I gangli sono come le ciliegie. Uno tira l'altro e soprattutto alcuni sono di un incredibile vermiglio.
Oggi tocca, per l'appunto, al primo tra i gangli di colore rosso, quello intitolato: "Aspettative", ovvero, "Essere all'altezza, mai".
Ho una certa difficoltà nel principiare il racconto, per via di un dubbio in cui mi arrovello.
Se ad una bimba arriva il menarca a 10 anni, si dirà che è precoce. Ma precoce chi? La bambina o il menarca? La bambina, che per via dell'ospite, di lì in poi frequentatore assiduo ma sempiternamente indesiderato, è declassata al rango di adulta? O quel visitatore così intimo e tuttavia perenne estraneo, il cui abbandono, è foriero di un passaggio ancora più sgomento: dall'età matura all'inizio di vecchiaia? Oppure entrambi. Lei, quasi fosse un'esagitata che non vede l'ora di bruciare tappe. Lui, un cavallo imbizzarrito che rompe i canapi in estremo anticipo per fregare il Dio del tempo. In ogni caso l'aggettivo precoce si porta appresso il tanfo della colpa, anche se di colpe, chiunque se lo becchi, non ne ha.
La smetto -giuro- di menar il can per l'aia e procedo verso il dunque.
Il cuore della storia è che, quando all'età di 10 anni, il giorno esatto del mio compleanno, il barone rosso fece capolino nelle mie mutande, avevo esattamente la medesima altezza da cui tuttora svetto.
Nel pomeriggio del 30 Giugno 1978, quando, messo in pausa il gioco, sgattaiolai in bagno per la pipì lasciando l'amichetta nel cortile ad attendermi, e lì mi sorpresero le prime mestruazioni, misuravo, infatti, un metro e cinquantacinque.
La vox popoli -in quegli anni fonte di sapere autorevole quanto Wikipedia- al capitolo "crescita e adolescenza" del manuale per il perfetto genitore codificava che, con lo sviluppo, il soggetto cominciasse a "sfilare", ovvero smagrisse per allungarsi fino a raggiungere la dimensione di un adulto.
Lascio alla vostra fervida immaginazione -o ai ricordi personali- determinare il grado di trepidazione con cui una generica madre si predispone alla trasformazione. Io mi limiterò a descrivere il livello di frenesia con cui la mia, di madre, attese il compiersi del miracolo.
Nell' allestire il guardaroba minimo invernale, in settembre, ogni singolo capo d'abbigliamento, ivi compreso il grembiule per la scuola, fu scelto "a crescenza". In attesa che la natura facesse il suo corso, mi aggiudicai cappotto, gonne, camicie e pullover di due taglie più grandi. Mamma me li adattava ripiegando più volte le maniche o, nel caso delle gonne, con lo stratagemma della doppia piega, ricavando cioè un orlo finto da scucire alla bisogna. Nella transizione da anatroccola in una cigna, mi è toccato scontare un paio d'anni in uno stadio clownesco.
Poi finalmente, un bel giorno...
Poi finalmente un bel giorno, credo che al quel punto fossi già in terza media, dovendo rinnovare sia il grembiule che il cappotto, ci fu l'amara presa di coscienza. Il velo, che ottundeva i sensi di mia madre, rimase impigliato da qualche parte nei nostri lunghi giri di compere e lei mi vide per la prima volta. Incalzata dalla commessa a non pensare al futuro quanto piuttosto ad assecondare il presente, dopo una lunga altalena tra il prova l'uno ora di nuovo l'altro, riprova la taglia minore ora quella maggiore, constatato che con un indumento della misura giusta fossi decisamente più graziosa, si piegò alla triste sorte.
Così, mentre io continuavo a vivere una vita da alta normale, non capendo il nodo del problema, mia madre cominciò a predisporre per me una vita da bassa, approntando una serie di accorgimenti per slanciarmi la figura, primo dei quali, naturalmente "il poco di tacchetto" dal quale non ero autorizzata a prescindere mai. Eppure l'evoluzione verso un crespo indomabile dei miei capelli, in atto già da qualche tempo, che le aveva creato un certo disappunto visto che con il liscio sarei stata più fine, avrebbe dovuto insospettirla circa un probabile infelice epilogo del film che si stava proiettando.
Messa da parte la disperazione, il macero della delusione, mamma decise di passare poi all'azione. Scoprii allora l'esistenza, nell'ordine, dell'endocrinologia, della genetica, dei percentili e del baccalà. Si, proprio del baccalà. Dopo aver stabilito che la bassezza fosse eredità genetica paterna, sollevando mamma dall'incriminazione, finimmo, infatti, "a pesci fetienti". Nelle sue multiformi e variegate declinazioni, dal coronello al mussillo, lo stock venne introdotto a massicce dosi nella mia dieta dietro prescrizione di uno degli endocrinologi all'avanguardia da cui fui fatta visitare, il quale si disse certo del successo della cura, confortato dall'evidenza che i popoli scandinavi, forti consumatori, fossero tra i più alti d'europa.
Il ganglio delle aspettative, nonostante la mia bassezza per me non abbia mai rappresentato un un problema, è nato rosso e rosso deve restare. E' stata la cappa agitata davanti al toro per infastidire. Ora è la bandiera piantata alla fine della scalata. La scalata alla conquista di mia madre, fatta a pieni nudi, con "il poco di tacco" abbandonato a metà strada.
mercoledì 12 maggio 2021
ganglio 4
Il ganglio di stamane è di quelli piccoli, ma dolorosi. Dolorosissimi.
Uno di quelli che causa un'intensità di pena pari solo alla pulpite del premolare cariato irreparabilmente. Devitalizzare sarebbe un'opzione priva di frutti. Bisogna cavarlo fuori dalla gengiva, anche se la lingua continuerà ad aggirarsi intorno al buco. Giocherà avvitandosi, ancora e ancora, nei pressi del dente fantasma. Anche qualora un suo sostituto fittizzio, piantato lì dal dentista, ne dovesse poi assumere putativamente il ruolo.
Sarò brutale nell'estrazione. Se lo merita. Merita che lo faccia senza anestesia. Che mi faccia del male per tenere il poloso della situazione. Per rimanere al comando in solitaria. Per ricordarmi quando ho sentito il concetto di amicizia sfaldarsi, sciogliersi come sagoma di sabbia tra le dita. Quando ho deciso di tenermi il cuore stretto nel petto senza prestarlo mai più ad altri.
Ho diciannove anni. Forse venti. Sono negli anni dell'università. Sono già fidanzata con il ragazzo che diventerà mio marito. Lui lavora in un' altra città. Torna il venerdì per ripartire la domenica sera. Una pausa temporale che mi fa benissimo. Sospendere il mio studio matto e disperatissimo è necessario. Spesso ci inventiamo passatempi. A questo giro, con gli amici comuni, si è pianificata una gita. Eternamente distratta, incurante degli orari, della geografia, non chiedo dettagli. Mi viene impartito, però, un unico "comando", esplicito, corale, dalle amiche del cuore. Non una raccomandazione. Proprio un imperativo. "Vestiti elegante".
