa, sul tavolo della sala, al tuo ritorno, allora si, che ti sarà chiaro. Penserai di me che sono la solita “capa di ‘mbrella”. Hai sposato una insallanuta. Non è mica una novità!
Ma che giornata. Ed è appena cominciata. Chi è sto buzzurro con la suoneria delle “Quattro stagioni di Vivaldi” a palla, mo’? Quanta scostumatezza in giro!
Aspetta, aspetta. Mi sa che non è un telefono, quello che squilla. Ma sì, certo: è la sveglia. La mia sveglia. La nostra sveglia.
Ossignore, che sollievo!
Non sono incinta. Non sono neppure su un treno. Sono nel letto, a casa mia e il Kindle sta a portata di mano sul comodino, al solito posto.
Che sogno. Pazzesco. Sicuramente è colpa dell’ansia per la partenza. E’ perché ieri sera non ho preparato la valigia. Mi ero imposta di rimandarla a questa mattina, così, tanto per fare la gradassa con me stessa. Per una questione di puntiglio. Devo smetterla però di bullizzarmi. Non è mica obbligatorio dimostrare a me medesima che posso uscire fuori dagli schemi della metodicità. Che sono più forte io del mio rigore e del mio zelo. Era prevedibile che quel bastardo traditore dell’inconscio mi mollasse. Il pappamolle ha ceduto, si è fatto prendere dal panico.  
-Non me lo scordo il supporto di lettura digitale, stai tranquillo, cagasotto! -
-Te lo giuro! -
Voglio far fruttare le quattro ore di viaggio per finire “Viale dei Misteri” di Irving. Non bellissimo, la verità, ‘sto romanzo. Anzi. Piuttosto una mezza delusione. Preferisco   sciacquarmelo di torno al più presto.
Mi alzo. Mi arrendo all’ apprensione. Sventolo bandiera bianca. Prima comincio la giornata meglio mi sento.
Che ne faccio del sogno? Lo racconto al consorte o lo tengo per me?
Ma chi prendo in giro: non so tenermi un cecio, che sia uno, in bocca. Che sto qui a fare il pari e il dispari: chiaro che gli spiffero tutto, con abbondanza di dettagli.
E però, che bacio. Se lui non dovesse scappare al lavoro e io non fossi “mangiata dall’ansia"...
Meglio chiuderla qui. Niente diversivi. Rimandiamo a domenica prossima. Verrà a prendermi a Bologna. Deciso, così guadagniamo tempo.
La pulitina alla casa gliela do. Una cosa veloce, tanto per sentirmi a posto con la solita coscienza tiranna.
E ora, bagaglio, a me.
Cavolo! Ho fatto tutto con estrema calma eppure, come al mio solito, sto uscendo non in anticipo, di più.
Vorrà dire che ci andrò a piedi, in stazione.

