giovedì 8 novembre 2018
il collezionista
Una mattina di inizio autunno, anni fa, feci davvero un insolito incontro. Mi imbattei in una persona decisamente singolare, alla quale ancora oggi mi capita di a volte di ripensare.
Ero da poco tornata nella mia città natale dopo un lungo periodo di vita all’estero.
Dovendo adempiere alle formalità e ai riti amministrativi utili per tornare ad essere, a tutti gli effetti di legge,cittadina napoletana, ogni giorno ero costretta ad ignorare gli scatoloni del recente trasloco che ancora la facevano da padrona in casa e regalare parte del mio tempo alla burocrazia, rimanendo in ostaggio di interminabili file presso gli uffici comunali per ore.
Uscii di casa all'alba nella speranza di battere sul tempo la concorrenza degli altri sventurati con cui avrei condiviso l'esperienza nel girone dantesco. L'atto temerario non valse a nulla:a metà mattinata ero ancora ben lontana dal vedere la luce. Anzi, nel gioco dei rimpalli tra competenze e incompetenze delle varie amministrazioni mi ritrovai, stanca e furibonda, dirottata all'ufficio delle imposte, ultima in coda. Su una di quelle diaboliche sedie in plastica che tra la seduta e la spalliera hanno un profondo e tondeggiante vuoto, tale da non offrire pace e ristoro ne’al sedere ne’ alla schiena,di fronte a me si accomodò un anziano.
I suoi capelli bianchi si diradavano a creare un ampia stempiatura sulla fronte alta, segnata dalle rughe tipiche di chi valuta il mondo attraverso lo sguardo perplesso che costringe le sopracciglia ad un perenne arco verso l’alto. Il volto perfettamente sbarbato, ordinato e composto nel vestire, aveva decisamente l’aria di una brava persona.
Il mio istinto, ma principalmente il suo giornale diligentemente ripiegato in grembo, mi suggerivano che fosse pronto ad attaccar bottone; tuttavia non sentendomi incline alla socievolezza per via della frustrazione di quella ennesima attesa, mantenni fino a quando mi fu possibile il mio ostinato e scostante silenzio.
Cedetti infine alla perseveranza del suo sorriso cordiale.
Cominciammo uno di quei dialoghi da sala d’aspetto fatti di dichiarazioni di comprensione e reciproche esortazioni alla sopportazione. Gli sguardi complici di riprovazione e di ironia all'indirizzo di certe intemperanze altrui, aprirono, infine, la strada delle confidenze personali.
Gli raccontai brevemente la mia vita e le impressioni che avevo avuto ritornando, dopo anni, a casa.
Nella sua carriera da dirigente in una famosa multinazionale aveva anche lui viaggiato molto e vissuto all'estero con la famiglia. Piccole coincidenze tra i nostri percorsi di vita delle quali sorridemmo entrambi.
Fino a quel punto della conversazione, dunque, non avevo motivo di dubitare che il mio interlocutore fosse nulla di più che un simpatico ma - tutto sommato- ordinario pensionato.
Nessuna traccia della benché minima stranezza.
Le nostre chiacchiere si spostarono inevitabilmente su aneddoti di vita più recente e fu a quel punto che appresi la particolarità a cui facevo cenno.
Quest'uomo -del quale non saprò mai il nome per non aver avuto allora l'ardire di chiederlo- coltivava una passione: collezionare visite ad appartamenti in locazione.
Per via degli innumerevoli trasferimenti connessi al suo lavoro, si era trovato ripetutamente nella necessità di prendere in affitto case, tanto da diventare, di destinazione in destinazione, di trasloco in trasloco, una vera e propria autorità in materia.
Quando infine, alle soglie della pensione affrontò per l’ultima e definitiva volta la ricerca di una casa, quella in cui lui e la moglie avrebbero trascorso il resto dei giorni, fu colto -così disse- da autentica mestizia.
Avendo io pure una certa qual dimestichezza con l’argomento in parola, la confessione del mio interlocutore non mi lasciò indifferente.