Nessun problema. Siamo nel cuore degli anni ottanta. Forse non posseggo che un unico paio di jeans e forse nemmeno un paio di scarpe da ginnastica. Dunque sono ben contenta di rimanere nel mio territorio abituale.
Alla citofonata, pronta e già in attesa, scendo. Ci sono tutti, distribuiti ai lati dell'ingresso a fare arco alla mia passerella. Non vogliono perdersi la mia faccia quando sarà svelato lo scherzo. Si va in montagna a scampagnare. Sono tutti in tenuta casual. Mi hanno preso in giro.
Tralascio e perdono l'ingenuità del mio ragazzo, che ancora oggi non sa bene decifrare molte delle ragioni sottese alle peggiori condotte umane.
Per anni ho cercato di sciogliere il nodo della soddisfazione che "le mie amiche del cuore" godettero in quel momento.
Ho sopportato altri inganni successivi solo in virtù di questo primo, che mi a iniziò alla pratica della diffidenza.
Archiviando la delusione sotto una scorza che si era già fatta duretta, scelsi di graziare l'amicizia quando il mio alter ego -ci era piaciuta la definizione- mi rivelò una relazione stabile di un anno con un tizio. Tradotto significava che, ogni giorno, terminata la sessione di studio -preparavamo insieme gli esami universitari- lei si incontrava con il tipo, ci amoreggiava, pianificava, caso mai, un futuro insieme, e la mattina dopo si presentava davanti alla mia porta perseverando nel silenzio. Ognuno ha diritto alla privacy. Nascondiamo cose anche a noi stessi, figurarsi agli amici. Nessun problema.
Ci fu anche un secondo gesto di grazia. Anni dopo, sempre "alter ego", quando le condivisi la notizia che avevamo deciso, il mio ragazzo ed io, di sposarci, con una improbabile battuta di spirito, se ne uscì che sarebbe stata felice di occuparsi, a tempo debito, del divorzio. Incassai di nuovo con disinvoltura, rifugiandomi nel ricordo del primo colpo basso per ricordarmene il sapore.
Il ganglio "del vestiti elegante", è esempio di cattiveria pura, di conti in sospeso non risolti. Ammantato di casualità, frivolezza, incartato con cura in un involucro di falsità, conteneva nella sua spudoratezza e nella sua apparente castità, già tutti gli ingredienti del distacco. Non esiste il diritto codificato a ferire gli altri. Quella zampata fu inferta con coscienza e scienza.
Fu la più candida, melliflua, insospettabile dichiarazione precisa ed esplicita di insofferenza verso mio modo di essere. Ci si veste per rappresentare sé stessi. Mi sono espressa sempre anche indossando cose che fossero "me". Attenzione al bello, alla qualità, originalità: la mia filosofia. Ero indigesta, evidentemente. Camminavo con un bersaglio ben in vista sulla schiena, sul quale le mia amiche, alla prima occasione, insospettabilmente decisero di far fuoco.
Una risata seppellisce tutto? Dipende da cosa si intende seppellire.
Uno di quelli che causa un'intensità di pena pari solo alla pulpite del premolare cariato irreparabilmente. Devitalizzare sarebbe un'opzione priva di frutti. Bisogna cavarlo fuori dalla gengiva, anche se la lingua continuerà ad aggirarsi intorno al buco. Giocherà avvitandosi, ancora e ancora, nei pressi del dente fantasma. Anche qualora un suo sostituto fittizzio, piantato lì dal dentista, ne dovesse poi assumere putativamente il ruolo.
Sarò brutale nell'estrazione. Se lo merita. Merita che lo faccia senza anestesia. Che mi faccia del male per tenere il poloso della situazione. Per rimanere al comando in solitaria. Per ricordarmi quando ho sentito il concetto di amicizia sfaldarsi, sciogliersi come sagoma di sabbia tra le dita. Quando ho deciso di tenermi il cuore stretto nel petto senza prestarlo mai più ad altri.
Ho diciannove anni. Forse venti. Sono negli anni dell'università. Sono già fidanzata con il ragazzo che diventerà mio marito. Lui lavora in un' altra città. Torna il venerdì per ripartire la domenica sera. Una pausa temporale che mi fa benissimo. Sospendere il mio studio matto e disperatissimo è necessario. Spesso ci inventiamo passatempi. A questo giro, con gli amici comuni, si è pianificata una gita. Eternamente distratta, incurante degli orari, della geografia, non chiedo dettagli. Mi viene impartito, però, un unico "comando", esplicito, corale, dalle amiche del cuore. Non una raccomandazione. Proprio un imperativo. "Vestiti elegante".
Nessun problema. Siamo nel cuore degli anni ottanta. Forse non posseggo che un unico paio di jeans e forse nemmeno un paio di scarpe da ginnastica. Dunque sono ben contenta di rimanere nel mio territorio abituale.
Alla citofonata, pronta e già in attesa, scendo. Ci sono tutti, distribuiti ai lati dell'ingresso a fare arco alla mia passerella. Non vogliono perdersi la mia faccia quando sarà svelato lo scherzo. Si va in montagna a scampagnare. Sono tutti in tenuta casual. Mi hanno preso in giro.
Tralascio e perdono l'ingenuità del mio ragazzo, che ancora oggi non sa bene decifrare molte delle ragioni sottese alle peggiori condotte umane.
Per anni ho cercato di sciogliere il nodo della soddisfazione che "le mie amiche del cuore" godettero in quel momento.
Ho sopportato altri inganni successivi solo in virtù di questo primo, che mi a iniziò alla pratica della diffidenza.
Archiviando la delusione sotto una scorza che si era già fatta duretta, scelsi di graziare l'amicizia quando il mio alter ego -ci era piaciuta la definizione- mi rivelò una relazione stabile di un anno con un tizio. Tradotto significava che, ogni giorno, terminata la sessione di studio -preparavamo insieme gli esami universitari- lei si incontrava con il tipo, ci amoreggiava, pianificava, caso mai, un futuro insieme, e la mattina dopo si presentava davanti alla mia porta perseverando nel silenzio. Ognuno ha diritto alla privacy. Nascondiamo cose anche a noi stessi, figurarsi agli amici. Nessun problema.
Ci fu anche un secondo gesto di grazia. Anni dopo, sempre "alter ego", quando le condivisi la notizia che avevamo deciso, il mio ragazzo ed io, di sposarci, con una improbabile battuta di spirito, se ne uscì che sarebbe stata felice di occuparsi, a tempo debito, del divorzio. Incassai di nuovo con disinvoltura, rifugiandomi nel ricordo del primo colpo basso per ricordarmene il sapore.
Il ganglio "del vestiti elegante", è esempio di cattiveria pura, di conti in sospeso non risolti. Ammantato di casualità, frivolezza, incartato con cura in un involucro di falsità, conteneva nella sua spudoratezza e nella sua apparente castità, già tutti gli ingredienti del distacco. Non esiste il diritto codificato a ferire gli altri. Quella zampata fu inferta con coscienza e scienza.
