mercoledì 12 maggio 2021

ganglio 13


 Chi di voi si ricorda di quando, a bordo delle fiammanti "proletarissime” utilitarie, le famiglie italiane tentavano i primi viaggi di piacere attraverso il bel paese?

Rammenterete pure le allegre strombazzate che si scambiavano gli automobilisti con la targa della stessa città incrociandosi in autostrada. Tanto più si era lontani da casa tanto più lunga e festosa era la suonata di clacson. Un segno di riconoscimento, una manifestazione di reciproca appartenenza, un momento di agnizione potente, da commedia all'italiana.
Molti anni dopo, quando ci eravamo tutti -da nord a sud- sprovincializzati e di fenomeni del genere sulle autostrade se n' era persa la memoria, mio marito e io prendemmo a viaggiare -non propriamente per piacere- fuori dall'Italia.
Cominciammo allora a collezionare una serie di incontri negli angoli più disparati della terra che avevano, in un certo qual modo, il medesimo sapore delle antiche strombazzate.
Si trattava di anziani emigranti napoletani, partiti decenni avanti, mai più tornati in patria, i quali non appena si accorgevano dal nostro accento che eravamo compaesani, attaccavano bottone.
Di solito esordivano con: - “Ma voi siete Italiani?” –
Una domanda retorica, chiaramente. Inequivocabile il tono che cominciava interrogativo per poi convertirsi, a metà della frase, in una esclamazione.
Così fu ad esempio per l’attempato signore che ci si avvicinò, era il 1987, in un bar di San Francisco. Capimmo subito quali fossero le sue intenzioni. Ormai esperti, ci bastavano pochi movimenti al tavolo vicino per riconoscervi la tattica di approccio.
Scoperta la coincidenza duplice, che non solo fossimo napoletani, ma che venivamo dal quartiere prossimo al suo, -noi soccavesi, lui di Fuorigrotta- il signore si lanciò in un lungo elenco di nomi, pregandoci di portare a tutti i suoi più cari saluti. Promettemmo, naturalmente mentendo, che avremmo assolto all’impegno preso.
L’incontro straordinario, tuttavia, si realizzò anni dopo, durante un turno di emigrazione in Inghilterra.
Eravamo alloggiati in un Bed and breakfast gestito da una canuta arzilla vecchietta, devota alla regina madre e grande appassionata di cricket: Miss Telma.
Poiché possedevamo una sola macchina, al mattino io accompagnavo mio marito al lavoro e poi, in attesa che si facesse l’ora di riprenderlo, me ne andavo scorrazzando per le campagne inglesi. Dopo aver scelto un paese, un villaggio, una cittadina nelle vicinanze, mi mettevo in viaggio.
In genere rincasavo da Miss Telma a metà pomeriggio. Un saluto, due chiacchiere nel mio allora stentatissimo inglese, una tazza di tè ed ero pronta per uscire a recuperare il consorte.
Quel giorno mi spinsi un po’ oltre i confini consueti, fino a Peterborough, la più importante città del circondario. Al ritorno, anziché prendere l’autostrada optai per la strada statale. Mi piaceva molto guidare attraverso il verde paesaggio e i villaggi inglesi. Era rilassante.
Tornata a casa, mi ritirai in camera per una breve rinfrescata. Non feci neppure in tempo ad infilarmi in bagno che fui interrotta dalla voce di Miss Telma al di là della porta. Un signore, poco dopo il mio rientro, pare, si fosse presentato all'uscio chiedendo di me e ora era in salotto, di sotto, che mi aspettava.
Mentre scendevo i pochi i gradini, mi lambiccai il cervello chiedendomi chi mai potesse essere costui. Vederlo di persona, dinanzi a me, non fu di minimo aiuto per svelare il mistero. Di media altezza, baffi neri, mezza età, per quanto mi sforzassi a scavare nella memoria, ero certa di non conoscerlo. Difronte all'evidente mia confusione, sorridendo si affrettò a fare le presentazioni e a spiegare la ragione della sua presenza. Si chiamava Peppe, erano un emigrante napoletano trapiantato da decenni a Peterborough. Guidava il furgoncino dei gelati; avete presente quei camioncini che vanno di villaggio in villaggio, con la musica a tutto volume, a vendere gelati ai bambini? Proprio uno di quelli. Il buon Peppe, gelataio itinerante, dichiarò che non gli era parso vero, quel pomeriggio, incrociare una macchina targata NA sul il suo percorso. Preso dall'entusiasmo e spinto dalla struggente nostalgia ad avere notizie della sua città natale, aveva deciso di lasciare i bambini a secco e s’era messo a seguirmi. Roba da matti. E non mi riferisco a Peppe.
Avevo guidato per mezzo Regno Unito con un camioncino strombazzante alle calcagna senza accorgermi di nulla.
📌🚐🍦.: il tredicesimo ganglio non è, come i precedenti, un inedito. Fa parte della rosa di aneddoti familiari messi nero su bianco nel corso degli anni, ai quali tengo particolarmente. Per tale ragione non solo l'ho recuperato e inserito nella raccolta, ma lo corredo di due foto. In entrambe è ritratto il protagonista della mia storia a distanza di ben quarant'anni.
Qualche tempo fa, mi scrive, a mezzo chat privata, mia figlia allegando il seguente link https://owlmylove.tumblr.com/.../mymodernmet-man-tracks...
Tra tutti i soggetti recuperati dall'autore del progetto fotografico, aveva riconosciuto, rifacendosi al mio racconto, Peppe.
Il mito dimostra che non tutti i gangli restano delle astrazioni della mia memoria. Qualcuno, sorprendentemente, è già concreto prima di essere incastrato in una narrazione. 