Venti minuti? Come è possibile che ci abbia impiegato solo venti minuti, forse anche meno, per arrivare?
Ho camminato praticamente all’indietro. Almeno così mi era sembrato.
Vediamo un po’: dove mi piazzo? Meglio se mi metto in prossimità del tabellone. Resto in piedi, naturalmente. Non sia mai che non mi autoflagelli mettendomi a sedere comodamente nell’apposita sala. Sono nata per soffrire.  Il supplizio è ontologico. E’ parte essenziale della mia vita. Ed è anche un po’ rito scaramantico, alla fin fine. Se mi risparmiassi le tribolazioni poi mi toccherebbe essere ancora più guardinga. Si sa come agisce la sorte con quelli che si rilassano troppo: li adocchia e zac, li castiga per lassismo, per manifesta deficienza di stress.
Non faccio altro che guardare ad intervalli regolari il tabellone delle partenze e la gente intorno. Tabellone-facce. Facce-tabellone. Tabellone-facce. In questo caso è più corretto dire che sto ammazzando il tempo o che il tempo sta ammazzando me?  Ma che mi rido, scema? Non sono per niente spiritosa. Piuttosto, non riesco a sopprimere il ghigno beffardo che mi si è appiccicato sulla faccia: tipica emiparesi pseudo burlesca da preoccupazione per viaggio.
Potrei sbagliarmi ma, contando la persona che sta entrando adesso in stazione, gli zoppi da quando sono uscita di casa ad ora passano a tre.
Questo, poi, mi ricorda qualcuno. Oscilla parecchio, poverino. E’ per via del piede “ad angolo retto” che punta ostinatamente ad ore due. Non è solo il piede, però. C’è qualcos’altro che me lo rende famigliare. Pelle abbastanza scura, capelli neri: sembra un messicano. Ma certo: Juan Diego Guerrero, il protagonista del libro. E’ lui! Uscito pari pari dal romanzo di Irving.
Devo distogliere lo sguardo all’istante. Se continuo a fissarlo rischio di metterlo a disagio “per il suo passo claudicante e la scarpa deforme confezionata apposta per il piede offeso”.  Cit. Irving.  E si, meglio non rischiare: dovessi trovarmelo a spiare tra i mie pensieri, il Maestro, va a finire che se non gli do i crediti mi chiama in giudizio per violazione del copyright. Ahahahah!
L’uomo laggiù, quello con la camicia più vistosa di sempre, il borsone sportivo e le due valigione, sicuro è un calciatore. Magari uno dei giocatori della Spal. Forse è per quello che mi fissa. Pensa che l’abbia riconosciuto e si aspetta che gli chieda un autografo. Sta fresco. Dovesse avere difficoltà con i bagagli, ecco, allora, visto che ho una mano libera, posso pure aiutarlo. Ma gesti di adulazione, quelli li escludo. Per un giocatore di pallone, poi.
Ah, ecco! Non è tutto suo il carico. La valigia più grande appartiene all’amico gesuita. Non mi dire che anche l’uomo dalla camicia più vistosa di sempre è prete.
Non mi starà piacendo il libro di Irving ma fa di tutto per rimanermi impresso. Anzi, per risucchiarmi. Prima lo zoppo, ora i due sacerdoti di cui uno con la camicia hawaiana. I protagonisti del romanzo, almeno quelli maschili, ci sono tutti. Trasportati con una macchina spazio-temporale dall’orfanotrofio di Oaxaca, Messico, alla stazione di Ferrara, Italia.  Questo “Viale dei Misteri” comincia ad impressionarmi. Uno poi dice le coincidenze.

domenica 8 gennaio 2017

Non avevo capito niente di Diego De Silva

"Certe volte penso, ma lo penso veramente, che bisognerebbe piantarla con questa storia del parlare. Perché tanto non serve a niente. Non è questione di capirsi, fare fatica a ritrovarsi nelle cose; non è questo. È che nessuna conversazione regge l'argomento per più di un paio di battute; è la pertinenza, il problema". Si tratta di una citazione tratta da "Non avevo capito niente", libro di Diego De Silva, pubblicato nel 2007 da Einaudi.
Avevo appena smaltito "Gomorra", del quale si cominciava timidamente a parlare, quando mi imbattei in Malinconico, il protagonista della storia, e in "Mimmo 'o Burzone", il cliente che porta trambusto nella sua vita. Mi parve che questo romanzo di De Silva - purtroppo non ti grandissimo successo- fosse dell'inchiesta/romanzo di Saviano un'appendice. I rispettivi registri, toni, ritmi narrativi e le trame naturalmente ascrivono i due libri a emisferi lontanissimi che, tuttavia, possono comunicare, con uno sforzo di volontà e d'intelletto, benissimo fino ad offrire una visione intera del mondo contaminato dalla camorra. Malinconico è -come detto- un avvocato napoletano alle prese con il divorzio e una claudicante attività professionale. Filosofeggia allegramente, argutamente e brillantemente sulla sua condizione umana. Poi arriva inaspettata una scheggia, piccola, infinitesimale di camorra e gli si conficca nel quotidiano. Vincenzo Malinconico diventa, allora, il paradigma non solo dei mariti "in crisi", dei liberi professionista "semiaffamati" del foro partenopeo che lavorano al limite della soglia di povertà, dei maschi che tentano una rinascita sentimentale; Vincenzo Malinconico diviene soprattutto l'archetipo dell'uomo qualunque toccato-sfrocoliato dalla camorra. Dalla serietà e rigore del racconto di Saviano alla casualità e leggerezza della voce narrante di De Silva il salto è grosso. Eppure c'è altrettanta verità amara e denuncia dolorosa in " Non avevo capito niente". Vale la pena fare un approfondimento.