Fu la più candida, melliflua, insospettabile dichiarazione precisa ed esplicita di insofferenza verso mio modo di essere. Ci si veste per rappresentare sé stessi. Mi sono espressa sempre anche indossando cose che fossero "me". Attenzione al bello, alla qualità, originalità: la mia filosofia. Ero indigesta, evidentemente. Camminavo con un bersaglio ben in vista sulla schiena, sul quale le mia amiche, alla prima occasione, insospettabilmente decisero di far fuoco.
Una risata seppellisce tutto? Dipende da cosa si intende seppellire.
ganglio 3
Una volta, qualcuno elencando le peculiarità dei segni zodiacali, del cancro sottolineò il legame con la casa e l'impossibilità di spostarsene, pena la morte . Un dettaglio che non fui più capace di trascurare. Prese un posto di primo piano tra i miei tormenti, anzi balzò addirittura in vetta quando compresi che, sposando il ragazzo che amavo, sarei stata destinata ad una esistenza a lungo nomade. Ebbi paura che i probabili vari traslochi, a cui saremmo andati incontro per via della sua carriera, mi avrebbero irreparabilmente danneggiata dentro.
E poi arrivò il primo trasferimento, che in realtà era già il secondo, perché in effetti, il gran passo, il matrimonio, che decisi di compiere a 23 anni, già aveva implicato una breve emigrazione verso sud. Era però un distacco con ripercussioni calcolate. Non mi aveva addolorato lasciare la famiglia - l'alba dell' età adulta è fatta per gli arrivederci- quanto la casa e la città. Ma ero certa che sarei sopravvissuta. E infatti sopravvissi. Quando si va all'avventura per fondare il proprio regno e l'appartamento che mettemmo insieme mio marito ed io, era il nostro personale bastione, l'avamposto comune nel campo di battaglia della vita, l'energia e le aspettative che si sprigionano sono un elisir di invulnerabilità.
Questo è -lo si è compreso- il microracconto dedicato al ganglio trasloco. Un ganglio tra i più grossi, avendo ad oggi, collezionato ben 12 luoghi, nei quattro punti cardinali, da nord a sud, da oriente ad occidente, dalla Mitteleuropa al mediterraneo, dal mare ai monti, che ho chiamato casa. Un ganglio dalla forma strana, disegnata così particolare dalla singolare condizione che mi son trovata a vivere negli ultimi tre anni: un peculiare pendolarismo, sincronico, tra due città, due domicili. Un'altalena costante tra due vite, due metà della famiglia. Alla vigilia di ciascun ritorno, che però è anche partenza -mi sento come le due boccette legate al filo di quel gioco che si giocava da bambini, in cui bisognava far rimbalzare le pallette colorate dopo averle fatte collidere tra loro- mi carico d'ansia, rosa dal timore di non aver la forza, l'attitudine, il coraggio di riadattarmi a quella casa là, ora che sono sgusciata perfettamente nell'ingranaggio della quotidianità di qua.
Torno allora per farmi forza all'origine del ganglio. Alla prima cellula nel cui nucleo è impresso il primo trasferimento di 22 anni fa. Sono sul balcone del nostro primo vero appartamento, nel quale ci eravamo spostati dopo un periodo transitorio vissuto in una casa ammobiliata al centro del paesino della provincia pugliese. I mobili già quasi tutti svuotati. Il contenuto travasato a goccia a goccia -la cosa l'ho vissuta come uno stillicidio, appunto- in cartoni spaiati, collezionati, giorno dopo giorno, grazie a snervanti questue presso i vari supermercati.
Ignoro le regole di quella scienza esatta che è il trasloco.
Ignoro che la ditta incaricata porterà set di scatoloni delle misure più disparate, nuovi, resistentissimi solo per me, su cui saranno segnati i numeri in sequenza, il contenuto, la stanza di destinazione e il nostro cognome. Temo che gli addetti tratteranno le mie cose con incuria. Temo che sgraffigneranno qualcosa. Temo di percepire le loro mani come predatorie e profanatorie e non saperlo dissimulare. Ma sono lì che li attendo con trepidazione. Voglio che tutto finisca presto. Ho altri dubbi, altri terrori da fronteggiare, da addomesticare. Stiamo lasciando l'Italia. Stiamo andando in Germania, di cui ignoro tutto, compreso la lingua. Ho 28 anni -oggi posso aggiungere solo 28- una figlia di poco più di un anno e so che saremo spesso sole, lei ed io, in quel territorio straniero.
Là torno e poi alla profezia del segno zodiacale. Ho imparato a parafrasare antichi adagi, talvolta anche frasi di dileggio, in mio favore. Ho imparato che ogni cosa chiusa ha un punto di apertura, a lavorarci sopra. Dopo 12 traslochi e ancora uno da venire, rediviva dal trauma dei traumi dell'emigrazione tedesca, e dalle altre mie molteplici resurrezioni, mi sono adattata la "profezia del cancro". La mia casa è il guscio nel quale sono cresciuta. La mia casa è la forma assunta dalla mia mente. La mia casa è l'abito del mio ingegno di saper rendere tutto domus. La mia casa sono io, parva sed apta, con tutti i gangli appesi alle pareti.
E poi arrivò il primo trasferimento, che in realtà era già il secondo, perché in effetti, il gran passo, il matrimonio, che decisi di compiere a 23 anni, già aveva implicato una breve emigrazione verso sud. Era però un distacco con ripercussioni calcolate. Non mi aveva addolorato lasciare la famiglia - l'alba dell' età adulta è fatta per gli arrivederci- quanto la casa e la città. Ma ero certa che sarei sopravvissuta. E infatti sopravvissi. Quando si va all'avventura per fondare il proprio regno e l'appartamento che mettemmo insieme mio marito ed io, era il nostro personale bastione, l'avamposto comune nel campo di battaglia della vita, l'energia e le aspettative che si sprigionano sono un elisir di invulnerabilità.
Questo è -lo si è compreso- il microracconto dedicato al ganglio trasloco. Un ganglio tra i più grossi, avendo ad oggi, collezionato ben 12 luoghi, nei quattro punti cardinali, da nord a sud, da oriente ad occidente, dalla Mitteleuropa al mediterraneo, dal mare ai monti, che ho chiamato casa. Un ganglio dalla forma strana, disegnata così particolare dalla singolare condizione che mi son trovata a vivere negli ultimi tre anni: un peculiare pendolarismo, sincronico, tra due città, due domicili. Un'altalena costante tra due vite, due metà della famiglia. Alla vigilia di ciascun ritorno, che però è anche partenza -mi sento come le due boccette legate al filo di quel gioco che si giocava da bambini, in cui bisognava far rimbalzare le pallette colorate dopo averle fatte collidere tra loro- mi carico d'ansia, rosa dal timore di non aver la forza, l'attitudine, il coraggio di riadattarmi a quella casa là, ora che sono sgusciata perfettamente nell'ingranaggio della quotidianità di qua.