Immediatamente ritornai con la memoria al dispiacere e all'apprensione -non esagererei a definirla angoscia- che avevano accompagnato lo sgombro della mia prima casa. Poi ripensai a tutti quelli successivi, ammettendo che effettivamente le cose fossero andate semplificandosi negli anni. Le operazioni preliminari da compiere, le sgobbate per disfare gli scatoloni, persino le reazioni psicologiche, ad un certo punto, si erano trasformate infatti in antiche consuetudini famigliari, finendo per l’essere assolte con la risoluta praticità a queste riservate. Tuttavia, nonostante il conforto di tali considerazioni, non arrivavo proprio a convincermi che ci si potesse dispiacere per la fine di ciò che continuava a parermi un indicibile strazio.
Cogliendo evidentemente il dubbio sulla mia faccia, sorrise condiscendente e si affrettò a precisare le ragioni della sua tristezza.
Non avrebbe rimpianto certo quella forsennata transumanza di mobili e masserizie. Piuttosto si rammaricava di non poter più andare in giro ad esaminare appartamenti; un’attività - il termine lasciava intuire un' autentica passione - che onestamente amava.
L’abitudine acquisita fin da bambino a perdersi in fantasticherie , spiegò, non si era affievolita negli anni, ne’ si era esaurita la costante curiosità verso i suoi simili.
L’ innocua pratica di visitare alloggi sfitti gli permetteva di soddisfare entrambe le inclinazioni. Come un pittore sfoga la sua carica creativa sulla tela bianca, lui utilizzava la sua fertile immaginazione per popolare e arredare a piacimento gli ambienti vuoti al di là di ogni soglia.
Ammetto che il racconto a quel punto mi aveva tanto conquistata che, dopo aver controllato con apprensione lo stato della fila, tirai un sospiro di sollievo nel contare ancora ben 20 persone davanti. Mi rimaneva tempo sufficiente a godermi il resto della storia.
La prima volta che visitò una casa -proseguì- le ansie personali, che già da giorni gli toglievano il sonno, impedirono alla mente di andare oltre le immagini registrate con eccessiva fedeltà dagli occhi.
L’unto incrostato sulle piastrelle della cucina, gli strati di calcare induriti intorno ai sanitari, le pareti segnate dalle sagome tristi dei mobili gli comunicarono una tale desolazione che, vinto dallo sconforto, non provò neppure a terminare il giro dell’appartamento.
E’ che ognuno ha in testa la propria casa - spiegava- con il mobilio disposto in quel certo ordine, il tale quadro proprio su quella determinata parete, il portasciugamano in quel punto preciso dove anche a occhi chiusi sei certo, girandoti, di trovare la salvietta; e non credi che altrove potrai mai trovare lo stesso magico equilibrio.
Poi la necessità incalza e, come si dice, aguzza l’ingegno. Così capitò che all'ennesima visita, quando ormai i tempi per il trasloco stringevano, si decidesse a fare qualche tentativo con l’immaginazione: si figurò la cucina ripulita e tinteggiata di fresco con i suoi mobili ben allineati al muro, le sue tende alle finestre del bagno, il suo divano a dominare la parete lunga della sala.
Più cresceva il numero degli alloggi ispezionati, più la fantasia si faceva ardita al punto che, capovolgendo lo stato d’animo degli inizi, la realtà che gli si manifestava davanti alla vista scompariva immediatamente davanti a quell'altra, prontamente suggeritagli dal fervore del suo intelletto. Mettendo piede nell'appartamento di turno, infatti, egli subito, con il pensiero, disponeva sulla prima parete utile, il solito mobiletto da ingresso su cui immaginava già pure sistemate le foto dei figli accanto allo svuota tasche traboccante.
L'insospettato talento creativo era stato -ne convenivo anch'io- una vera e propria benedizione; un’ancora a cui si era aggrappato per dissipare il clima tragico -anzi funereo- dei trasferimenti e traslochi.
Dopo il divertimento di arredare abitazioni estranee con tali simulazioni scoprì poi di essere affascinato dalla possibilità di fantasticare sulle vite dei precedenti inquilini. Così passò a inventarsi pure quelle. Raccoglieva ovunque indizi per costruire le sue storie: l’impronta dei piedi di un comò in camera da letto, il colore con cui erano tinteggiate le stanze, i fori alle pareti che avevano supportato scaffali, tutti elementi utilissimi alla sua fertile mente per ricomporre frammenti di esistenze, quadretti famigliari e abitudini di casa. Gli bastava gettare un occhio ai pavimenti, ad esempio, o ai rivestimenti di bagno e cucina, agli infissi, per dare un età a quegli sconosciuti, attribuire loro dei figli piccoli o adolescenti, rappresentarsi la padrona di casa come donna trascurata o efficientissima. Insomma, dietro ogni porta si nascondevano infinite possibilità e innumerevoli mondi.