ganglio 12

La costruzione delle sane paure e delle insane spavalderie. Ganglio di pura attualità.
Sono figlia di pessimisti cosmici.
Sono figlia di una coppia che ha messo su famiglia negli anni del bum economico, che ha lottato, per poi beneficiare degli incrementi salariali, della stabilità frutto dallo statuto dei lavoratori, della crescita felice del sistema sanitario nazionale, delle evoluzioni del diritto di famiglia, eppure ha mantenuto stretta al petto la paura del futuro. Ha continuato ad alimentare i propri fantasmi: della guerra, della fame, della precarietà, dei mali incurabili. Sono figlia di una coppia che ha con perseveranza risparmiato affinché il destino non la trovasse mai impreparata, che non si è mai concessa il passo più lungo della gamba, una coppia per la quale mettere il naso fuori di casa significava " andare a cercare pericoli".
Hanno vissuto male, mi hanno fatta vivere maluccio, lo ammetto, in termini di spensieratezza. Una normale infanzia felice, certo, ma non spensierata. Anche il mondo intorno contribuiva, non c'è che dire: la guerra fredda, il pericolo atomico, il terremoto, la nube tossica da Chernobyl. Era sempre un continuo stare sulle spine.
Quando è venuto il mio turno di tirare su figli, ho deciso di ballare al ritmo di una musica diversa. C'era pure Tonino Guerra, poeta prestato episodicamente alla comunicazione pubblicitaria, che dalla TV mi incoraggiava: "l'ottimismo è il profumo della vita" e io ho aspirato a pieni polmoni, agitando quel bouquet odorosissimo sotto il naso delle mie pargole.
Il mio terrore -si, perché, per antico vizio e paradosso, alla fin fine di preoccupazione si vive, e di serenità si muore- era che le mie figlie fossero travolte da quei soliti miei stessi terrori e allora stringere i denti, sorridere e minimizzare, finanche in caso di morte. Nei momenti bui aprivo le finestre per far entrare luce e deodoravo audacemente le stanze della loro infanzia.
All'improvviso però è arrivata l'allergia. Provate a mescolare l'ottimismo congenito di una cinquenne caratterialmente già propensa alla sdrammatizzazione, con la condotta perennemente rassicurante a cui vi siete votata come forma assoluta di religione. L'ottimismo all'ennesima potenza non è più profumo... e se non avete la possibilità di diluirlo con una congrua dose di pura essenza di immortalità, procura danni irreparabili.
Ho dovuto allora far retromarcia e correggere la rotta introducendo nel mix educativo il concetto di prudenza, a contaminare quello di positività.
Ho dovuto cambiare la formula magica da " si aggiusta tutto, non ti preoccupare" a " faremo del nostro meglio per risolvere il problema SE è nelle nostre capacità", riesumando quell'antico concetto di POSSIBILITA', di vulnerabilità ad erodere terreno alle certezze e alle invincibilità.
Non punto il dito contro i genitori che non hanno sentito la necessità e l'urgenza di ricalibrare la portata di un ottimismo estremo, ma certo un po' di colpa ce l'hanno se i loro figli oggi, con spavalderia, proclamano di non lasciarsi condizionare dall'epidemia . 
 