Torno allora per farmi forza all'origine del ganglio. Alla prima cellula nel cui nucleo è impresso il primo trasferimento di 22 anni fa. Sono sul balcone del nostro primo vero appartamento, nel quale ci eravamo spostati dopo un periodo transitorio vissuto in una casa ammobiliata al centro del paesino della provincia pugliese. I mobili già quasi tutti svuotati. Il contenuto travasato a goccia a goccia -la cosa l'ho vissuta come uno stillicidio, appunto- in cartoni spaiati, collezionati, giorno dopo giorno, grazie a snervanti questue presso i vari supermercati.
Ignoro le regole di quella scienza esatta che è il trasloco.
Ignoro che la ditta incaricata porterà set di scatoloni delle misure più disparate, nuovi, resistentissimi solo per me, su cui saranno segnati i numeri in sequenza, il contenuto, la stanza di destinazione e il nostro cognome. Temo che gli addetti tratteranno le mie cose con incuria. Temo che sgraffigneranno qualcosa. Temo di percepire le loro mani come predatorie e profanatorie e non saperlo dissimulare. Ma sono lì che li attendo con trepidazione. Voglio che tutto finisca presto. Ho altri dubbi, altri terrori da fronteggiare, da addomesticare. Stiamo lasciando l'Italia. Stiamo andando in Germania, di cui ignoro tutto, compreso la lingua. Ho 28 anni -oggi posso aggiungere solo 28- una figlia di poco più di un anno e so che saremo spesso sole, lei ed io, in quel territorio straniero.
Là torno e poi alla profezia del segno zodiacale. Ho imparato a parafrasare antichi adagi, talvolta anche frasi di dileggio, in mio favore. Ho imparato che ogni cosa chiusa ha un punto di apertura, a lavorarci sopra. Dopo 12 traslochi e ancora uno da venire, rediviva dal trauma dei traumi dell'emigrazione tedesca, e dalle altre mie molteplici resurrezioni, mi sono adattata la "profezia del cancro". La mia casa è il guscio nel quale sono cresciuta. La mia casa è la forma assunta dalla mia mente. La mia casa è l'abito del mio ingegno di saper rendere tutto domus. La mia casa sono io, parva sed apta, con tutti i gangli appesi alle pareti.
Ganglio 2
Forse l'aver sputato fuori il secondo ganglio e il ganglio pandemico mi ha creato un bisogno. Di riordinare quel materiale là, buttato a casaccio nel contenitore coscienza. Oggi tocca al ganglio cicatrice.In verità la cicatrice, semmai c'è stata, fu infinitesimale. L' avrò portata, sulla tempia sinistra quasi all'attaccatura dei capelli, si e no per qualche anno. Si trattò di un graffio superficiale, una crosticina esile. È l'origine dello "scippo", piuttosto, ad aver lasciato il cheloide che io continuo a vedere là dove non c'è nemmeno più un' ombra. Un' unghiata. La prima, vera aggressione fisica che io abbia subito, ad opera della mia prima, vera, unica nemica fisica. Un' esteanea che passa per la strada mentre tu sei intenta ad inventarti giochi, sul limite d'ingresso del cortile del palazzo della nonna. Ti fermi, forse - non puoi ricordare i dettagli per via dell'età, anche in questo caso avrai avuto circa sei anni- un attimo a guardarla, sorpresa, impaurita anche, ma i tuoi occhi, per lei, avranno indugiato quell' attimo di troppo. Non ci pensa due volte e supera il confine. Salta, cioè, dal basolo di piperno della strada a quello della proprietà privata. Scatta in avanti, soleva il braccio e lancia l'artigliata. Mi lascia incredula, spossata. Io che sono inabile alla lotta, che conosco solo i brevi giochi di mano con il mio fratellino, mi sento come sopravvissuta ad una lunga battaglia e non reduce di una banale unghiata. Mentre lo descrivo ora, l' atto, mi viene in mente che forse mirava all'occhio. Tutto acquista più senso. Diventa plausibile. Il sospetto che il mio sguardo l'avesse offesa diventa certezza. Era la figlia del "sapunaro" del quartiere. Era la bambina perennemente sporca e trasandata che bighellonava libera per le strade senza obblighi scolastici, obblighi di buone maniere, obblighi di socialità. Era una creatura lasciata a sé stessa. All'apparenza indifferente a tutto e a tutti ma evidentemente con una dose di aggressività messa da parte per i casi di necessità. Percepivo la sua selvatichezza, il suo randagismo, il suo carico d'odio. Mi faceva paura. Ne stavo alla larga. Io, invece, ero la prima della classe, perennemente ben vestita, impegnata a soggiacere al meglio a tutti gli obblighi scolastici, famigliari, sociali che mi si imponevano. Ero un animaletto da compagnia perfettamente addestrato, con una scorta di diffidenza verso quelli come lei. Un sentimento che non sapevo dissimulare.
Lei e io, la sua nemesi. Io e lei, la mia nemesi.
Si sarà vista nello specchio del mio sguardo: sola, minacciosa, reitta, stretta in in una cornice di umiliazione.
Io mi sono vista nello specchio del suo sguardo: sola, indifesa, all'angolo, ostaggio del suo gesto umiliante.
Magari, passando davanti al portone, mi aveva adocchiata da tempo. Ero la cicatrice aperta a deturpare la sua autostima. Lo sfregio che le rodeva dentro. Magari quel giorno ha deciso finalmente di medicarsi la ferita. Magari quel giorno la cicatrice, lo sfregio sull'autostima è solo passato da un'anima all'altra.
Ganglio 1
Sei anni. Più o meno. Doveva essere l'estate del passaggio dall'asilo alla prima elementare. Quindi avevo sei anni. Salendo sul pullmann per andare al Vomero con mamma, quel pomeriggio, mi ero guardata intorno temendo di incontrarci la mia vecchia maestra della materna. Sapevo, infatti, che nonostante l'addio con il quale si era celebrato l'ultimo giorno di scuola, in virtù del quale ero ufficialmente sua ex alunna, avrei comunque dovuto salutarla qualora l'avessi incontrata e pure baciarla, come da rito consolidato da mia madre. Io odiavo baciare quella vecchia, per via della sua vecchiaia e per quei peluzzi bianchi ispidi che le puntellavano le carni avvizzite del mento. Sospirai di sollievo verificandone l'assenza. Sospirai una seconda volta notando il due posti vuoti verso i quali mia madre mi dirigeva perché ci sedessimo. Sarebbe stato un lungo pomeriggio di vetrine, dal quale sarei tornata talmente stanca che salire le scale del portone di casa avrebbe dato sollievo allo sfinimento delle gambe, quasi già come fosse un riposo. Guardai le persone sedute di fronte e poi per un caso gli occhi caddero sulla parte interna delle mia braccia. Quella parte in cui, non lo capirò mai, esse sono eternamente glabre e bianche, tanto che all'epoca mi sembravano parte del mio corpo per un caso, non aver nessun nesso con tutto il resto. Trasalii. Al posto del pallore che mi aspettavo ci trovai una grossa macchia scura, un alone di quelli lasciati dal fango essiccato che si polverizza via. Ne fui mortificata. Temetti che i dirimpettai lo notassero e mi giudicassero. Ci giudicassero. Mi arrabbiai con mamma, dentro di me, fortissimamente. Si era distratta e mi aveva lasciata uscire come una bambina niente affatto per bene. Non importa, ora, la ragione della dimenticanza di mia madre.Mi importa "il ganglio".