In men che non si dica si era ritrovato con un assortimento di appartamenti e di racconti considerevole, degno della più ambiziosa delle collezioni.
Il mondo è pieni di gente che si appassiona agli oggetti più strani e comincia ad accumularli, lasciando che ne sia invaso l'intero spazio disponibile.
Lui che non poteva custodire il suo tesoro -per ovvie ragioni- , in nessun altro posto se non nella memoria, aveva sistemato e catalogato nella testa, appunto, ogni singolo pezzo in base alla bellezza, alla grandezza, alla singolarità. Se li ricordava tutti.
Il cottage sperduto nella campagna inglese conservato rigorosamente nello stato originario, con i pavimenti di legno che scricchiolavano ad ogni passo e la cucina a carbone con annesso un cubicolo che, dall'ovale sulla parete aperto verso l'esterno, si deduceva fosse il frigorifero. La casa in Turchia nel cui soggiorno troneggiava un camino con tanto di colonne e capitelli in marmo, ribattezzata la “casa di Saddam”, tanto ricordava la regia del dittatore nelle immagini della tv.
Un appartamento nel cuore di Chiaia, quartiere bene di Napoli, corredato da una delle più bizzarre cucine di sempre. In cubicolino definito dall'agente immobiliare, con un eccessivo slancio di fantasia, cucina, collocato su un tavolinetto claudicante, c'era un fornelletto da campeggio a due fuochi difronte al quale si apriva la porta di un bagnettino. Senza il minimo sforzo, tenendo l'uscio aperto e stando addirittura seduto sul gabinetto avrebbe potuto comodamente spignattare.
A quel punto del racconto la mestizia, cui l’anziano signore aveva fatto inizialmente cenno, aveva un senso. A dirla tutta anche io, ormai calata nei suoi panni, mi ero rattristata. Una passione è una passione, per quanto inconsueta. Doverci rinunciare è un indiscutibile dolore. E proprio mentre cercavo parole adatte a esprimergli la mia solidarietà, ecco il colpo di scena finale.
Non disposto affatto al sacrificio, con la complicità della moglie, quest’uomo aveva trovato un modo semplice per coltivare il suo hobby.
Ogni qualvolta che gli prendeva la fregola, una o due volte l’anno, vestito di tutto punto, insieme alla consorte, si presentava in un agenzia immobiliare. Un solerte ed elegantissimo giovanotto ben felice di guidarli in giro si trovava sempre. Esaurite infine le agenzie, fu sufficiente ripiegare sugli annunci senza intermediazione.
Che volete che vi dica?
Grazie al simpatico sconosciuto la mia mattinata, a dispetto delle aspettative, trascorse piacevolissima tanto che mi rammarico di non averlo neppure ringraziato. Addirittura sono curiosa delle nuove perle di cui si sarà nel frattempo arricchita la collezione.
Un modo per scoprirlo ci sarebbe. Pubblicando una finta inserzione su uno di quei giornali che, immagino, a lui capiti sempre di sfogliare, sono certa che, presto o tardi, me lo ritroverei di fronte. Chissà che prima o poi, cedendo all'impulso eccentrico,non mi decida per davvero a lanciare la fava nella speranza di catturare il piccione.
venerdì 2 novembre 2018
Ragazzo da parete di Stephen Chbosky
Nella vita accadono strane cose: non avrei mai immaginato, ad esempio, che questo piccolo libro, consigliatomi da mia figlia, mi prendesse così tanto. Spesso leggo i romanzi generazionali che girano per casa tanto per capire di cosa si nutrano le giovani menti. Qualche volta -confesso- non trovo i testi all'altezza dei "cult" della mia generazione. Questioni sentimentali, suppongo, che inficiano la mia obiettività. Invece a questo giro mi devo arrendere al fatto che "Noi siamo infinito" regga alla grande il paragone con i miei mostri sacri.
"Noi siamo infinito: Ragazzo da parete" è un romanzo epistolare scritto da Stephen Chbosky, pubblicato per la prima volta in italia da Frassinelli nel 2006 con il titolo di Ragazzo da parete nella traduzione di Chiara Brovelli,poi ripubblicato,sempre nella traduzione della Brovelli,nel 2012 da Sperling&Kupfer con il titolo attuale.