ganglio 11


Molto indecisa sul tema del ganglio odierno. Dato il clima vacanziero avrei optato per un ricordo lieto, ovvero della pazza notte in cui , persuasa da mio fratello il buontempone d' aver vinto il primo premio della Lotteria Italia, sperimentai l'ebbrezza d'essere miliardaria. Invece, per non infrangere le aspettative fin qui alimentate di sgranare nei racconti minimi solamente perle dolorose, ribaltando il punto di vista come conviene ai pessimisti comici (no, non è un refuso), rievocherò di quando, da novella Paperon de Paperoni avviatasi a nuotare sulle creste dorate della ricchezza smargiassa, fui travolta dal cavallone impetuoso e infingardo della consueta indigenza, che mi ridepositò, naufraga in lacrime, sull'avito atollo costituito da blocchi di oculatezza ed economie. Inutile perfino precisare che la sventura mi disarcionò contro la mia volontà e in barba alle mie corpose aspettative. In effetti, con le onde dell'opulenza stavo prendendo confidenza in tempi straordinariamente brevi, e già sentivo di poterle domare con inusitata saggezza e maestria.
Ricordo con dovizia di particolari l'ora del mio tracollo: una altezzosa e indifferente alba, che si accingeva con una radiosità- a quel punto- fuori luogo, ad illuminare l'ennesimo giorno della mia vita grama.
Reduce da scorribande notturne, mio fratello, con il quale dividevo la camera, prima di infilarsi sotto le coperte mi sveglia. Con la voce e l'espressione di uno che vuole alleggerirsi l'animo da castagne bollenti dice che ha una confessione. Mi drizzo nel letto e mi dispongo all'ascolto con il sangue in subbuglio. Di quale colpa, di quale misfatto si sarà macchiato questo neo sperimentatore di peccati adolescenziali? Avrà fumato la sua prima sigaretta aromatizzata alla Maria? Avrà mica fraternizzato più intensamente con una fanciulla senza il fido alleato di lattice e ora teme la vendetta della divinità che assegna i neonati?
-Ho vinto alla lotteria- Spara.
- Hai presente il ritiro di preghiera del mese scorso con quelli della comunità?- All'epoca mia madre, per smussare alcune attitidini che ci avrebbero distolto da un possibile percorso di santità, ci costringeva a frequentare la gioventù di un'associazione cattolica.
- Alla stazione -prosegue- mentre guardo il tabellone per verificare il binario, mi scontro con un tizio che mi propone di comprare, lì, seduta stante, su due piedi, senza pensarci, afferrando la fortuna per le corna e strattonandola allo scopo di confonderla, un biglietto della lotteria e di scambiarlo con quello che custodisce lui in saccoccia, acquistato nella sua città di provenienza.
Io? Colpita e quasi affondata. Mancano un paio di bordate affinché galleggi ai piedi del mio germano, alla deriva sulla mirabolante zattera della speranza da lui allestita a mio uso e consumo.
Ben ricordo, essendo assidua partecipante del più proficuo concorso a premi nazionale, la località in cui è stato venduto il biglietto vincente. Tutto quel preambolo gli è dunque servito a disinnescare la prima, grossa obiezione: perché, pur non essendosi mai recato nella capitale meneghina, è il felice possessore di un tagliando venduto a Milano.