Chiamo così i ricordi nodosi che fungono da raccordo nella costruzione del passato a cui lavoro inconsciamente o consciamente, da sempre.
Questo è il secondo ganglio su cui si fonda la mia abbazia della memoria. Il primo è un ganglio felice, al quale torno quando ho bisogno di gioia e serenità.
Dal secondo ci ripasso quando invece ho bisogno di un paragone per catalogare il livello di straniamento, di incredulità, di rabbia di una certa situazione in cui sto passando.
Mi sono appena scoperta un nuovo ganglio che può pareggiare il "secondo". Lo chiamerò "il ganglio pandemico".
Sono alla finestra a scuotere le lenzuola. Rifaccio il letto. È il terzo giorno di lockdown. Porto un po' di conti. Da quanti giorni mio marito ed io siamo isolati ( abbiamo cominciato prima della decretazione dell'obbligo), da quanti giorni lo è la mia figlia maggiore rimasta da sola a Napoli, da quanti la minore, ad Edimburgo. Penso ai miei genitori. A mio fratello e mia nipote, a mia cognata. Vorrei possedere una magia per assicurare a tutti la sopravvivenza. E poi sento come una cappa che mi scende dalla testa ai piedi, ottundendomi. -"sta succedendo davvero tutto questo?". Davvero non posso uscire di casa? Davvero questo silenzio, la città ferma, morta, sono reali?"-.
Un ganglio che faticherò parecchio a dissimulare sotto pelle. Per adesso ci passo sopra la mano di continuo, come a verificare il modo in cui si sta assestando, e che veramente sta là. Di sicuro è il ganglio della nuova partenza
sabato 23 maggio 2020
Fare ciò che più piace ( ovvero tra recensione e consiglio di lettura scelgo il secondo)
La scrittura per me è semplicemente ( si fa per dire) la forma concreta di una precisa esigenza ad evadere. Un’evasione che però non desidera essere attiva, compiersi attraverso il fare, concretarsi nella costruzione di racconti per il piacere di narrare. Piuttosto una evasione che realizza e sublima pura e semplice procrastinazione, tant'è che dalla mia penna non è mai uscito nulla di degno, di sufficientemente interessante, soprattutto, nulla di concluso, finito. Me ne convinco pienamente ora che sono nuovamente seduta davanti alla tastiera. Adesso che, cessato il periodo di isolamento domestico forzato, decretato per pandemia, il mondo fuori sarebbe ( condizionale della volontà) a mia disposizione ed io, invece di andare a conquistarlo, decido di riaffrontare quel foglio bianco alla cui chiamata mi sono viceversa sottratta, con perseveranza, durante il lockdown del frangente epidemico, quando ho dirottato la mia inconcludenza sulla panificazione.
Non so cosa nascerà da questo impiego della perdita di tempo, se sarà una riflessione lunga o breve, se avrà un senso logico e andrà più lontano del solito e noioso sfogo intimista. L’idea intorno alla quale ruotare c’è, ed è un ibrido tra la confessione, che per definizione riporta alla sfera personale, e il resoconto dell’attività svolta sul social da Molvettina, la mia identità virtuale, nei lunghi anni di frequentazione di fb. Presagisco, tuttavia, che mi avviterò da qualche parte e ne verrà fuori una spirale di genuino nonsense ( non ho ancora imparato, in tanti anni di onorata lettura, a rinunciare agli aggettivi inutili).
David Tennant/ Doctor Who del tempo disse:-”People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." Niente di più vero e più calzante alla declinazione che il re delle unità di tempo, ovvero l’anno, assume qui su FB, dove, immersi in un lavorio continuo e certosino, giorno dopo giorno, viviamo ad una velocità ingannevolmente più sostenuta del normale. Fatti accaduti nell’esistenza reale decenni fa danno l’impressione, spalmati sulla cronologia del social, d’essere verificatisi solo ieri. Non sembra anche a voi?
Cosa ne ho fatto, nello specifico, io, del mio capitale di ore? Come ho impiegato -potrei meglio dire- sprecato il mio otium? Una volta ho definito, beandomi della trovata, la mia peculiare ( ah, gli aggettivi, piacere sublime!) modalità di procrastinazione come “apostolato culturale”. Ho tratto da ciascun romanzo letto consigli da dispensare agli amici. Un modo per condividere la gioia, il piacere, la pienezza regalate da un buon libro.
Ho scritto e consigliato parecchio. Molto riversato nel nanoblog “ molvettina-other books and so”, volutamente rimasto una realtà parva, sed apta mihi. Altro ospitato su riviste che si occupano di narrativa e letteratura online.
La pandemia ogni velleità spazza via, ovvero ubi maior minor cessat. Il fatto che, durante l’immobilità pandemica, vi sia stata una proliferazione di quotidiane dirette fb, vere e proprie finestre perennemente aperte sul mondo editoriale dalle quali autori di ogni ordine e grado hanno elargito i più vari consigli di lettura, rende opportuno riconsiderare il mio operato.