Alla metà di ottobre mi aveva colpito una riflessone sul ruolo e la percezione della cultura pop nel nostro paese apparsa su Rivista Studio(che potete leggere qui). Mi è tornato in mente questo romanzo e mi sono rammaricata del fatto che probabilmente molti dei ragazzi che frequentate(figli, alunni, nipoti)lo abbiano letto mentre a voi manchi. Ho pensato che sia ora di colmare la lacuna perché si tratta di un bel pezzo di narrativa pop che vi riserverà più sorprese di quante immaginiate.
Al termine del romanzo di Chbosky ( dal quale fu tratto poi l'omonimo film)vi ritroverete tra le mani una fantastica lista di romanzi da leggere obbligatoriamente, di ottimi film da rivedere e - se siete anche cultori di musica- di brani tutt'altro che deludenti.
Se avete amato "Alta fedeltà", "Il Giovane Holden" o "Pretty in Pink",il delizioso film con Molly Ringwald, non ci pensate due volte, accettate il mio consiglio di lettura.
sabato 20 ottobre 2018
La Stanza Profonda di Vanni Santoni

Qualche tempo fa, scrivendo a proposito dell’ultimo di Siti, avevo confessato di sentirmi protetta dalla vastità della rete e di lasciarmi andare alle mie “fanfole” unicamente perché l’autore non ne sarebbe mai venuto a conoscenza. Con Santoni temo esattamente l’eventualità opposta. Infaticabile “animale social”, mi aspetto che possa arrivare –con il suo pseudonimo- fin in questo mio piccolo angolo a bacchettarmi. Ovviamente si scherza! Eppure c’è del vero in quello che ho scritto. Santoni è realmente una presenza vivace su FB, dove effettivamente compare sotto pseudonimo. E’ altrettanto vero, infine, che la scelta di leggere il suo libro sia stata dettata proprio dall'attento monitoraggio di cui ne faccio oggetto sul social. Mi è sembrata, questa, l’occasione propizia per verificare se e come le sue conoscenze, e dell’editoria e della letteratura contemporanea, la sua carica creativa e l’impegno divulgativo che profonde nella infaticabile attività fuori e dentro il web, abbiano messo radici e fruttificato all'interno del romanzo.
E' stata una sorpresa piacevole constatare che Vanni Santoni, lontano dal mescolare le sue molteplici essenze creando pastrocchi indigeribili, maneggia le proprie competenze tenendole sapientemente confinate ai rispettivi campi d’azione, cosicché nella veste di scrittore si rivela rigoroso, metodico, bravo.
Il pericolo del romanzo generazionale è che finisca per essere il compendio di un’ epoca cristallizzata in immagini e frasi fatte che sbiadiscono in fretta, non comunicando nulla a quelli fuori dalla cerchia dei protagonisti diretti.
“La stanza segreta” di Santoni fugge l’ambizione di farsi epica dell’ adolescenza sfumata. Non si lascia tentare dal desiderio di atteggiarsi a racconto definitivo di un dato periodo storico. Santoni, detto esplicitamente, non si fa blandire dalla smania di dar vita all’”opera struggente di un formidabile genio”.
Immediato e percepibile il vantaggio per il racconto: nitido, maturo, godibile anche da chi, come la sottoscritta, non sa -anzi sapeva- nulla di giochi di ruolo.
Un adolescente, che fatica a rispecchiarsi nelle mode, trova una strada alternativa nei giochi di ruolo e costruisce in questo ambito nerd la sua cerchia di amicizie. Sullo sfondo la provincia toscana a rischio di gentrificazione. E’ su questo pregresso che, proveniente dall’ età adulta, fa il suo ingresso la voce di Santoni. Autentica e perciò pienamente credibile la narrazione. Palpabile in ogni singola parola la partecipazione sentimentale dell’autore che, sconfinando dalle pagine, fa presa sul lettore senza tuttavia mai cavalcare malinconia e rimpianto o facili entusiasmi e esaltazioni adolescenziali.
Un amico mi ha chiesto se valga la pena leggere “ La stanza profonda”.