domenica 4 dicembre 2016

"L'uomo che non fu giovedì" di Juan Esteban Constaìn


Spulcio le nuove proposte editoriali e l'occhio mi cade su un libro pubblicato da Fazi: " L'uomo che non fu giovedì", scritto da Juan Esteban Constaìn, tradotto in italiano da Andrea Rigato.
Mi basta leggere l'incipit della presentazione: " Un irresistibile romanzo umoristico", per deciderne l'acquisto. Sono sempre a caccia di storie spassose, che mi regalino un paio d'ore di intelligente spensieratezza e quando uso queste espressioni penso alle risate di " Una Banda di Idioti" di J. K. Toole, o a "Una cosa divertente che non farò mai più" di D.F. Wallace, o ancora a "Il cuore è idiota" di Davy Rothbart, tanto per citarne alcuni.
Lo leggo tutto d'un fiato, lo metto da parte in attesa di scriverci sopra uno dei miei appunti, ma la cosa cade nel dimenticatoio fino a quando non scovo, in un' intervista rilasciata  da Nicola Lagioia, il riferimento alla biblioteca di Aby Warburg. Mi si accende, allora, la classica lampadina, perchè proprio a quello stesso bibliotecario tedesco e alle sorti della sua collezione di libri  fa un circostanziato riferimento anche " L'uomo che non fu giovedì".
Al netto di questa curiosità, mi tocca dire, a proposito del libro di Costaìn, che ha deluso purtroppo le aspettative.  Si tratta di una storia scritta con un apprezzabile tono leggero, uno scorrevole ritmo colloquiale, ma che rivela, a mio parere, diversi limiti. Il primo e più grave, verso il lettore, poichè, ben tenendo presente che "umoristico" non coincide necessariamente con "comico", ma lo stesso vale con "brioso", il romanzo tradisce la promessa di divertimento fatta dall'editore. A questo va aggiunto che la narrazione risulta in certi tratti caotica, e non ultimo che quel filino di suspense utilizzato dall'autore, nel comprensibile tentativo di catturare il lettore, riguardo allo svelamento del plot, spesso lo porta ad incartarsi in lungaggini e ripetizioni al limite del fastidioso.
Levatomi il dente doloroso delle critiche, passo ora ai pregi del romanzo, che ha -tutto sommato- un suo perchè.
Il nodo centrale del racconto è un vecchio processo per la canonizzazione di G.K. Chesterton, ritirato fuori dai vertici vaticani. Da contorno una piacevole aneddotica, molto variegata nei temi, che spazia dall'evasione  di Casanova dai "Piombi" di Venezia, alla storia di Aby Warburg, di cui si è detto, passando per accenni ai più recenti scandali vaticani nonchè puntate nella letteratura britannica delle origini.
L'effervescenza e la vivacità del ritmo narrativo, congiuntamente alle molte curiosità -comprese quelle sulla biografia di Chesterton-di cui è disseminato, fanno di questo libro comunque una gradevole passeggiata, che vi suggerisco di non scartare, come ipotesi, a priori.

 

