"Fame" di Roxane Gay


“Questa cosa che di un libro ne parlano tutti e quindi c’è da insospettirsi non l’ho mai capita, giuro”. (Tweet di Teresa Ciabatti).
C’è spesso diffidenza, specie da parte dei lettori forti, verso i best seller e, più in generale, verso i libri sui quali più insistono le promozioni pubblicitarie. Abbiamo –noi sofferenti di tale disturbo- riguardo ad essi un preconcetto, originato dal timore di incappare in fuffa. Tuttavia, restiamo curiosi e umili e pur sempre lettori, quindi per bulimia non possiamo far a meno di nutrircene. Questo mese ho ceduto alle lusinghe del tam tam per ben due volte. Ho acquistato due titoli sulla bocca di tutti, entrambi editi da Einaudi: “Parlarne tra amici” di Sally Rooney e “Fame” di Roxane Gay.
Del primo ne ho brevemente scritto qui https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213854675513989&set=a.10202643435079985&type=3&theater.
Del secondo ne parlo, naturalmente, adesso.
Roxane Gay , nata il 28 Ottobre 1974, è una scrittrice americana di colore, docente universitaria, editor, attivista, femminista, che prima negli USA, ora in Italia, sta rapidamente scalando le classifiche con il memoir “ Fame”, saggio autobiografico in cui ha riversato, in una sorta di bulimia narrativa, le problematiche personali, sociologiche, psicologiche, fisiche, comportamentali di una esistenza da obesa.
Michela Murgia, in un post di fb: fb https://www.facebook.com/kelledda/posts/10155500000609370  celebra il libro come un vero e proprio manifesto femminista, sostenendo che la Gay “ ha rotto il patto del silenzio e si è presa la responsabilità di raccontare l'incubo americano in un mondo che dell'America vuole solo il sogno” poiché solo “In apparenza ti parla del suo corpo ferito, ma sta parlando di una società che nel corpo si rappresenta e che contro i “corpi ribelli” è violenta e giudicante, intimorita dalla diversità. Parla della sua anima compromessa, ma rivela anche il dente cariato nascosto nel sorriso di un Occidente in cui persino all'anima è richiesta una forma perfetta”.
Le risponde dalle pagine di #329 de “La lettura”, supplemento del Corriere della Sera, Teresa Ciabatti, la quale concorda sull’importanza di “Fame” come testimonianza personale – “qui dunque la Gay ricostruisce la storia del suo corpo, dallo stupro ai duecentosessanta chili” - ma solleva dubbi circa la possibilità che il libro, “già successo internazionale”, possa essere effettivamente “il manifesto del nuovo femminismo”. “Autocelebrandosi vittima –prosegue, infatti, la Ciabatti- Roxane Gay crea un racconto monocorde in cui la colpa è sempre nel mondo violento e predatorio.” (…) “Difficile dire se queste estremizzazioni rendano la testimonianza più forte o la indeboliscano. Di certo rischiano di creare due fronti contrapposti che tornano a ridurre il discorso, quando il #metoo tenta di rintracciare nuovi confini dentro i quali includere molestia, abuso di potere e tanto altro fin qui ingiustamente tollerato.
Non facile pronunciarsi rimanendo entro i confini di un solco autonomo rispetto alle opinioni delle due autorevoli scrittrici.
Dal punto di vista della qualità della scrittura il libro si fa leggere bene, anzi benissimo. L’arrendevolezza combattiva – l’ossimoro ci sta tutto- con cui la Gay cede alle pagine, in una sorta di “vuotamento del sacco” compulsivo, privo di filtri, sovraccarico come solo le confessioni spesso sono, trascina  il lettore in una quasi necessaria maratona di lettura. Vale lo stesso discorso per il coinvolgimento che suscita riguardo al tema. La franchezza con cui l’autrice si consegna alla narrazione della sofferenza generata dallo stupro, ma soprattutto dalla prigionia in un corpo che intimamente non le appartenere, evoca un sentire comune che tracima in compenetrazione empatica ad opera del lettore.
L’incertezza su cosa sia “Fame”, un testo con caratteristiche generali ed astratte ( manifesto) o singole e concrete ( un memoir) è reale, sebbene il passo dell’ultima pagina, dove Gay dice: “ Scrivere una storia del mio corpo e delle sue verità vuol dire raccontare una verità che è mia e soltanto mia”, mi facciano propendere per la Ciabatti.
La Gay mi pare interessata a “mostrare la ferocia della propria fame” solo per concedersi “la libertà di essere vulnerabile e umanissima”. Il suo passare in rassegna gli stereotipi di genere, “i nocivi messaggi culturali secondo cui il (…) valore è strettamente connesso al corpo”, l’accanirsi (giustissimo) contro di essi, si rivelerebbero strumentali, cioè, più che alla causa femminista, al tentativo di “cancellare tutte le cose odiose che dice a se stessa” e di reperire i sistemi “per tenere la testa alta quando entra in una stanza” onde restituire lo sguardo quando la gente la guarda.
La Gay è cristallizzata da così tanto tempo in un dolore di tipo narcisistico che le risulta difficile, se non impossibile rilevare l’afflizione altrui. Non riconosce, insomma, o non è disposta a riconoscere, i sui stessi sintomi di malessere in altre donne.
E se lei per prima non considera le capacità di rispecchiamento del suo memoir, se la fame che descrive è solo sua e non anche quella di molte altre donne, obese ma –lo si potrebbe giurare- anche anoressiche, se il disagio di un corpo sproporzionato, non corrispondente agli pseudo canoni del mondo è solo disagio personale e non male comune, allora è difficile immaginare che parli alla società, come ipotizza la Murgia.
D’altronde la Roxane Gay protagonista di “Fame” non è l’unico personaggio obeso in letteratura. Oltre all’irriverente e irritante Ignatius di “Una banda di idioti” – per altro citato dalla Ciabatti - penso all’elegante e desolato Arthur Opp de “Il peso” di Liz Moore. Eppure se dovessi tentare un accostamento ad altro soggetto di romanzo per la Gay, evocherei il tormentato Jude de “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara o i masochisti Alice e Mattia de “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.
Questo perché in fondo considero il racconto della Gay una narrazione sul corpo, sulla fame ma anche o forse soprattutto sull’autolesionismo.




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