C’è spazio e se si quale, nell’universo dei libri, per i miei consigli? Non recensioni, si badi bene, perché mai strutturati, per intenzione e forma, alla maniera dei pezzi di critica letteraria, o men che mai, concepiti per somigliare a goffe promozioni pubblicitarie. Semplici e umili, lo ribadisco, consigli di lettura. Critici, scrittori, giornalisti, blogger, editor, editori, addetti ai lavori: quanti profili professionali, quante teste che, con competenza, illustrano i punti di forza e le debolezze di un romanzo, di una novità libraria, di un autore. Cosa ci faccio io in questo mondo, io che continuo a rivendicare l’essere una modesta massaia? Poco, pochissimo. Il mio ruolo già marginale si riduce ancora, diventa marginalissimo ora che, spesso, a rileggermi non mi piaccio ne’ mi convinco neppure più. Ottavo Tondi, de il “Panorama” di Tommaso Pincio, uno dei personaggi letterari più intelligenti degli ultimi dieci anni, denuncia:-” “Gli aspiranti scrittori volevano diventare scrittori, gli scrittori volevano diventare scrittori di successo, gli scrittori di successo volevano diventare scrittori apprezzati dalla critica”. Mi pare di essere caduta, io stessa, vittima della medesima falsificante frenesia al rialzo fortemente spersonalizzante verso cui Ottavio punta l’indice, avendo smesso, pian piano, le vesti di “casalinga-suggeritrice di romanzi” per indossarne altri, che forse mi apparterrebbero per formazione, applicazione e studio, ma che non ho desiderato mai indossare, avendo sempre temuto gli effetti dell’ overdress ( il vestire in maniera esibizionista). Dunque, dicevo che a furia di ficcare le mie parole in eleganti abiti firmati, per impressionare gli altri recensori dimostrandomi alla loro altezza, ho finito per allontanarmi da ciò che volevo essere. Ho rinunciato alle parole che mi piacciono e soprattutto a quello che mi proponevo di fare con i miei consigli. E mi dispiace, perché resto nel fondo del cuore ed anche in superficie una, a dirla con Cortazar, che: “sembrerà forse ingenuo o un po' stupido, ma quando apro un libro lo apro come posso aprire un pacchetto di cioccolatini, o andare al cinema, o entrare per la prima volta nel letto di una donna che desidero; è una sensazione di speranza, di felicità anticipata, la sensazione che tutto sarà bello, sarà stupendo. Non ho nessun pregiudizio. Te lo dico perché sono abituato a parlare con lettori che aprono un libro quasi come chi molla uno schiaffo; sono infastiditi prima di cominciare”. Non mi piace ritrovarmi ad essere ne’ quel tipo di lettore, ne’ quel tipo di commentatore di libri, perché i pregiudizi -qui cito me stessa- fanno male non solo a coloro che li subiscono, ma, come una forma di rachitismo intellettuale pernicioso assai, che rinsecchisce cervello e spirito, anche a chi li coltiva.
Stimoli ulteriori all’analisi del mio operato – più formulazione di giudizi o esternazione di pregiudizi?- mi sono arrivati, a dire il vero, da alcuni commenti ad un post di un autore che gode di molto credito, sui quali mi è capitato di buttare l’occhio pochi giorni fa. Con tono faceto ( decisamente eccessivo e per tanto incapace di contenere o mascherare lo stigma e lo sfottò) i colleghi assiepatisi a dar man forte al titolare del post, componevano in un battibaleno un istruttivo florilegio delle “banalità” tipiche delle recensioni redatte da incompetenti. Un lungo elenco dei luoghi comuni e delle espressioni atte a smascherare gli sprovveduti che giocano goffamente a commentare i romanzi senza ne’ la padronanza delle regole, ne’ il physique du rôle .
Da qui, come dicevo, ha preso ulteriore sprint la mia autocritica. Ci sono testi sacri su cui gli addetti ai lavori ( nella categoria includo, magari poco elegantemente e me ne scuso, anche chi redige marchette) si formano. Come ogni mestiere, anche in questo le Bibbie alle quali fare costantemente riferimento abbondano. Gli studiosi zelanti ne hanno tratto un thesaurus di parole, aggettivi, fraseologie considerati veri è propri tabù, da cui tenersi alla larga, pena diventare lo zimbello del villaggio culturale globale. Espressioni dal cui uso rifuggono come dal coronavirus ( un tempo avrei scritto peste, ma tocca aggiornarsi), perché tradiscono dilettantismo e fanno tanto “ingenuo-entusiasta lettore ”, forma più elegante dell’aggettivo sfigato. Mettete nero su bianco di un romanzo che è interessante-scorrevole, e per incanto la vostra cattiva fama è bella che confezionata.
Per piaggeria, per spirito di corpo, per il terrore di scadere di grado e non acquistare in dignità, ho cominciato anche io a scrivere assecondando l’imperativo del conformismo totale ai manuali dell’ottimo critico. Pensare alla propria recensione come ad un’opera d’arte capace talvolta di rappresentare il reale e unico valore di un romanzo di poche qualità. Divenire il maestro del camuffamento. Tentare, come nell’esecuzione di un tuffo carpiato rovesciato con triplo avvitamento, la magia del minimalismo barocco: insaccare lodi, frizzi e lazzi, con il minimo dispendio degli aggettivi e degli avverbi proscritti, nel budello di una prosa pungente, rampante, penetrante. E’ del recensor “il fin la meraviglia (parlo del goffo e non de l'eccellente): chi non sa far stupir, vada alla striglia!”
Mi impongo di ricordare le ragioni per cui ho cominciato a scrivere di libri, di ricordare che non ho mai voluto stupire e dunque è tempo di darmi alla striglia. Ho abbracciato questo impegno, che si nutre di attenzione febbrile, nonché costante autocritica, per proporre a persone al par mio semplici, narrativa di qualità, spesso negletta dalle campagne pubblicitarie. La fortuna di molti libri diventati longseller, poi percepiti come tappe obbligatorie nei percorsi formativi, è legata al passaparola, che li ha sostenuti e sospinti con discrezione verso spiagge lontane rispetto a quelle di destinazione, come fa l’onda lunga di certe maree. Mi proponevo questo: essere un elemento del passaparola. O forse di più: mi proponevo di fare la mia parte con contributi nei quali espressioni come “interessante” e “scorrevole” -care alle maestre che ci hanno alfabetizzato- conservassero un ruolo centrale e soprattutto dignità. Sebbene nella loro estrema vaghezza di linguaggio “potabile” ( mi sfugge ora l’attribuzione della citazione) suonino risibili al critico, non rivelandogli nulla, sotto il profilo tecnico, dei punti di forza e delle defaillance di un autore, restano ancora importanti per molti lettori, per i quali “interessante” identifica la promessa di ricchezza di contenuti, di punti di vista inconsueti, riflessioni illuminanti, e “scorrevole” la prospettiva di una scansione ritmica della narrazione amabile ( vedo già i nasi che si arricciano qua), avvincente, fluida, nulla ad essi interessando da quale abilità ( intreccio, simmetria nella costruzione, equilibrio nel tratteggio dei protagonisti, profondità dell’analisi psicologica) dello scrittore nasca e si concreti la magia. Ritenendo estremamente improbabile che un critico abbia bisogno di una recensione altrui per capire cosa ha in mano, credendo invece molto più verosimile che spulci le critiche degli omologhi spesso solo per giudicare il calibro dei competitori e dare inizio a tenzoni polemiche, escludo di vantare tra i miei lettori un pubblico alto. Il mio obiettivo è sempre stato il pubblico altro.
Ieri appunto, un recente acquisito tra i contatti di fb, con il quale discorrevo amabilmente di teatro, mi ha chiesto se fossi delusa dello scarso numero di lettori ( e piaciatori) dei post nella pagina di Molvettina. Come canta Niccolò Fabi:” la mia fortuna è che non mi attrae ciò che mi distrugge”. Non ho mai avuto ambizione di diventare una BLOGGER a caratteri cubitali. Insomma, depredando pure Sorrentino, nella considerazione che “ in questo paese, purtroppo, per farsi prendere sul serio bisogna prendersi sul serio “, e avendo sempre avuto io la fortuna e forse il talento di non averlo fatto mai, la conclusione è che posso con serenità assecondare il mio desiderio di irrilevanza e crogiolarmici abbondantemente dentro.