venerdì 2 dicembre 2016

Una storia sotto l'albero



Odiava la fretta. Detestava corrompere i riti quotidiani con la velocità imposta dal ritardo. Preferiva muoversi con calma e rigorosamente a piedi. Macinava chilometri e mentre camminava pensava. Di tanto in tanto stralci di conversazioni altrui si intrufolavano nelle sue meditazioni. Chiacchiere telefoniche, alterchi tra coppie, battibecchi tra genitori e figli. Voci di strada che le si infilavano casualmente in testa spingendo le sue riflessioni lontanissime dai punti di partenza. Proprio da quei deragliamenti generavano le storie che poi scriveva. Così erano nati molti dei suoi racconti.
Fare le cose di corsa implicava, viceversa, accelerare i passi e i pensieri.
Comportava concentrazione per guadagnare minuti . E concentrazione significava isolamento. I richiami dalla strada giungevano alla mente smussati, annebbiati, spenti. Inutilizzabili per creare trame.
Niente, così proprio non andava. La storia Natalizia tardava a farsi strada.
D'altronde la frenesia non era solo sua. Tutta la città era in preda alla medesima agitazione e così deconcentrata non dava certo il meglio di sé. Mancavano più di 20 giorni a Natale eppure dal grado di fermento percepibile si sarebbe detto piuttosto che si fosse già alla vigilia.
Con il corso normale dell’esistenza sospeso “causa di festa maggiore,” di discorsi ordinari, quelli di vita quotidiana non se ne facevano. D’altro canto, non essendo ancora scattato ufficialmente il periodo di “bontà forzata natalizia”, non c’era neppure ancora l’ispirazione per le belle frasi di circostanza, intrise di spirito di fratellanza, che pure potevano dare l’illuminazione. Da quella terra di mezzo non poteva venire fuori nulla.
La speranza di trovare spunti definitivamente persa tra fame e stanchezza, desiderosa di affrettare i tempi del rientro, si infilò nell'ultimo vagone semivuoto della funicolare.
Ogni volta che si è sulle spine non solo i pensieri, pure i comportamenti si fanno spinosi.
Perciò davanti alla mano tesa ad elemosinare della zingarella con bambino in braccio che le si parò davanti, lei non accennò neppure un gesto di diniego come era invece solita fare per prassi di gentilezza. Inizialmente rimase del tutto indifferente, consapevole che da loro non avrebbe tratto alcun materiale utile per uno scritto. Che storia avrebbe potuto, infatti,cucire addosso alla ragazza e al suo bambino se non il solito racconto di luoghi comuni e pregiudizi? Cominciare descrivendone la bellezza acerba ma già sfruttata di donna-ragazzina, rimarcare l’anacronismo di agghindarsi a quel tipico modo delle gitane, porre infine l’accento sul molesto tono querulo della voce. Poi sarebbe passata al bambino, sottolineando lo scempio di rubare infanzie spensierate ad anime innocenti sottoposte al supplizio di imparare, fin da subito, il mestiere d’accattone.
Scavare a fondo nel cliché del nomadismo estraendone rincrescimento, rammarico, fastidio per la palese inerzia delle istituzioni. Solo questo, null’altro ne poteva venire e non era di certo ciò di cui aveva bisogno.
Controvoglia, quindi, si arrese all’invito tacito della vicina, che con un’alzata di spalle e un’espressione d’insofferenza sulla faccia, aveva girato la testa nella loro direzione sollecitandola a condividere il proprio disgusto, e spostò lo sguardo sui due.
Si sorprese allora a ripensare che sul seggiolino dove ore sedeva il piccolino, sistemato lì dalla madre, meno di una settimana prima ci aveva visto un altro di bambino.
Stessa corporatura e apparentemente stessa età.
L’altro, quello della settimana prima, ben vestito, ben pettinato, naso ben pulito, guantini alle mani, sedeva tra i genitori remissivo, sottomesso, costretto a forza di aspri rimproveri a rimanere fermo.
Questo invece, vestito con i suoi abiti da zingarello, spettinato, moccolo al naso, manine rosse per il freddo, occupava con gran compostezza, quasi con solennità, il posto che la mamma gli aveva ceduto, arrangiandosi lei sul gradone centrale del vagone-
Le due immagini si sovrapponevano nella sua testa, ma non c’era verso di farle coincidere. Confliggevano, ma non nel senso che la nostra spettatrice si sarebbe atteso.
C’era un elemento, una nota dissonante: la felicità.
La gioia, l’allegria, o comunque lo si voglia chiamare quel certo sentimento di piacere che illumina la gente contenta, assente nella scena della settimana precedente, dove pure ci sarebbero stati tutti gli elementi per ipotizzarla, era invece percepibile chiaramente in questa, dove a rigor di logica ne sarebbero mancati del tutto i presupposti.
Ognuno svolge il proprio lavoro recitando pubblicamente un ruolo. Infondo chiedere l’elemosina è per i nomadi una professione come un’altra.
Con tutta evidenza la zingara, smesso di mendicare, era ritornata ora ad essere una mamma. Su quel gradino, ignara dei presenti, si godeva il suo bambino con una spensieratezza che dava piacere a guardarli.
Lui farfugliava parole nel tentativo di imitare la madre e lei a sua volta gli rifaceva il verso. Gli stava insegnando a dire: “per piacere e grazie” in lingua italiana, a tendere la manina in cerca di monete, ma non c’era la benché minima bruttura. Nessun piglio autoritario, ne’ durezza o atto di prepotenza. Al contrario solo reciproche carezze e tenerezze. La ragazza continuava a mangiarsi di baci il suo bambino in un intreccio di risate e complicità.
Poteva interessare a qualcuno quel ribaltamento radicale nella prospettiva della narrazione?
Valeva la pena raccontare che la sacralità del vincolo materno le si era rivelato in un luogo, in circostanze e in un contesto tanto inconsueti? Decise per il sì.
Zingari felici: bello spunto per la sua prossima storia di Natale.