Nell'ora della battaglia sferra più colpi che puoi.
-Mostrami il biglietto- affondo.
-L'ho depositato presso un notaio- schiva.
-Quale notaio e come, se sei minorenne?- Esibisco la mia anzianità anagrafica e di studi, sfoderando con protervia rudimenti della materia civile su cui mi consumo -sono gli anni dell'università- proficuamente, come si evince.
Non si lascia scalfire dalla mia sagacia e controbatte pronto, sciorinando nome, cognome, indirizzo dell'azzeccagarbugli cui si è affidato, nonché le generalità dell'amico maggiorenne eletto a tutore. (Mi ricorderò di nascondere, finita l'avventura, il manuale di diritto civile, che mio fratello sfoglia evidentemente a mia insaputa).
E con questo, mi ha fatto. Sono nella sua rete.
Segue un serratissimo elenco di attività, di beni extralusso, proprietà immobiliari in cui intende investire, nonché amici fraterni ai quali ha in animo di elargire beneficenze.
Lo dissuado. Invoco segretezza assoluta. Pongo veti. Adombro rischi di rapimenti. Pavento ricatti di matrice camorristica. Farnetico di opportunità, di necessità, di obblighi.
Lui, sornione mi lascia sragionare. Mi imbecca quando la fervida vena di fantasia allucinata della sottoscritta sembra rinsecchirsi, avviarsi a pensolare da un ramo morto.
Sono un supplì che allegramente sfrigola nell'olio dei milioni. Mi doro e prendo vieppiù sapore. Pianifico, per tutti noi, una vita e una doppia vita. Continueremo ad essere dei doctor Jekyll negli ottanta metri scarsi di Soccavo, abbigliati secondo la parca compostezza del mercatino, schivi dei lussi e status simbol. Nessuna villa al mare, casa in montagna, vacanza a cinque stelle. Niente moto, auto, gioielli. Ci regaleremo da Mr Hyde l'ebbrezza di un conto in banca che ci tuteli contro le bizze della mala sorte. Studiare senza stato di necessità. Accartocciare e dare fuoco alle future rate trentennali per l'acquisto dei bilocali di periferia ai quali siamo condannati. Di tanto in tanto, senza dare nell'occhio fare beneficenza, tanta e rigorosamente in anonimato. Continuo a friggere. Però ora sento una leggera puzza di bruciato diffondersi per la stanza. Non è quella della menzogna imbastita da quell'infingardo paravento sangue del mio sangue. Ancora non ci arrivo. È piuttosto l'olezzo el CIP di silicone nel mio cervello che si sta surriscaldando. Ho bisogno di acqua che raffreddi il mio nucleo pensante.
Qualcuno ha notizia di un estintore più efficiente di una madre? Confusa, ansimante, in preda ai più contrastanti pensieri, ai più profondi dubbi, alle più rosee speranze, respingendo i biechi placcaggi di mio fratello determinato ad ostacolarmi, sveglio sul far del giorno mia mamma e vuoto il sacco.
-Siamo miliardari-.
Senza battere ciglio, con l'aplomb proprio di una regina delle nevi, mia madre mi congela all'istante.
-Bellina!- Bellina? Ah, no. - Cretina!- Volevo ben dire. Restiamo sui toni della verosimiglianza.
-Ritorna a dormire. Tuo fratello è ricco assai, di fantasia. Tu, invece, ti aggiudichi il solito premio: prima estratta alla lotteria della creduloneria-. 
 