Non so cosa nascerà da questo impiego della perdita di tempo, se sarà una riflessione lunga o breve, se avrà un senso logico e andrà più lontano del solito e noioso sfogo intimista. L’idea intorno alla quale ruotare c’è, ed è un ibrido tra la confessione, che per definizione riporta alla sfera personale, e il resoconto dell’attività svolta sul social da Molvettina, la mia identità virtuale, nei lunghi anni di frequentazione di fb. Presagisco, tuttavia, che mi avviterò da qualche parte e ne verrà fuori una spirale di genuino nonsense ( non ho ancora imparato, in tanti anni di onorata lettura, a rinunciare agli aggettivi inutili).
David Tennant/ Doctor Who del tempo disse:-”People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." Niente di più vero e più calzante alla declinazione che il re delle unità di tempo, ovvero l’anno, assume qui su FB, dove, immersi in un lavorio continuo e certosino, giorno dopo giorno, viviamo ad una velocità ingannevolmente più sostenuta del normale. Fatti accaduti nell’esistenza reale decenni fa danno l’impressione, spalmati sulla cronologia del social, d’essere verificatisi solo ieri. Non sembra anche a voi?
Cosa ne ho fatto, nello specifico, io, del mio capitale di ore? Come ho impiegato -potrei meglio dire- sprecato il mio otium? Una volta ho definito, beandomi della trovata, la mia peculiare ( ah, gli aggettivi, piacere sublime!) modalità di procrastinazione come “apostolato culturale”. Ho tratto da ciascun romanzo letto consigli da dispensare agli amici. Un modo per condividere la gioia, il piacere, la pienezza regalate da un buon libro.
Ho scritto e consigliato parecchio. Molto riversato nel nanoblog “ molvettina-other books and so”, volutamente rimasto una realtà parva, sed apta mihi. Altro ospitato su riviste che si occupano di narrativa e letteratura online.
La pandemia ogni velleità spazza via, ovvero ubi maior minor cessat. Il fatto che, durante l’immobilità pandemica, vi sia stata una proliferazione di quotidiane dirette fb, vere e proprie finestre perennemente aperte sul mondo editoriale dalle quali autori di ogni ordine e grado hanno elargito i più vari consigli di lettura, rende opportuno riconsiderare il mio operato.
C’è spazio e se si quale, nell’universo dei libri, per i miei consigli? Non recensioni, si badi bene, perché mai strutturati, per intenzione e forma, alla maniera dei pezzi di critica letteraria, o men che mai, concepiti per somigliare a goffe promozioni pubblicitarie. Semplici e umili, lo ribadisco, consigli di lettura. Critici, scrittori, giornalisti, blogger, editor, editori, addetti ai lavori: quanti profili professionali, quante teste che, con competenza, illustrano i punti di forza e le debolezze di un romanzo, di una novità libraria, di un autore. Cosa ci faccio io in questo mondo, io che continuo a rivendicare l’essere una modesta massaia? Poco, pochissimo. Il mio ruolo già marginale si riduce ancora, diventa marginalissimo ora che, spesso, a rileggermi non mi piaccio ne’ mi convinco neppure più. Ottavo Tondi, de il “Panorama” di Tommaso Pincio, uno dei personaggi letterari più intelligenti degli ultimi dieci anni, denuncia:-” “Gli aspiranti scrittori volevano diventare scrittori, gli scrittori volevano diventare scrittori di successo, gli scrittori di successo volevano diventare scrittori apprezzati dalla critica”. Mi pare di essere caduta, io stessa, vittima della medesima falsificante frenesia al rialzo fortemente spersonalizzante verso cui Ottavio punta l’indice, avendo smesso, pian piano, le vesti di “casalinga-suggeritrice di romanzi” per indossarne altri, che forse mi apparterrebbero per formazione, applicazione e studio, ma che non ho desiderato mai indossare, avendo sempre temuto gli effetti dell’ overdress ( il vestire in maniera esibizionista). Dunque, dicevo che a furia di ficcare le mie parole in eleganti abiti firmati, per impressionare gli altri recensori dimostrandomi alla loro altezza, ho finito per allontanarmi da ciò che volevo essere. Ho rinunciato alle parole che mi piacciono e soprattutto a quello che mi proponevo di fare con i miei consigli. E mi dispiace, perché resto nel fondo del cuore ed anche in superficie una, a dirla con Cortazar, che: “sembrerà forse ingenuo o un po' stupido, ma quando apro un libro lo apro come posso aprire un pacchetto di cioccolatini, o andare al cinema, o entrare per la prima volta nel letto di una donna che desidero; è una sensazione di speranza, di felicità anticipata, la sensazione che tutto sarà bello, sarà stupendo. Non ho nessun pregiudizio. Te lo dico perché sono abituato a parlare con lettori che aprono un libro quasi come chi molla uno schiaffo; sono infastiditi prima di cominciare”. Non mi piace ritrovarmi ad essere ne’ quel tipo di lettore, ne’ quel tipo di commentatore di libri, perché i pregiudizi -qui cito me stessa- fanno male non solo a coloro che li subiscono, ma, come una forma di rachitismo intellettuale pernicioso assai, che rinsecchisce cervello e spirito, anche a chi li coltiva.
Stimoli ulteriori all’analisi del mio operato – più formulazione di giudizi o esternazione di pregiudizi?- mi sono arrivati, a dire il vero, da alcuni commenti ad un post di un autore che gode di molto credito, sui quali mi è capitato di buttare l’occhio pochi giorni fa. Con tono faceto ( decisamente eccessivo e per tanto incapace di contenere o mascherare lo stigma e lo sfottò) i colleghi assiepatisi a dar man forte al titolare del post, componevano in un battibaleno un istruttivo florilegio delle “banalità” tipiche delle recensioni redatte da incompetenti. Un lungo elenco dei luoghi comuni e delle espressioni atte a smascherare gli sprovveduti che giocano goffamente a commentare i romanzi senza ne’ la padronanza delle regole, ne’ il physique du rôle .
Da qui, come dicevo, ha preso ulteriore sprint la mia autocritica. Ci sono testi sacri su cui gli addetti ai lavori ( nella categoria includo, magari poco elegantemente e me ne scuso, anche chi redige marchette) si formano. Come ogni mestiere, anche in questo le Bibbie alle quali fare costantemente riferimento abbondano. Gli studiosi zelanti ne hanno tratto un thesaurus di parole, aggettivi, fraseologie considerati veri è propri tabù, da cui tenersi alla larga, pena diventare lo zimbello del villaggio culturale globale. Espressioni dal cui uso rifuggono come dal coronavirus ( un tempo avrei scritto peste, ma tocca aggiornarsi), perché tradiscono dilettantismo e fanno tanto “ingenuo-entusiasta lettore ”, forma più elegante dell’aggettivo sfigato. Mettete nero su bianco di un romanzo che è interessante-scorrevole, e per incanto la vostra cattiva fama è bella che confezionata.