mercoledì 30 novembre 2016

"Quando la storia finisce" di Alessandro Piperno


  "Dove la storia finisce" di Alessandro Piperno, edizioni Mondadori è il consiglio di lettura di oggi.

La difficoltà a parlarne sta nel fatto che, essendo il romanzo di un equilibrio esemplare, di una bellezza sobria, di un'eleganza asciutta, non vorrei che troppe parole e/o eccessivamente enfatiche gli rendessero un cattivo servigio. Non è mia intenzione, infatti, complicare una storia e una scrittura che hanno nella semplicità il proprio punto di forza e di pregio,  "sovrastrutturandole" inutilmente -per il piacere narcisistico del commentatore  logorroico-  con giudizi sovrabbondanti.  Mi rendo conto, tuttavia, che anche la laconicità ha i suoi rischi, quindi converà aggiungere qualche ulteriore indizio al generico:-" Leggetelo!" per essere più incisiva nell'invito alla lettura.

Protagonista del romanzo è Matteo Zevi, che, dopo la morte dell'usuraio al quale deve dei soldi, può finalmente tornare a Roma, lasciando il suoi rifugio di Los Angeles.  Ad attenderlo la moglie Federica e i figli  Giorgio e Martina, che gli riserveranno accoglienze molto differenti. Il piacere del ritorno dovrà misurarsi quindi con la gestione delle differenti personalità  e degli umori dei tre, ciascuno impegnato, con modalità ed esiti diversi, ad affrontare le proprie difficoltà  esistenziali. Sullo sfondo la Roma dei salotti borghesi in odor di decadenza, le radici ebraiche famigliari, i tentativi di omologazione e di rottura con i clichè del caso nello  sforzo perenne verso la felicità, e infine l'irruzione inaspettata della storia, quella con la S maiuscola.
 Alessandro Piperno dà prova di essere un grande scrittore, mantenendo la narrazione  entro i binari di una linearità che non esito a definire ristoratrice per il lettore spesso frastornato dalla prosa di romanzi dove tutto è "gridato", sospettato di essere esageratamente e insopportabilmente finto. I conflitti personali e interpersonali dei protagonisti di Piperno sono pressanti, dilanianti. Rubano loro il sonno, complicano loro l'esistenza eppure la penna dell'autore riesce a "tenerli calmi", a farli tornare  sempre alla ragione dopo ogni "sragionamento" senza ricorrere -o meglio- incorrere in un campionario di frasi sensazionali, alla ricerca spudorata dell'effetto.
Quanto al messaggio, Piperno pare voler dire che  la storia non finisce quando sembra finire perchè l'uomo trova sempre il modo di gestire sè stesso, a dispetto della storia stessa. 
Mi permetto, come ultima notazione, senza alcun intento di esprimere il mio favore per  l'uno piuttosto che per l'altro, di segnalare che " Quando la storia finisce" ha degli elementi in comune con "Eccomi" di  Jonathan Safran Foer : i conflitti coniugali dei protagonisti, il rapporto con l'ebraismo, perfino un dettaglio del finale a sorpresa, simile in entrambi i romanzi.  E' interessante constatare come  la mano di un autore plasmi la stessa materia su cui lavora anche un altro  giungendo ad esiti così diversi. La possibilità di fare rilievi simili resta poi uno dei tanti piaceri della lettura.