ganglio 10

Secondo il progetto al decimo posto ci sarebbe dovuto essere un ganglio d'oro. D'oro come l'anellino a serpentello con l'occhio di rubino che, per il quinto compleanno, mi regalò mia nonna materna e che io ho passato ad una delle mie figlie, la quale ne ha fatto uno chavallier che ancora porta giornalmente con dedizione. D'oro come i piccoli gioiellini che la befana mi faceva trovare nel tallone della calza ogni anno, arricchendo la mia collezione. D'oro come tutti gli "ogettini" ( mia madre li chiamava così) che mi arrivarono dai parenti per la prima comunione. Per gestirli con rigore, evitando di tralasciarne qualcuno, ricordo che compilai un calendario, affisso alla porta del mio comparto di mobile, in cui specificavo giorno per giorno quali indossare.
Secondo il piano, il decimo ganglio doveva indagare le origini della smodata passione per gli anelli, per i bracciali e collane da cui fui precocemente avvinta, e che, anziché scemare con gli anni, anziché deviare verso una maggiore sobrietà, si spinge sempre più verso inesplorate soglie di sovrabbondanza, a ricercare la similitudine con una Madonna dell'Arco in processione decorata al peggio.
Invece devio e il decimo ganglio diventa quello Arlecchino, in omaggio a quella mamma che all'opre di cucito intenta, per rimediare alla scarsità di mezzi e all'imbarazzante normalità del figlio, gli confezionò addosso un abito che fece di lui una leggenda. E chissà che il ganglio d'oro e quello Arlecchino non siano uniti e circolarmente connessi.
- Quando sei nata sembravi una scimmietta. Bella non lo sei stata mai. Eppure ti vestivo e ti aggiustavo come una bambola, tanto che ovunque andassi la gente si complimentava".-
Incipit folgorante del capitolo primo delle lezioni di autostima firmate da mia madre. Mi tocca salomonicamente non serbarle rancore se voglio l'assoluzione per il medesimo peccato perpetrato successivamente ai danni della mia prole. Mi tocca contestualizzare, psicanalizzare, perdonare per costruirmi una via di fuga e sperare a mia volta nella magnanimità delle mie figlie. Si cresce per imitazione o contrapposizione. Purtroppo per lungo tempo, su questo argomento - bellezza-costruzione della percezione e stima del sè- nello schema educativo ho seguito le orme di mia madre.
Ho avuto in sorte una delle poche mamme al mondo realiste. Una che:"lo scarrafone è scarrafone sempre, pure quello mio". Non è rimasta con le mani in mano, però. Ha lavorato su di me come uno scultore sul marmo. Sarà per quello che ho sviluppato un occhio, quello con cui guardo me stessa, appunto marmoreo. Un occhio rigidissimo, incapace di percepire gradazioni, profondità, dimensioni. Un occhio che non mi dà tregua, che mi giudica più che vedermi. Un occhio per il quale, non importa il peso dichiarato dalla bilancia, dice che sono grassa e disarmonica, per il quale, non importa ciò che rimanda lo specchio, impone di accontentarsi e soddisfatto non si dichiara mai.
Non ho potuto indossare i pantaloni se non dopo essere andata via di casa. Non c'era un solo modello che mi donasse. Non ho praticato nessuno sport perché l'idea di mettermi a confronto con le altre bambine, di doversi confrontare con le altre madri, che mi distinguessi solo per le mie forme rotondette, metteva a disagio mia madre. Per la legge della genetica similitudine delle matrioske esporre il mio corpo significava esporre il suo. Svelare i mie difetti equivaleva a svelare i suoi. Sottoporre la mia malagrazia al giudizio altrui era sottoporsi al giudizio altrui.
Allora ha fatto del "coprirmi" la sua missione. Vestirmi, cucendomi addosso abiti che dissimulassero la mia grassezza e mi slanciassero, regalandomi per un gioco ottico i centimetri di altezza di cui la natura è stata parca, divenne per mia madre un virtuosismo nel quale sublimare le sue frustrazioni. Come la madre di Arlecchino, dunque.
Stessa intransigenza del suo canone estetico anche per la pettinatura.
Non ho mai portato, fino alla ribellione adolescenziale e se non per pochissimi anni, i capelli lunghi. Radi, grassi, con forfora. Inabili e inadatti nella prima infanzia, complice un viso paffuto che chiamava un taglio corto, dovevano essere rigorosamente alla maschietto. Crespi come un pagliaio indomabile nel post adolescenza, imposero più tardi il mezzotaglio attuale. Mai potei avere treccia, codini, coda di cavallo. E ditemi cosa ne è di una bambina che non ha mai goduto di una treccia o codini o coda di cavallo?
Diventa una bambina che sceglierà di essere Arlecchino per tutta la vita. Una bambina perennemente in maschera. Un unica deroga all'iconografia classica: l'aggiunta di abbondanti gioielli. 
 

ganglio 9


 Oggi tocca ad un altro dei gangli rossi. Porpora per l'esattezza. Non si dice così, infatti, delle guance quando ti coglie un'umiliazione, una mortificazione? che si imporporano?

Il ganglio della mancanza di autostima, gemello siamese di quello generato dalla sindrome da impostore non hanno nulla del rubizzo. Piuttosto rimandano al sangue guasto per una suppurazione.
Con le due gobbe gemelle ci faccio i conti oggi che è un mese da quando mi arrovello su una recensione che non riesco a completare.
Un tarlo mi rode. Qualche giorno, fa una collega che stimo molto, preparatissima per studi accademici e talento, condividendo un articolo su uno dei massimi scrittori italiani, si lasciava sfuggire disappunto per le imprecisioni contenute nel testo, per la sua estrema genericità. Da studiosa e cultrice della materia, le saltavano all'occhio tutte le lacune, tutte le ingenuità, tutte le inesattezze.
Mi sono detta che io, invece, non ne avrei saputo indicare nessuna. Ho dovuto ammettere con me stessa che avrei potuto essere addirittura io l'autrice del misfatto.
Continuo a pensare che non mi piace vivere pericolosamente. Odio dover continuamente camuffare la mia ignoranza e la mancanza di competenza. Ogni volta che tento di riprendere il filo del discorso della mia recensione, dopo poche battute mi arresto annegata dai dubbi. E allora per questa estate mi fermo qua. Preferisco arrostire i miei gangli al rosso del sole. 

ganglio 8


 "la sua vita può essere anche un bellissimo spreco" (La straniera. C. Durastanti).