Questa la mia risposta:-” Si. Non è un libro saccente, ne’ l’epopea di una personale età dell’oro. È un racconto (apparentemente tranquillo, in quanto privo dell’enfasi di chi crede di scrivere un manifesto generazionale) di quella parte della vita in cui il protagonista è stato un master e di come questa esperienza sia stata fondante per quello che ha fatto dopo. Molto piacevole.”
Giudizio che ribadisco e “accendo”, mettendolo qui per iscritto.
lunedì 15 ottobre 2018
Il contagio
Una volta vivevamo, la mia famiglia ed io, in un paese dove
cominciavano a verificarsi i primi casi di un’epidemia che sarebbe
diventata, nel tempo, molto estesa e preoccupante.
Non percepii il pericolo di far parte di quella comunità. Mi correggo. Ad essere sincera, sebbene lo avessi percepito, mi convinsi che le mie bambine non si sarebbero ammalate. Avrei tenuto fuori di casa il virus non tralasciando alcuna norma igienica, dalle specifiche del caso alle più comuni. Inoltre pensai che avrebbero beneficiato dell’immunità del gregge. Noi adulti di famiglia eravamo tutti vaccinati e mi risultava che lo fossero anche gli amici stretti nonchè i conoscenti.
Purtroppo però sottovalutai la situazione o sopravvalutai le mie capacità e non mi accorsi che uno delle piccole a scuola avesse contratto il malanno.
Se lo portò in incubazione durante il trasferimento a Varcaturo, in Campania, dove ci stabilimmo successivamente. Esplose in tutta la sua aggressività proprio alla vigilia del primo giorno di lezione, durante il tragitto dalla nuova casa alla scuola.
Ricordo esattamente il momento in cui esordì. Eravamo in macchina. Guidavo lungo una strada periferica piuttosto mal ridotta come lo sono tutte quelle della zona. Superavo i tanti gruppi di lavoratori di colore che, secondo la consuetudine locale, al mattino presidiano la via in attesa di chi cerca manodopera giornaliera da sottopagare, naturalmente in nero.
La piccola sedeva dietro. Nella quotidiana lotta alla conquista del sediolino accanto al guidatore l’onore era toccato alla sorella maggiore. Lei si era rassegnata ma ancora imbronciata, guardando dal finestrino, non rinunciava ogni tanto a esprimere disappunto. Le sue recriminazioni cominciavano sempre con un :-” non è giusto”- , per cui non le prestai molta attenzione quando starnutì la prima volta. Al secondo starnuto, pensai di aver frainteso. Al terzo aguzzai le orecchie. :-” Non è giusto che questi vengono qua da noi. Perchè non restano a casa loro?”
Non mi restavano più dubbi. Per poco non andammo sbattere.
Come era possibile che dalla bocca di mia figlia uscissero tali sconcezze? Quando il virus del razzismo aveva fatto breccia tra le mura fortificate di casa nostra?
Questo mito dimostra che non bisogna dare alcunché di scontato, che ci sono ambiti dove non c’è nulla di innato ma solo di acquisito e che anche la tolleranza e l’ intolleranza si imparano, non solo a casa, evidentemente anche a scuola, come nel caso di mia figlia, contagiata dalla maleducazione dei compagni.
Nonostante impiegai diverse settimane per cancellare le tracce del virus, fortunatamente la piccola si ristabilì perfettamente.
Non percepii il pericolo di far parte di quella comunità. Mi correggo. Ad essere sincera, sebbene lo avessi percepito, mi convinsi che le mie bambine non si sarebbero ammalate. Avrei tenuto fuori di casa il virus non tralasciando alcuna norma igienica, dalle specifiche del caso alle più comuni. Inoltre pensai che avrebbero beneficiato dell’immunità del gregge. Noi adulti di famiglia eravamo tutti vaccinati e mi risultava che lo fossero anche gli amici stretti nonchè i conoscenti.
Purtroppo però sottovalutai la situazione o sopravvalutai le mie capacità e non mi accorsi che uno delle piccole a scuola avesse contratto il malanno.
Se lo portò in incubazione durante il trasferimento a Varcaturo, in Campania, dove ci stabilimmo successivamente. Esplose in tutta la sua aggressività proprio alla vigilia del primo giorno di lezione, durante il tragitto dalla nuova casa alla scuola.
Ricordo esattamente il momento in cui esordì. Eravamo in macchina. Guidavo lungo una strada periferica piuttosto mal ridotta come lo sono tutte quelle della zona. Superavo i tanti gruppi di lavoratori di colore che, secondo la consuetudine locale, al mattino presidiano la via in attesa di chi cerca manodopera giornaliera da sottopagare, naturalmente in nero.