  


giovedì 24 novembre 2016

"La paranza dei bambini" di Roberto Saviano

Ho concluso la lettura del nuovo libro di Saviano " La paranza dei bambini", edito da Feltrinelli, da qualche giorno.
Contravvenendo alla consuetudine di chiacchierarne a caldo, ho preferito lasciare decantare le mie impressioni per un po'. Scriverne è, infatti, impresa ardimentosa, come spesso  risulta il manifestare le proprie opinioni su cose venute al mondo già con fama di leggenda. Sempre rischioso fare le pulci ad un libro predestinato ad essere best seller. Perfino audace, sotto certi aspetti, la scelta di commentare il romanzo di un autore percepito dal pubblico più che come scrittore come personaggio, divo amato o odiato tout court, e che per tanto induce  sostenitori e  detrattori a guardarsi con reciproca acrimonia.

Come procedere allora per dissipare dubbi di malafede e scongiurare accuse di malevolenza? Affidarsi alla solita premessa:
1) che il mio non sarà mai uno "sconsiglio di lettura", poichè, in ogni caso e con ostinazione, consiglio sempre di leggere i libri, anche quelli -e non è questo il caso- meno riusciti.
2) che, per un lettore serio e coscienzioso, imperativo è dimenticarsi dell'autore, lasciar perdere i "personalismi" per immergersi nel testo avendo unicamente riguardo a ciò che è scritto.
3) che naturalmente si tratta sempre di impressioni personali da cui ciascuno liberamente e a pieno titolo potrà dissentire.
Siedo davanti alla tastiera avendo in mente il lusinghiero giudizio di Asor Rosa
(http://www.repubblica.it/cultura/2016/11/11/news/saviano_la_paranza_dei_bambini-151778437/) e con il mio malloppo di appunti accanto.
Decido di profanare il foglio di world con la prima riflessione che mi viene di getto, la prima cosa che con urgenza sento di dover mettere nero su bianco: “La paranza dei bambini" è un romanzo che, sotto il profilo narrativo, funziona e alla grande. Saviano ha fatto un gran bel lavoro. Ha realizzato, cioè, alla lettera quello che chiedo ad ogni buon romanziere: afferrarmi per la collottola, trascinarmi nella storia, tenermi in apnea con la capa sotto l'acqua, rubarmi il sonno, costringendomi a tirare fino quasi all'alba per scoprire "come va a finire il fatto".
Eppure.
Eppure, con il timore reverenziale mirabilmente sintetizzato nella famosa: la mia" faccia sotto i suoi piedi, senza chiedere  nemmeno di sfar fermo", dovuto ad Asor Rosa, mi permetto di notare che questa partita -per me- non si gioca ne' sulla perfezione dei meccanismi narrativi, ne' sulla sapienza con cui viene commisto l'italiano con il dialetto napoletano, ne' su quanto il romanzo stia "sul pezzo" riguardo al tema di scottante attualità, ne'  tanto meno  sulla simpatia o antipatia per l'autore.
Intendo dire che , al di là di ogni analisi testuale e giudizio di merito, personalmente mi arrovella  il quesito sulle finalità di un romanzo che mi ha precipitato in una disturbante e straniante dimensione diabolica.
I personaggi della storia sono bambini talmente perduti che sulla loro salvezza o redenzione non è dato farsi illusioni. L'unico esito che mi sono ritrovata, non già ad immaginare, bensì a desiderare fortemente è stato la loro morte violenta, detestandomi per questo.
Se è vero che, diversamente a quanto accade nel mondo della finzione cinematografica dove, grazie al filtro oggettivo dello schermo dinanzi al quale si siede, non si realizza mai una compenetrazione totalizzante tra chi guarda e chi recita, nel mondo dei libri invece l'elemento di massima fascinazione consiste proprio nella possibilità di immedesimazione assoluta del lettore -sprofondato nelle pagine dimentico di sé- con il personaggio scritto, allora, sciogliere il nodo sugli intenti dello scrittore è determinante per formulare il giudizio definitivo sul gradimento del libro.
E' necessario quindi il  riferimento a "Gomorra la serie" : là Saviano ci fa vedere, per la prima volta, una porzione di mondo sconosciuta a molti. Qui, nel romanzo, entra di nuovo in quello stesso universo attraverso la porta maestra della coscienza negata di un bambino diabolico, ingiustificabile per nessuna delle scelte che compie. Il  giovane protagonista, Maraja, è reso come  un novello Achille, schiavo consenziente del fato, che aspira non già alla ricchezza ma alla gloria. Ma a che scopo non contrapporgli  ne' un Dio ne' un Ettore, a riscattare un frammento, una possibilità di bene? A che scopo instillare il dubbio, come sembra fare Saviano, che la delinquenza camorristica sia percorso di vita che attinge trasversalmente nel tessuto sociale? A che scopo prospettare un unico inesorabile epilogo, rinunciando a ogni  tentativo di spiegazione sociologica o psicologica?
"La paranza" resta un romanzo avvincente, ma paradossalmente, se si pensa al ruolo di divulgatore, moralizzatore e anche di maestro assunto da Saviano presso " la paranza" di giovani fans -
grande il successo ottenuto  ad "Amici di Maria De Filippi" negli anni scorsi e folta la presenza di ragazzi alla presentazione del libro al rione Sanità-  in merito all'argomento che fa da sfondo e da molla alla vicenda, scarsamente arricchente, quasi deludente. 