Per piaggeria, per spirito di corpo, per il terrore di scadere di grado e non acquistare in dignità, ho cominciato anche io a scrivere assecondando l’imperativo del conformismo totale ai manuali dell’ottimo critico. Pensare alla propria recensione come ad un’opera d’arte capace talvolta di rappresentare il reale e unico valore di un romanzo di poche qualità. Divenire il maestro del camuffamento. Tentare, come nell’esecuzione di un tuffo carpiato rovesciato con triplo avvitamento, la magia del minimalismo barocco: insaccare lodi, frizzi e lazzi, con il minimo dispendio degli aggettivi e degli avverbi proscritti, nel budello di una prosa pungente, rampante, penetrante. E’ del recensor “il fin la meraviglia (parlo del goffo e non de l'eccellente): chi non sa far stupir, vada alla striglia!”
Mi impongo di ricordare le ragioni per cui ho cominciato a scrivere di libri, di ricordare che non ho mai voluto stupire e dunque è tempo di darmi alla striglia. Ho abbracciato questo impegno, che si nutre di attenzione febbrile, nonché costante autocritica, per proporre a persone al par mio semplici, narrativa di qualità, spesso negletta dalle campagne pubblicitarie. La fortuna di molti libri diventati longseller, poi percepiti come tappe obbligatorie nei percorsi formativi, è legata al passaparola, che li ha sostenuti e sospinti con discrezione verso spiagge lontane rispetto a quelle di destinazione, come fa l’onda lunga di certe maree. Mi proponevo questo: essere un elemento del passaparola. O forse di più: mi proponevo di fare la mia parte con contributi nei quali espressioni come “interessante” e “scorrevole” -care alle maestre che ci hanno alfabetizzato- conservassero un ruolo centrale e soprattutto dignità. Sebbene nella loro estrema vaghezza di linguaggio “potabile” ( mi sfugge ora l’attribuzione della citazione) suonino risibili al critico, non rivelandogli nulla, sotto il profilo tecnico, dei punti di forza e delle defaillance di un autore, restano ancora importanti per molti lettori, per i quali “interessante” identifica la promessa di ricchezza di contenuti, di punti di vista inconsueti, riflessioni illuminanti, e “scorrevole” la prospettiva di una scansione ritmica della narrazione amabile ( vedo già i nasi che si arricciano qua), avvincente, fluida, nulla ad essi interessando da quale abilità ( intreccio, simmetria nella costruzione, equilibrio nel tratteggio dei protagonisti, profondità dell’analisi psicologica) dello scrittore nasca e si concreti la magia. Ritenendo estremamente improbabile che un critico abbia bisogno di una recensione altrui per capire cosa ha in mano, credendo invece molto più verosimile che spulci le critiche degli omologhi spesso solo per giudicare il calibro dei competitori e dare inizio a tenzoni polemiche, escludo di vantare tra i miei lettori un pubblico alto. Il mio obiettivo è sempre stato il pubblico altro.
Ieri appunto, un recente acquisito tra i contatti di fb, con il quale discorrevo amabilmente di teatro, mi ha chiesto se fossi delusa dello scarso numero di lettori ( e piaciatori) dei post nella pagina di Molvettina. Come canta Niccolò Fabi:” la mia fortuna è che non mi attrae ciò che mi distrugge”. Non ho mai avuto ambizione di diventare una BLOGGER a caratteri cubitali. Insomma, depredando pure Sorrentino, nella considerazione che “ in questo paese, purtroppo, per farsi prendere sul serio bisogna prendersi sul serio “, e avendo sempre avuto io la fortuna e forse il talento di non averlo fatto mai, la conclusione è che posso con serenità assecondare il mio desiderio di irrilevanza e crogiolarmici abbondantemente dentro.
venerdì 6 marzo 2020
Letture al tempo del coronavirus.
Le letture ai tempi dell'epidemia di coronavirus.
Un giudizio più articolato e complesso sul romanzo di Michelle Grillo " Il tempo che resta", Alessandro Polidoro Editore lo trovate su LuciaLibriPoiché mi piace molto la contaminazione e soprattutto perché, quando si leggono più romanzi tutti di filato, di tanto in tanto sembra che essi si parlino, anzi meglio, che uno metta bocca riguardo l'altro, non mi sono meravigliata quando in "Mamma è matta, papà beve" di Fredrik Sjöberg, edito da Iperborea, tradotto da Andrea Berardini, ho letto la seguente frase:" Da anziana, Hanna ripeteva spesso che i figli non bisogna mai abbandonarli. Mai. Perché anche se lì per lì stringono i denti, il male può tornare, magari dopo molto tempo"
Ebbene, a parlare potrebbe essere l'altra Anna, quella senza H di cui ci racconta la giovane scrittrice campana Grillo. La Anna che ha vissuto l'inadeguatezza dei genitori come una loro assoluta latitanza, pagandone poi le conseguenze per tutta la vita, essendo divenuta una donna fragile, una figlia irrisolta, una madre imperfetta,una moglie anaffettiva.
Con tale carico di turbamento -vabbè mi piace esagerare un po'- ho proseguito nella lettura de " Mamma è matta, papà beve", che è il tentativo di ricostruzione della vita di Anton Dick, un pittore "minore".
Confesso: un romanzo non scorrevolissimo, a tratti -diciamolo pure- consapevolmente caotico. Eppure ha dei meriti che ne giustificano la lettura. Mettiamola così: è uno di quei romanzi in cui la trama è piuttosto un pretesto per mettere nero su bianco ottime riflessioni, una cornice a raccordo delle molteplici perle che l'autore riesce ad infilare, confezionando una collana di apprezzabile valore.
Anche in questo caso si è ripetuta l'alchimia di una sottile connessione tra i romanzi.
E si, perché considerando che l'ispirazione a Sjöberg era arrivata indagando la famiglia matriarcale di Eva Adler, sposa di Anton, posso ben dire che ho marciato, dall'un libro all'altro, da marito in marito. La Palmen, infatti, mi ha messo tra le braccia di Ted Hughes, grandissimo poeta ma prima ancora, purtroppo per lui e per noi, vedovo di Silvia Plath, il quale mi ha irretito con il suo racconto di superstite di una delle coppie più chiacchierate della letteratura contemporanea.
La storia dei coniugi Huges/ Plath ha il suo perché, stuzzica il lato pettegolo di ciascuno, ci dà la possibilità di entrare nel privatissimo talamo sacrario dei due letterati, e di sistemarvici al centro: tra LEI e LUI, anzi, forse leggermente più dalla parte di LUI, poiché gli fa recuperare un po' di quella simpatia e di quel credito che erano sfumati alla morte di Lei.
Il romanzo, nemmeno a dirlo, ha comunque, oltre ad un perché, anche un notevole come. La scrittura della Palmen ( presumo nel backstage un lavoro di traduzione rigorosissimo e assai faticoso) è degnamente poetica. Degnamente naturalmente è allusivo alla necessità, assolutamente soddisfatta, di dotare la narrazione di un ritmo potente, aulico, coinvolgente, sentimentale nell'accezione più nobile del termine.
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