La piccola sedeva dietro. Nella quotidiana lotta alla conquista del sediolino accanto al guidatore l’onore era toccato alla sorella maggiore. Lei si era rassegnata ma ancora imbronciata, guardando dal finestrino, non rinunciava ogni tanto a esprimere disappunto. Le sue recriminazioni cominciavano sempre con un :-” non è giusto”- , per cui non le prestai molta attenzione quando starnutì la prima volta. Al secondo starnuto, pensai di aver frainteso. Al terzo aguzzai le orecchie. :-” Non è giusto che questi vengono qua da noi. Perchè non restano a casa loro?”
Non mi restavano più dubbi. Per poco non andammo sbattere.
Come era possibile che dalla bocca di mia figlia uscissero tali sconcezze? Quando il virus del razzismo aveva fatto breccia tra le mura fortificate di casa nostra?
Questo mito dimostra che non bisogna dare alcunché di scontato, che ci sono ambiti dove non c’è nulla di innato ma solo di acquisito e che anche la tolleranza e l’ intolleranza si imparano, non solo a casa, evidentemente anche a scuola, come nel caso di mia figlia, contagiata dalla maleducazione dei compagni.
Nonostante impiegai diverse settimane per cancellare le tracce del virus, fortunatamente la piccola si ristabilì perfettamente.
Non fate come me,
non vi fidate dell’immunità del gregge. Vaccinate quotidianamente i vostri bambini contro l’intolleranza, vigilando che nessuno dei
brutti discorsi ascoltati là fuori faccia presa nei loro cuori.
Elogio dei residenti e dei viandanti
Dal libro de " l'elogio dei residenti", ovvero l'encomio solenne di coloro che sono rimasti, che non sono partiti "per terre assai lontane", lasciando vilmente gli altri in balia del loro destino." Andate", "restate", un dilemma mefistofelico che "tira sempre", che piace, attanaglia.
Poiché io sono andata, tornata, riandata e ritornata svariate volte, mi stranisco sempre di più difronte a tali discorsi.
Mi viene in mente la Battuta di Massimo Troisi:
"Emigrante?"
"No, sono partito così, per viaggiare, per conoscere un poco".
Ammetto che c'ho impiegato tutti questi anni per capirla fino infondo, la battuta, che battuta non era. Ci ho impiegato tutti questi anni, tutte queste andate e questi ritorni .
Ho capito che il posto di tutti è il mondo. Che ognuno ha un luogo in cui vive che è sempre elettivo, sia quando lo si è scelto perché non ce ne si è voluti allontanare, sia quando ci si è approdati seguendo ragioni lavorative, affettive, personali.
Ho capito che non va demonizzato ne' chi resta, ne' chi torna, ne' chi parte, perchè il nostro imperativo è la felicità e ovunque sia, va bene inseguirla.
Ho capito che tutti però dovrebbero partire almeno una volta nella vita e vedere il mondo. Per scoprire la varietà dei posti e delle genti, delle lingue e dei costumi, ma anche e soprattutto l'unicità del genere umano. Tutti uguali alla fine, tutti segnati o spinti dalle stesse esigenze, dalle stesse passioni, dagli stessi sentimenti.
E dovrebbero partire per poi ritornare o restare negli altri luoghi, più sicuri della propria scelta e con più serenità.
La latitudine è un luogo mentale, un luogo del cuore.
E il mondo è tutto bello o brutto, dacché la scelta dell'aggettivo spetta a voi.
martedì 9 ottobre 2018
Il benedetto workshop
Ho un'età interlocutoria in cui non si è più giovani ne' ancora vecchi.
Sono in quella terra di confine che per molti versi è un ritorno all'adolescenza, quando sei mezzo bambino e mezzo adulto e i bambini non ti vogliono a giocare ne' gli adulti a conversare.
Sono in quella fase in cui le persone ti inondano di consigli, continuamente, come fossero terapisti di professione. Ti consigliano come gestire la menopausa, il distacco dai figli, il corpo che cambia, il colore dei capelli, la lunghezza delle gonne. Soprattutto ripetono, allo sfinimento, che devi metterti in gioco e tu fatichi a capire di che gioco parlino.