sabato 12 novembre 2016

" Scherzetto" di Domenico Starnone

Nel mese di ottobre, mentre fuori rinfocolava la discussione sulla identità di Elena Ferrante a causa dell’inchiesta di Claudio Gatti per il “Sole 24 ore”, Domenico Starnone (del quale si era indagato anche il conto corrente bancario)  “usciva in libreria” con  lo “Scherzetto”(titolo quasi maliziosamente allusivo), Einaudi editore.
Starnone, che ha all’attivo un Premio Strega, vinto con “Via Gemito” nel 2001, è uno dei migliori scrittori italiani contemporanei e con questo libro conferma l’ottima reputazione di cui gode.
Il soggetto del romanzo è semplice: un nonno ormai anziano, artista di una certa fama da decenni trapiantato a Milano, nonostante sia convalescente da una recente malattia, è richiamato dalla figlia a Napoli, luogo natale, per badare al nipotino di pochi anni  durante l’assenza di entrambe i genitori, costretti fuori città da un impegno di lavoro. Tra le pareti della vecchia casa d’infanzia, ereditata dalla figlia, Daniele Mallarico, il protagonista della storia, dovrà tenere a bada contemporaneamente Mario, l’arguto e vivace nipotino, i fantasmi di famiglia che riprendono vita dalle antiche stanze, nonché la duplice ombra del sé stesso giovane, riemerso  prepotente dai ricordi  e di quello vecchio, con il quale non sembra aver ancora del tutto familiarizzato.   
La linearità della trama di questo “ scherzetto” si armonizza perfettamente con la complessità caratteriale dei due protagonisti, dei quali Starnone, con una scrittura che rimane leggera e agevole, gradevole e fluida anche quando l’indagine introspettiva si fa puntigliosa –quasi fastidiosa per il limite a cui si spinge-  realizza  ritratti  del tutto verosimili. 
La contrapposizione che porta nonno e nipote a brevi ma continue scaramucce, a momenti di collera reciproca anche di grande intensità  con i quali si concludono le  -in verità brevi - parentesi di gioco, è molto di più di uno scontro generazionale.  Non è semplicemente la saggezza dell’anziano che tiene testa alla saccenza ingenua del bambino.  Ciascuno a suo modo e con aspettative diverse, i due sentono di avere un conto aperto con il tempo che li rende però similmente tracotanti e impazienti. Entrambi lottano con le fragilità legate alle rispettive età.  Il nonno prende coscienza che il tempo continua a eroderlo, sottraendogli pezzi di sé, dalla posizione sociale, a quella lavorativa, alla forza fisica, divenendo umbratile.  Il nipote al contrario sa che con l’alleanza del tempo diventerà  quello che ora talvolta finge di essere nei  giochi di bimbo, facendosi sfrontato e capriccioso.
Sullo sfondo il dubbio, il flebilissimo dubbio, che Daniele Mallarico , il quale ostinatamente ascrive i difetti caratteriali di Mario ad un’ odiosa eredità paterna, tema  che quel bimbo, da un insolito e precocissimo talento, sia invece la sua naturale nemesi

"A pucuntria" e "Fiori di vetro" di Mariarosaria Selo

Con ( Mariarosaria Selo) Rosi Selo ho un debito, anzi due. Le dovrei restituire la carica di piacere, di soddisfazione e di gioia che m...