Affidare la propria vita al destino è sintomatico pur sempre di una scelta della quale io mi dichiaro rea: navigare a vista, rispondendo solamente alle sollecitazioni delle stagioni, dei venti, delle piogge e delle maree. In mezzo alle tempeste e in mezzo alla bonaccia conosci te stesso. Calibri, quindi, la risposta da frapporre tra le persone, le cose, il caso e te in base a chi hai sperimentato di essere. So chi sono, so cosa sono. So in base a quali elementi gli altri scelgono di valutarmi. Età, aspetto fisico, valore economico, ruolo sociale, titolo di studio.
Ho i piedi ben saldi nel vaso in cui sono piantumata. Le mie radici si fanno bastare la terra e l'acqua in cui pure riesco a crescere, ad espandermi quei pochi millimetri l'anno. La mia ambizione, in un assetto che agli occhi degli altri è il meno ambizioso di tutti, che mi rende paradigma della rinuncia, tabernacolo della sconfitta, dagherrotipo della donna senza qualità, è resistere senza diventare offensiva. L'umiltà è un talento che si apprende e che si affina con un esercizio costante sorretto da ferrea volontà. L'attrezzo, lo strumento con cui allenarsi è l'umiliazione: a costo zero e a portata di tiro. Perché l'umiliazione arriva sempre e io sono una campionessa a gestirla . So come incassarla. So come neutralizzarla. So dove archiviarla evitanto di esserne peggiorata. So come metterla a frutto. So farne distillati: flaconcini di umiltà, appunto, di buona qualità. La intuisco piombare dall'alto ma soprattutto dal basso. Viene, infatti, l'umiliazione, da chi con forza doppia, di risentimento e di rivalsa, assesta il calcio a chi viene a seguire. Io, in genere, sono quella che viene a seguire.
Il mio segreto è sorridere della propria fortuna, che è la fortuna degli ultimi: non portare sulle proprie spalle il peso del mondo.
Beata me, che non sono nulla.
A chi ravvisa fumo di rinuncia dico che è in errore. Il mio posto nel mondo è piccolo, ma adatto a me e profuma di consapevolezza. 

ganglio 7


 "Scrivo per non aver niente da fare nel mondo: sono di troppo e non c’è posto per me sulla terra degli uomini." Rubo, perennemente rubo alle miei eroine, ai miei eroi della penna. Tra virgolette una frase di C. Lispector. L'espediente per aprire il ganglio di oggi, che potrebbe essere l'ultimo.

Il mio lessico familiare, cioè la lingua che ho parlato di gran lunga prima di quella madre -l'italiano scolastico dei miei genitori, detto anche "parlare bene"- regalo del matriarcato di nonne, zie e cugine con cui sono coralmente cresciuta nel mezzo del cortile, ogni tanto spuntava fuori inaspettatamente e quando compresi che fosse un problema - un grave handicap sociale- cominciai a starci attenta per evitare imbarazzi. Iniziai, per affinare la parola, la mia precocissima carriera di lettrice e quindi a sperimentare la scrittura, sotto la rigida disciplina di mia madre, che con la minaccia della riga da sarto di mio nonno a mo' di sprone, allestì, urlo dopo urlo, correzione dopo correzione, a uso e consumo della sottoscritta un manuale di scrittura minimo.
Alle scuole elementari venne fuori questo talento, che si consolidò alle medie. Mi fu appiccicata l'etichetta di "brava a scrivere", senza che nessuna delle mie insegnanti si desse mai la pena di limare la mia predisposizione. È così che nascono gli scrivani. Innaffiandoli di lodi non del tutto appropriate. Comunque, tirando a breve, quando ho compreso che il mio non era proprio talento ma piuttosto un "valliare sulla munnezza", il danno era fatto e il vizio di scrivere, brutto, pregnante, indelebile come quello delle droghe, del vino o delle sigarette, era ormai parte di me. Ed eccoci al ganglio di oggi. Si scrive perché non si ha nulla da fare al mondo, ma anche per essere letti.
Se non si metabolizza questa verità, viene meno uno dei presupposti di onestà della scrittura. Soprattutto se lo si fa pubblicamente, su un social. Da ciò se ne deduce che, per mancanza di lettori è inutile darsi la pena di comunicare a sé stessi cose che si sanno già. Oggi è un giorno speciale. Un giorno di bilanci. Dunque mi faccio un regalo e questa idea malsana la chiudiamo qua. 

"A pucuntria" e "Fiori di vetro" di Mariarosaria Selo

Con ( Mariarosaria Selo) Rosi Selo ho un debito, anzi due. Le dovrei restituire la carica di piacere, di soddisfazione e di gioia che m...