La scuola pedagogica a cui mia madre mi ha formato è quella dei sensi di colpa, della disistima, quella che imponeva di metterti sempre in discussione. Il risultato è che io, partendo da una perenne autocritica, quei consigli li ascolto.
La scorsa settimana, ad esempio, a Ferrara c'era il festival dell'Internazionale. Un fitto programma, oltre che di incontri, di workshop.
Quindi -ok! mettiamoci in gioco- mi sono detta, mentre compilavo la domanda di partecipazione a "recensione come una delle belle arti".
Scrivo di libri da tempo ma è sempre utile conservare un atteggiamento recettivo e umile. Sicuramente avrei scoperto nuove prospettive grazie alle quali parlarne meglio e sarebbe stato costruttivo sottopormi a verifiche e critiche .
Non ho sottovalutato neppure il lato sociale. Mi piace stare in mezzo alla gente, a maggior ragione tra quelle con cui condivido interessi. Fare nuove amicizie è, in fondo, come cazzeggiare su google: pare una perdita di tempo, invece impari sempre del nuovo.
L'unica cosa che trovo sfiancante è rompere il ghiaccio con i giovani.
Non è che non lo capisca, il loro disagio nel rapportarsi a me. Me lo ricordo quando agli esami, in università, si presentavano "i vecchi" e li evitavo perchè venivano dal giurassico e io invece stavo nel futuro. E immagino anche la situazione da cui sfuggono: la pesantezza dei genitori la vogliono lasciare chiusa a casa, hanno il terrore di trovarsela tra i piedi anche nel loro mondo.
Credetemi, so stare alle regole della socialità intergenerazionale. Ho la consapevolezza di essere sovrabbondante, quindi tendo a parlare poco, a non essere invadente, a non far pesare quante delle "cagate" che sparano con la loro area saccente io le sappia già.
Però, non mi devono provocà.
Primo giorno, fuori dall'aula. Mi faccio coraggio. Mi setto in versione "Palomar" pronta a mordermi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Aspetto il turno nel giro di presentazioni. Per una mia antica battaglia, alla domanda su cosa faccia rispondo sempre e fieramente la casalinga. La ventiquattrenne che conduce la conversazione emette una risatina vacua e proditoriamente incalza di fronte alla mia laconicità chiedendomi se scrivo. Io reticente, schivo anche il secondo tiro. Lei insiste:-" magari un blog?".
Non nego: si, confermo. Sfodera il più ... ( a questo punto io avrei scritto cretino, ma fate voi) dei sorrisi e fa:-" lo sapevo. Là volevo arrivare!".
Là voleva arrivare la piccirella, che una casalinga nel territorio di mezzo che è la mia età, in un workshop di questo tipo, non può che essere una sfigata da blog, come fosse una categoria riconosciuta per legge.
Naturalmente nel corso degli incontri colui che conduceva il laboratorio ha proposto di scrivere una recensione.
Ho letto la mia. Li ho spiazzati tutti.
"Dallo psicanalista un uomo confessa il bisogno di recidere i lacci materni e le radici ebraiche. Una questione di seghe, non solo mentali." Il mio tweet sul lamento di Portnoy li ha stupiti e fatti sorridere.
L'anziana sfigata casalinga da blog ce l'ha un mestiere . I complimenti che son venuti li ho intascati con soddisfazione, intimamente dedicati alla simpatica ventiquattrenne.
Sono in quella terra di confine che per molti versi è un ritorno all'adolescenza, quando sei mezzo bambino e mezzo adulto e i bambini non ti vogliono a giocare ne' gli adulti a conversare.
Sono in quella fase in cui le persone ti inondano di consigli, continuamente, come fossero terapisti di professione. Ti consigliano come gestire la menopausa, il distacco dai figli, il corpo che cambia, il colore dei capelli, la lunghezza delle gonne. Soprattutto ripetono, allo sfinimento, che devi metterti in gioco e tu fatichi a capire di che gioco parlino.
La scuola pedagogica a cui mia madre mi ha formato è quella dei sensi di colpa, della disistima, quella che imponeva di metterti sempre in discussione. Il risultato è che io, partendo da una perenne autocritica, quei consigli li ascolto.
La scorsa settimana, ad esempio, a Ferrara c'era il festival dell'Internazionale. Un fitto programma, oltre che di incontri, di workshop.
Quindi -ok! mettiamoci in gioco- mi sono detta, mentre compilavo la domanda di partecipazione a "recensione come una delle belle arti".
Scrivo di libri da tempo ma è sempre utile conservare un atteggiamento recettivo e umile. Sicuramente avrei scoperto nuove prospettive grazie alle quali parlarne meglio e sarebbe stato costruttivo sottopormi a verifiche e critiche .
Non ho sottovalutato neppure il lato sociale. Mi piace stare in mezzo alla gente, a maggior ragione tra quelle con cui condivido interessi. Fare nuove amicizie è, in fondo, come cazzeggiare su google: pare una perdita di tempo, invece impari sempre del nuovo.
L'unica cosa che trovo sfiancante è rompere il ghiaccio con i giovani.
Non è che non lo capisca, il loro disagio nel rapportarsi a me. Me lo ricordo quando agli esami, in università, si presentavano "i vecchi" e li evitavo perchè venivano dal giurassico e io invece stavo nel futuro. E immagino anche la situazione da cui sfuggono: la pesantezza dei genitori la vogliono lasciare chiusa a casa, hanno il terrore di trovarsela tra i piedi anche nel loro mondo.
Credetemi, so stare alle regole della socialità intergenerazionale. Ho la consapevolezza di essere sovrabbondante, quindi tendo a parlare poco, a non essere invadente, a non far pesare quante delle "cagate" che sparano con la loro area saccente io le sappia già.
Però, non mi devono provocà.
Primo giorno, fuori dall'aula. Mi faccio coraggio. Mi setto in versione "Palomar" pronta a mordermi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Aspetto il turno nel giro di presentazioni. Per una mia antica battaglia, alla domanda su cosa faccia rispondo sempre e fieramente la casalinga. La ventiquattrenne che conduce la conversazione emette una risatina vacua e proditoriamente incalza di fronte alla mia laconicità chiedendomi se scrivo. Io reticente, schivo anche il secondo tiro. Lei insiste:-" magari un blog?".
Non nego: si, confermo. Sfodera il più ... ( a questo punto io avrei scritto cretino, ma fate voi) dei sorrisi e fa:-" lo sapevo. Là volevo arrivare!".
Là voleva arrivare la piccirella, che una casalinga nel territorio di mezzo che è la mia età, in un workshop di questo tipo, non può che essere una sfigata da blog, come fosse una categoria riconosciuta per legge.
Naturalmente nel corso degli incontri colui che conduceva il laboratorio ha proposto di scrivere una recensione.
Ho letto la mia. Li ho spiazzati tutti.
"Dallo psicanalista un uomo confessa il bisogno di recidere i lacci materni e le radici ebraiche. Una questione di seghe, non solo mentali." Il mio tweet sul lamento di Portnoy li ha stupiti e fatti sorridere.
Ernesto Guevara de la Serna : un omaggio

Ernesto Guevara de la Serna è morto il 9 ottobre 1967, eppure io l'ho visto. L'ho visto aggirarsi indaffarato tra i tavoli di un ristorante italiano in un piccolissimo paesino della campagna tedesca.
Ho visto il suo volto, quello che avrebbe oggi, il viso da 48enne che ha fatto la storia e continua ad esserne nel turbinoso flusso, figlio del nostro e del suo tempo.
Ernesto Guevara era nella sua posa eterna, con il suo consueto, perpetuo sguardo malinconico e fiero. Guardava al futuro da una foto glitterata d'argento su sfondo giallo limone di una maglietta. Faceva pentant con un pantalone bianco Armani tenuto su secondo lo stile ascellare alla "Pasquale Ametrana" .
Sul momento mi sono intristita. Poi ci ho riflettuto .
Il Che è vivo. E' tra di noi. Per nulla stravolto da tutto quell'argenteo sfavillio, dall'alto di quei pantaloni griffati mi è apparso mansueto e consapevole. Consapevole che i tempi sarebbero passati di qui, ma non vi si sarebbero fermarti. Che la storia ha necessità perfino di questa tappa, di sostare nel mezzo di un'epoca che patina tutto, anche i rivoluzionari.
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"A pucuntria" e "Fiori di vetro" di Mariarosaria Selo
Con ( Mariarosaria Selo) Rosi Selo ho un debito, anzi due. Le dovrei restituire la carica di piacere, di soddisfazione e di gioia che m...
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